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venerdì 30 ottobre 2015

L'IMPERATORE DELLE ZUCCHE VUOTE.

Nelle puntate precedenti:
Zooey ha infoltito il pelo in vista del freddo prossimo venturo e continua a confondere le mie braccia col tiragraffi.





Le vetrine dei negozi urlano "Halloween" ma il calendario sogghigna «È il tuo compleanno Liuk» e l'unica soddisfazione sarà strappar la pagina con su scritto "ottobre" il giorno seguente.
In 35 (scritto in lettere mi fa più senso, evito) anni se non altro ho raggiunto – almeno mi fa piacere credere sia così – alcune certezze, del tipo:
  1. "O bianco o nero" mi innervosisce, ma mai quanto le cinquanta sfumature di grigio. Di conseguenza: l'amore mostra i colori vividi ma i sentimenti sono in linea di massima daltonici e dopo una più o meno breve convivenza quando tu dici che qualcosa è blu io dico che è rossa e se io dico che è arancione tu dici che è verde, quindi alla soglia dei 35 continuo a sostenere che sia meglio l'LSD dell'amore. Cromaticamente parlando, perlomeno.
  2. La scrittura è nata coi sumeri e sta morendo coi somari.
  3. Stupidità e cattiveria son sorelle a braccetto.
  4. Gli elenchi numerati mi annoiano, soprattutto quando finiscono pari.

Negli ultimi anni mi son accadute un po' di cosucce buffe, di quelle che in teoria dovrebbero insegnare che l'unica cosa certa che si otterrà nel pianificare il futuro è la consapevolezza di aver sprecato tempo nella pianificazione stessa (ebbene sì, la regola dice che dai 35 puoi scrivere nonsense a ripetizione, proprio come gli over 70 parlano male ad alta voce mentre sono in coda al distributore dell'Acea sperando che fornisca vino e non acqua gassata).
Quando ai tempi delle superiori leggevo Rimbaud Baricco e compagnia bella sottobanco mi ripetevo che da grande sarei diventato un rocker, uno di quelli che la gente mentre sfoglia i testi pensa "ammappete che profondità!, più profondi del fondo degli occhi della notte del pianto", per dirla alla De Andrè. E per un po' lo sono stato, un fottuto rocker, almeno fino a quando lo scrivere i testi non m'è venuto a noia. E a pensarci ora, io che per anni mi addormentavo giusto per sognarmi sul palco, è paradossale.
Ma that's life, e nascere il 31 ottobre (ebbene sì: sono nato nella notte delle zucche e le zucche sono dolciastre. Sì, esatto, proprio come il sangue, embè?) include portarsi appresso l'essere scorpione, e cioè confrontarsi col ---> "ti senti realizzato? Bene, allora resetta tutto e reinventati che se no ti rammollisci in tempo zero."
E questa è la genesi del liuk-che-scrive, dove la sfida iniziale era pressappoco il realizzare un romanzo che non perdesse il ritmo dall'inizio alla fine, una sorta di lungo testo musicale. E dal momento che scrivere è 'na faticaccia della madosca, son andato giù di corsi alla Holden, ho visitato/vissuto più luoghi possibili del globo terracqueo – e che cavolo, uno scrittore per prima cosa deve sapere e non per sentito dire – e mi son confrontato con un bel po' di teste pensanti, alcune pure carine, tra l'altro. Tutto questo per poi dirmi: occhèi, adesso inventa un personaggio di quelli edificanti e dì ciò che pensi.
Per fortuna poi non è successo così, dal momento che:
  1. I personaggi escono dai polpastrelli quando caspita vogliono loro, non c'è santo che tenga.
  2. Pensare non è il verbo che mi rappresenta meglio.
Alla fine della fiera da quando sono entrato negli -enta ho creato principalmente quattro personaggi ma per paradosso sono stati loro a insegnarmi la vita, non il contrario. A volte mi domando se non siano proprio loro a comandare in silenzio i gesti che con la scrittura li costringo a compiere. Da uscirci pazzo, non so se rendo l'idea. Ma poi, chissenefrega.
Sì, capito, sto perdendo il filo.
Dicevo: scrivere è reinventarsi.
L'unico paletto che mi impongo quando creo frasi in un romanzo è scordare me stesso, per il resto non ho regole: se voglio aggiungere un due punti qui: lo aggiungo. Oppure che ne so, una virgola ad cazzum giusto per spezzare il ritmo della, frase? Fatto.
Il primo romanzo Per Adesso No è nato così, una esigenza, in stile «Ma scusa ti stavo parlando della fisica quantistica, perché mi hai baciata?» «Così, mi andava di farlo.»
Uno dei protagonisti dice "Più denso della Verità è l'Amore. E più dell'Amore è la Vendetta".
Caspita.
Quello che sto scrivendo ora – La creazione dell'Autunno – è più libero. Anche lì però sono i tre personaggi principali a muovere i fili, io sì è vero lo sto scrivendo eppure spesso mi sento più burattino che burattinaio, ma va benissimo così.
Proprio come dei seguaci di Quelo suggeriscono di non fossilizzarmi troppo nel ricercare le risposte ("La risposta è dentro di te epperò è sbagliata.") 
 


Uno dei tre continua a dirmi che dovrei lavorare sulle domande, "ma fai attenzione liuk!, le domande migliori sono scivolose, sfuggono come le code delle aurore boreali, tu le intravedi ma tempo di abbassare lo sguardo per preparare la reflex e loro son già via chissà dove, ste infami!"
Un altro dei tre invece mi ha fatto scrivere un qualcosa tipo "Se qualcuno eliminasse Speranza dal vocabolario, in quanto tempo sparirebbe dalla nostra vita?"
A saperla, la risposta!
Magari verso la fine del romanzo mi lancerà qualche indizio, incrocio le dita –non troppo se no a scrivere impiego il doppio del tempo.
Ma va beh, un passo alla volta.
In fondo siam quasi in quel di Halloween e mentre la gentaglia si crederà ganza con due canini affilati o un cappello da strega io mi limiterò ad augurarmi buon compleanno.
Un po' più consapevole dei miei obiettivi, se non altro.
Ognuno ha il titolo nobiliare che si merita, no?
Zio Charles Baudelaire, per dirne uno, era "comme le roi d'un pays pluvieux".




O che ne so, Adriano Celentano è "il Re degli Ignoranti".



E io, beh, essendo nato il 31 ottobre ogni volta che mi guardo intorno (e allo specchio) sono sempre più consapevole di essere l'Imperatore delle Zucche Vuote.



P.s. Quando terminerò la stesura di "La creazione dell'Autunno" giurin giurello che vi farò un fischio. Una casa editrice seria la troverò, sìssì. Vi piacerà 'na cifra questo romanzo, #sapevatelo.

domenica 9 agosto 2015

ABIURA DI ME.

AAA CERCASI SUSAN LETTORI DISPERATAMENTE. 

"Ci sono alcuni fatti evidenti": mi piace pensare fosse una delle frasi preferite di Escobar.
Io però mi limito a scrivere un romanzo –e da come mi sta sciupando per quanto ne so è IL romanzo.
Anche Zooey, quando zampetta tra gli appunti, mi graffia in quel modo che fa tanto "sì meow attieniti ai fatti e non cedere".


Ci sono i personaggi principali, per dirne uno. Tre, questa volta, e ingarbuglia più di quanto credessi l'intreccio delle parole che dai polpastrelli diventano inchiostro per terminare frasi di senso compiuto.
C'è un titolo definitivo, almeno quello!, per dirne un altro.
Il titolo è "La creazione dell'Autunno", che a leggerlo con quest'afa già pare un buon auspicio.


C'è l'Islanda con la sua magia, tanto per aggiungere.


E poi c'è lei, Elín, la protagonista femminile, che dei tre è la più complicata di tutte le sfide. Elín ha vent'anni e di aspettare che il piatto della vendetta si raffreddi proprio non ne vuole sapere. Ogni tanto provo a farla ragionare, le dico che la fretta non è cattiva consigliera solo se ti chiami Usain Bolt ma niente, si rifugia nella sua distorta idea di meditazione e non mi ascolta mezzo.
Come non adorarla?
Assomiglia pure a Emilia Clarke, c'est tout dire.


Gli altri due, Richard e Jón Haust (Haust in islandese significa Autunno) sono più malleabili, per ora. Dico per ora perché quando esploro la stanza dove Jón Haust dipinge mi pare di scorgere movimenti tra gli sguardi dei personaggi nei quadri. Boh, meglio stare all'erta quando scrivo di lui, meglio attivare il correttore automatico mentre ricopio su word i capitoli.
Se "mai fidarsi di se stessi" è un buon consiglio, figurarsi per ciò che si crea su carta: vale doppio.
E comunque.
I percorsi dei tre si intrecceranno, almeno spero, a causa di un avvenimento esterno che blablabla e ancora bla e lì porterà a trovare una risposta plausibile alla domanda che eccetera eccetera (sì sì sì devo pensarci su bene).
Il fatto è che non resisto, Elín mi fissa in sogno pronta a scagliarmi una tigre contro se non la spammo via etere al più presto. Ergo, eccola nel suo primo capitolo in tutta la sua rabbia caramellata.
Io tra l'altro sono alla ricerca di lettori per le prime bozze del romanzo, devo comprendere cosa limare e dove insistere. Se hai tempo libero...
E adesso, col primo capitolo in attesa, guardiamoci allo specchio in stile Saul Goodman, un bel respiro e: Showtime!



Buona estate –o per chi al momento non ha ferie come me, buon Autan.




ELÍN KALIDÓTTIR


PARTE PRIMA: LA FAME.

01.

Il Maestro dice «Om», sentenzia «Le tue palpebre si fanno sempre più pesanti, sempre più pesanti», rivela «Prova ad aprire gli occhi ma non puoi, prova ad aprire gli occhi ma non puoi».
Elín non ha bisogno di vedere, i battiti accelerati dei bavosi seduti in ordine sparso dietro di lei sono fin troppo echeggianti, tu-tum tu-tum a riempire lo spazio dei loro pensieri in mille posizioni da omini di lego porno chic. Lei sarebbe la Bella Addormentata e Vogliosa nel bosco, alle altre presenti non resta neppure lo spazio per minuscole comparsate. Pace e bene, sorelle. Le gocce di sudore dei maschi accanto cadono sui tappetini new age prestati dalla Scuola del Maestro e a Elín non serve saper interpretare il codice morse per intuire le parole che il plick plick delle loro fronti e mani unte stanno battendo a turno: “Puttana” compongono. “Succhiamelo”. E anche: “Godo” “Troia” “Vengo”. Mantenendo le gambe incrociate si liscia gli shorts gialli con la mano destra; gli occhi chiusi le fanno notare pieghe del tessuto e i minuscoli avvallamenti di quando incontra la pelle dura dei polpastrelli, residui del suo trascorso da provinciale.
Godete, maiali schifosi. Volete aprire gli occhi e guardarmi, lo so.
Il Maestro ripete, zigzagando tra le file:
«I vostri piedi camminano sull'erba, state camminando sull'erba»,
«Vi sentite rilassati, sempre più rilassati»,
«Om.»
Dal fondo della stanza proviene uno starnuto soffocato, di quelli che rovinano la concentrazione a mezza classe, l'etcì interrotto che richiede sforzo sia per trattenerlo che per fingere di non averlo udito.
Se solo il Maestro avesse usato parole come "Il vostro naso non esiste", il raffreddore sarebbe un ricordo lontano.
Forse però è più di un raffreddore: allergia, ipotizza Elín. O una di quelle malattie mortali che si trasmette con un semplice starnuto.
Ebola 2.0 Deluxe Edition.
Immagina le gocce impregnate di virus saltellare sulle teste degli allievi prima di inocularsi sottopelle. Potrebbero morire tutti a breve senza una spiegazione e la loro unica colpa sarà di possedere narici.
La mia unica colpa è di trovarmi a quasi 500 chilometri da casa.
A detta del Maestro, la colpa di Elín è di essere desiderata dalla totalità degli uomini presenti nella stanza, lui compreso.
Prendi me, virus. Rendimi libera. O ti annienterò.
Il Maestro esorta «Tutti insieme: Om.»
Ventisette bocche, ventisei bocche più le labbra carnose di Elín, ripetono: «Om.»
Elín si immagina la Paziente Zero della prossima pandemia, la Madre del Caos, coi suoi capelli biondi raccolti in una treccia giù lungo la schiena, irresistibile nella tunica color perla e accecata dai flash dei riflettori.
Microfoni che si accavallano sul tavolo, giornalisti feriti e sgomitanti contro le vetrate antiproiettile che la dividono dal resto del mondo. Uomini che la vorrebbero violare, uomini col volto di suo zio.
Lei, Elín.
Elín il Virus Letale.
«Vi chiederete se ci sarà salvezza», annuncerà in mondovisione con la voce suadente di chi canticchia l'ultima ninna nanna all'umanità.
«La risposta è no.»
Pausa. Respiro. Pausa. Occhiata compiaciuta alle vetrate. Respiri spezzati che appannano la visuale.
«Vi chiederete perché ho deciso di infettarvi», dirà.
Pausa, immagina i traduttori simultanei. I sottotitoli a Panasonic Square. I gelati che colano tra le mani.
«Perché vi odio tutti. Tutti. Perciò morirete. Oggi. O forse siete già morti. Come me. Non ricordi? Non ricordate?»
Elín la Distruttrice. Elín, il nome finale che nessun libro ripeterà.
HIV, Sars, Aviaria, Peste Bubbonica, Tubercolosi, Febbre Gialla, Prepotenza Maschile. E infine, Elín.
L'idea di una resa dei conti le solletica l’inguine e si tocca a controllare eventuali punti di sutura riaffiorati dal passato, ma sotto i pantaloncini non sente che la liscia superficie della vittoria. Vorrebbe ubriacarsi con sorsate di vendetta senza il boccaglio dell'abitudine, spremere il cervello fino a far gocciolare via i brutti ricordi.
Trattiene invece il respiro aggrottando le sopracciglia all'ingiù, come fosse per davvero concentrata nella meditazione, nella ricerca di sé. Om.
Moriranno. E io sarò il virus, la malattia e l'effetto placebo.
Elín la Willy Wonka dello sterminio.
Moriranno tutti.
Riprende fiato col naso e mentre la cassa toracica espone in vetrina le curve pensa a chi la aspetta a casa, su ai limiti del circolo polare. Tutti significa anche lui?
Visualizzarlo è un rasoio che trancia le vene alla rabbia: non va bene, non può permettersi distrazioni.
Non ora, non qui. Non dissanguarmi l'odio, amore mio. Una volta secca, troverai nient'altro che me.
«La risposta è già dentro di voi» pronuncia il Maestro dalla porta d'ingresso,
«Sentite l’energia che vi sale dai piedi fino ai polpacci, li sentite forti, sempre più forti»,
«Om.»
Elín prova a focalizzare un grumo di energia su per le caviglie ma immagina la massa tumorale con cui ha convissuto sua madre, desiste.
Socchiude l’occhio sinistro, quel poco che basta per intravedere lo spazio di fronte: come sospettava, il Maestro ha lo sguardo fisso sulla sua scollatura. Potrebbe spalancare gli occhi che manco se ne accorgerebbe, tutto preso a immaginare il diametro dei capezzoli.
Patetico. Patetico, om.
L'ombra si allontana, sente l’eco di qualche “sì” dal Maestro intento a giudicare la postura di ognuno.
Elín aspetta che i passi siano distanti ed entra in apnea per forzare gli addominali e non pensare a nulla. Non pensare a lui. Il pensiero è la fine delle buone intenzioni.
Così, mentre i polmoni chiedono aria, quel punto di energia che dovrebbe indurire i polpacci si trasforma in immagini da bruciare prima che sia troppo tardi, prima che la paura di non riuscire a vendicarsi con l’umanità torni a bussare forte.
Io sono Elín Kalidóttir. Kali, come la dea.
Io sono Elín ma puoi chiamarmi La Morte. Puoi chiamarmi come preferisci, io non ti risponderò.
Il Maestro batte le mani tre volte, esclama «Bene. Bravi. Vi sentite pieni di energia»,
suggerisce «Provate ad aprire gli occhi, le vostre palpebre sono sempre più leggere, sempre più leggere»,
conclude «Benissimo. Bravissimi. Il cestino delle offerte è al solito posto. Rialzatevi, ora.»
E ventisette allievi, ventisei più la Bella Addormentata, tornano al loro essere bipedi, ai loro frigoriferi zeppi di cibi aromatizzati col nulla scintillante.
Elín guarda sfilare gli uomini che lanciano le ultime occhiate di sbieco al suo fondoschiena, passa la lingua per bagnarsi le labbra fingendosi sovrappensiero, una devota alla meditazione.
Prima di uscire accenna un sorriso di cortesia avvicinandosi al Maestro; l'uomo si volta piegando appena il capo prima di tornare al conteggio delle mance raccolte, senza accorgersi che qualche banconota è già al sicuro tra le curve della ragazza.
«A presto, Maestro.»
«A presto.»
Morirai.

giovedì 26 marzo 2015

YEN NE VA PLUS.

Da almeno un mese il risveglio mi agita.
Sai no: l’amaro in bocca, le labbra spaccate, un senso di boh nel ricordare almeno un sogno, le ferite provocate da Zooey durante il dormiveglia che non si rimarginano in fretta, le stesse montagne dietro la finestra, cose così.
Su internet ho letto che potrebbe essere rabbia, ma al di là della concezione poetica da nipotino di Palahniuk della rabbia in sé, non credo sia questa la causa. Tremarella, piuttosto. Sindrome da Conto alla Rovescia. 
Dopo anni di viaggi – amori - concerti attivi&passivi - romanzi letti&scritti - addii e baci rubati sotto la pioggia, a torto mi sento un po’ come l’alpinista che intravede la cima, il Re del Nord che conquista la barriera, Gunma Akagi che supera l’ombra. Il paradosso è che al solito la fifa mi riempie di energia - tra l'altro è primavera e gli ormoni sono mentos & coca cola a braccetto – ed è imbarazzante far discorsi seriosi sulla legge di Planck o i testi dei baustelle o lo shiatsu, atteggiarsi da artista sorseggiando cocktail con lei e nel mentre pensare al sapore che potrebbero avere le sue labbra. Ma succede, that’s life.
Mi aspetta il viaggio che ho sempre sognato (e con sempre intendo 'già dal periodo delle elementari', duetre vite fa oramai..) e invece di godermi l’attesa o le situazioni da manga che mi potrebbero capitare le uniche domande che mi gironzolano in testa sono una sfilza di fastidiosissimi “e poi?”.
E poi: e se mi svegliassi al mattino seguente, quello dopo aver completato ‘il quadro’ dei viaggi che sentivo necessari, scoprendo di non avere chiodi pareti o una cornice decente per appendere i ricordi nella memoria? E poi: appenderli per fare cosa? E poi: Per contare i granelli di polvere che si accumuleranno? E poi: a cosa serve realizzare i sogni? E poi: quanto sono originali i desideri? E poi: dormi liuk, va’, è meglio.


Certo, posso continuare a trascorrere la pausa pranzo al laghetto con la compagnia di un taccuino e una ventina di anatre che in fin dei conti fa tanto giovane Holden, però insomma!, ho trentaquattro anni e le anatre non sbiadiscono, i sogni, quelli sì.
Andrò laggiù (wow wow wow wow non mi sembra vero!), a completare una ricerca iniziata otto anni fa sulla ring road islandese. Fremo, sìssì. Me l'ero promesso: apri cuore e anima a ciò che sta oltre la tua valle e quando sarà il momento, prima di sistemarti, cammina per i sentieri di filosofi e samurai.
A breve i ciliegi fioriranno, ne vedrò a centinaia!, sarà una battaglia silenziosa tra liuk e la banda dei diecimila petali –e a ognuno darò un nome, perché in fondo a cosa serve accumulare esperienza se poi la si tiene nel cassetto quando serve? 
Mischierò le sfumature del rosa col sangue rappreso per le strade di Kathmandu. 
Col mascara colante di quel ghepardo kenyota che sorrideva ai cuccioli. 
Col rosso aragosta dell’alba alla Monument Valley. 
Col bianco sporco dell’intonaco sulle vecchie pareti holdeniane. 
Le renderò un pizzico malinconiche come le gambe aperte di una mia ex. 
Saranno imperscrutabili come l’inchiostro che mi colava fino al gomito mentre scrivevo il capitolo dei dialoghi in Per Adesso No
Saranno abbaglianti come le luci che mi escludevano l’orizzonte mentre suonavo sul palco dell’Hiroshima. 
Blu ghiaccio come la meth di Walter White e la mia t shirt presa all'ultimo concerto di Neil Young.
Cose così.
Il desiderio è di tornare a casa con un restyling di me meno tendente all’infelicità; certo io e le aspettative non andiam d’accordo ma tant’è, anche la sfortuna non è infallibile. 
Cancellare con la gomma pane i puntini sulle i che ho continuato a mettere sui sentimenti durante gli anni. 
Dire che “Ok liuk hai tenuto fede alla promessa che ti eri fatto allora, in fondo non sei poi così una cattiva persona. Se non avessi avuto il coraggio di intraprendere quest'ultimo viaggio, un giorno ti saresti trovato a bofonchiare giustificazioni fittizie sulle tue mancanze e la tua ipotetica futurissima figlia avrebbe intuito che dietro alle tante delicate parole da scrittore si nasconde un uomo, un padre, che non ha avuto il coraggio di affrontare il suo sogno. E sì, finirebbe col provare compassione. E si allontanerà. L'estremo oriente, il traguardo, lo dovevi a te stesso. Sorridi ora, lei, lei sarà fiera di te.”


Mancano pochi giorni eppure è come se fossi già laggiù (il viaggio inizia prima della partenza, diceva qualcuno). Sto a un passo dal fermarmi a ruminare il passato e iniziare ad accettare il fatto che non sono più un ragazzino. Brrrrr. Tornerò con un flacone di super attack & buone intenzioni, l’ennesimo liuk 2.0 sempre più consapevole di un qualcosa che non so (il Nepal mi ha insegnato quanto sia necessaria l’entropia dell’anima, senza però spiegarmi il significato di entropia e anima…) e affascinante come ciò che sta per sfiorire. 
Chissà cosa succederà: ogni viaggio è un’incognita che mi aiuta a convivere con le mie storture, anche se a causa loro la Musa mi ha liquidato da quasi un anno oramai. 
Fa male, ma da buon lemming devo continuare a muovermi verso l’ignoto. 
Affanculo tutto, la pentola d’oro alla fine dell’arcobaleno la troverò!, me lo sono promesso tempo addietro. 
Magari è nascosta dietro l’entrata di un ryokan o tra le pagine di un manga, e che ne so. 
Meglio controllare :-)
Il resto non conta, è fuffa, è ‘Progresso’ & ‘Riforma’ in bocca al politico di turno. 
La vita è altrove. 
La vita è oscena. 
E il mio futuro prossimo è lì, dove deve essere: verso oriente. 
Mi sta aspettando da anni, come la morte.


Piuttosto: Musa o non Musa – chissà se un giorno mi parlerà ancora? – il nuovo romanzo ambientato tra Husavík e il Maine piano piano procede. L’idea è di riprendere anche il primo e restaurarlo per trovare un nuovo editore (questa volta serio) che lo renda cartaceo ma non ho fretta, ora è l’attuale “La creazione dell’Autunno” a comprimermi i polpastrelli. I personaggi principali sono tre, bella sfida eh? Si tratta di Jón Haust (l’Onirico), Richard (l’Alcolizzato) ed Elín (la Rancorosa, che tra l’altro ho abbozzato durante una sosta alla Freak Street di Kathmandu e mi garba parecchio). Mi stanno insegnando molto, sull’autunno l’amore la disillusione i colori i virus le lumache le costellazioni e tutte quelle cose che ancora non comprendo appieno.
“Liuk stai scavando in profondità", direbbero i sapienti. O forse Enrico la talpa --non sono bravo con le citazioni.
Comunque sia son preso bene dall’evolversi del tutto, sono forte quando scrivo. È un altro modo per viaggiare, in fondo.
Chissà, forse i paesaggi del paese che visiterò saranno utili anche per questo, mi doneranno ulteriori occhi nuovi (ebbene sì, i polifemi non sono bravi scrittori.)
L'idea è di essere un tutt'uno con la natura che è un po' il concetto base dello shintoismo (anche se da profano mi pare più wiccan...); non vedo l'ora di interrogare i sacerdoti - o come si chiamano laggiù - in merito, magari dopo aver assistito a un allenamento di sumo giusto per sentirmi ancora più samurai (lo stuzzicadente, intendo). Sono curiosisssssimo! 
E niente, c’est tout.

Chiudo gli occhi, 
deglutisco, 
non immagino più nulla, 
c’è una voce che mi chiama e non so distinguerla, 
forse sei tu. 
Ora basta divagare, 
c’è una mini valigia da preparare, 
moleskine da riempire, 
vita da bruciare, 
punti interrogativi da cancellare, 
parentesi da chiudere
e una foto in Radiohead style da farmi scattare...


A testa alta e col sorriso verso l’ignoto, mentre aggiungo un altro passo verso l'orizzonte.
Ora e per sempre: people rockin’ in a free world.


 さようなら

martedì 12 agosto 2014

PLOT MACHINE, #ILMARE E L’ELENCO PERDUTO.

 
Quindi, da buon uroboro (o forse oroboro? Comunque, quella cosa lì), i cumulonembi estivi mi hanno rovesciato addosso gocce di pioggia e mestolate di apatia, tanto da scivolare al punto zero. Ma quel punto zero che è dentro di noi, un po’ differente dalla matematica. È più la concezione di aver fatto involontariamente un passo indietro pur mantenendo lo sguardo in avanti, credo che su questo modo di vivere molti coreografi abbiano ideato decine di balli estivi (un passo in avanti, un passo in avanti, un passo indietro, un passo in avanti e hop!, unduettrèquattro e giro…)
Quindi (e due) dopo un paio di settimane e chiedermi come poter scrollare il tutto, arriva un messaggio dalla Giorgia su una giornata aggratis all’I-Scream sponsorizzata dalla Holden, una di quelle folgorazioni che ti fan dimenticare i “perché” e li sostituiscono coi “perché no?”
A lezione, dunque. E son stato pure fortunato, che a spiegare c’era la Lucia, davvero grandiosa! Voglio dire: rendere interessante già dal principio l’Ode al pomodoro non rientra tra le cose più semplici, perlomeno per me. È stata una lezione clandestina, di occhiate invisibili e gesti che si sono appiccicati a mò di post-it senza chiedere permesso –come la maggior parte delle cose belle e significative, in fondo.
C’erano foglie accartocciate, brividi a tradimento e tanti tanti elenchi sinceri, un riordino mentale sulle cose che ognuno di noi ha, o quantomeno crede di avere, da dire.
Poi, il caso.
Libromania - sì sì, la casa editrice dell’ebook, casomai qualcuno ancora non lo sapesse... - ha parlato di un concorso su Rai Radio1 di nome Plot Machine, dicendo che per partecipare bastava inoltrare un racconto breve con a tema i social network o la radio.
Senza pensarci – e d’altronde col mio telefonino che continua a non chiamarsi smartphone la scelta è stata ovvia – ho provato a sfruttare l’onda lunga made in Holden ampliando un punto dell’elenco di Lucia. Così, anche se per via di una foglia fuori stagione ho continuato a pensare a tutt’altro, è uscito dal punto 15 quello che ora i più chiamano “Il racconto di Riccardino.” Tra l’altro nelle votazioni libromania mi ha sostenuto, son dettagli che fanno molto piacere visto che nel loro progetto ci credo.
E niente, per ridere ho pensato di chiudere il cerchio (sempre da buon u/oroboro) e rendere il racconto in stile Salinger, senza pretese.
Invece: mi hanno telefonato dalla radio, alle 5 di pomeriggio, con chiamata anonima –e ho pure risposto! L'hanno letto in diretta, con una voce di quelle che rimangono, è stata una soddisfazione, davvero. Alla fine per motivi sconosciuti son arrivato secondo nazionale e non so come prendere il risultato, ma un po’ tutti dicono “è un ottimo piazzamento” quindi (e tre) credo sia andata bene.
"Meglio che primo”: di solito rispondo così.
Il programma è stato divertente, in più l'assemblamento in una storia di vari tweet in tempo reale è stata affidata a Chiara Marchelli, e se qualcuno ha tempo di leggere la sua biografia, parla per lei.
Mi sembra sempre una ladrata vedere il nome in una classifica, non so come spiegare. Sono abituato alle stroncature sul romanzo, non ai complimenti. E iniziavo ad abituarmici, ecco; ci saranno sempre le critiche, per fortuna. 
Scrivere vuol anche dire sputare i propri sentimenti su un foglio, e quanto orribile sarebbe scoprirli condivisi da tutti? L’opinione contraria è un sintomo che non si sta scrivendo qualcosa di ovvio, se non altro. Poi sta allo scrittore distinguere le critiche al testo da quelle alla persona, ma questa è un’altra storia.
Di solito quando ho un libro sottomano e mi chiedono il nome dell’autore, le risposte sono
A) ah sì lui mi piace, ho letto qualcosa
B) ma chi? Quello? Che schifo! Pensa che una volta ha scritto “blablabla” e diceva che “blablabla”, per non parlare di quella volta in tv quando ha detto che “blablabla…
Sì, passa il tempo ma “Chi disprezza compra” resta sul podio degli intramontabili. Sono a metà dell’opera, mi affido alle strategie di libromania per il “compra”. 
(Nel dubbio, il link Per Adesso No. è lì ad aspettarti) :-)
Fa strano abbandonare un romanzo quando ancora non lo si vede camminare da solo, ma la Musa è stronza e come questo tempaccio estivo se ne frega dei programmi altrui.
Cooomunque, il racconto era appunto scritto pensando ad altro, non capisco come possano averlo scelto. Ma liuk!, non farti fisime e raccogli, invece di sparare frasi da fighetto stile “Io non miro al numero uno. Il mio obiettivo è battere il numero uno”


Buon periodo, dunque. E cosa fa l’idiota quando le cose iniziano a migliorare?
Ho dato un colpo alla Bussola delle Buone Intenzioni fino a quando l’ago si è spostato da “Scrittura” a “Musica”.
Non so, ho l’idea che sia il momento di stoppare il nuovo romanzo; visto che stavo trattando di autunno, lacrime e foglie che ingialliscono, gli ultimi avvenimenti casuali mi hanno un attimo distolto l’attenzione, mettiamola così. Le coincidenze esistono in ferrovia, per quanto ne so.
Lascio quel centinaio di pagine a svolazzarmi in testa ricomponendosi come preferiscono, che tanto quando dico “smetto di scrivere” ho la credibilità dei tossici sotto casa.
E poi il primo romanzo è stata una necessità, col secondo vorrei ragionarci su. Un finto stop, ecco. Solo per il gusto di non creare aspettative a me stesso. 
Ho tolto i chiodi alla Musa e ora aspetto che smetta di svolazzarmi intorno per ripicca, devo avere pazienza e riannodare con cura il retino.
È che negli ultimi tempi i sogni di quando mi inciampavo tra i cavi degli amplificatori sul palco si stanno rifacendo vivi. Entrano e non chiedono ‘per favore’, o se c’è qualche altro sogno in composizione.
Trovo che suonare sia più solitario rispetto alla scrittura, anche perché la chitarra la suono in casa mentre il moleskine lo imbratto al bar.
Un altro passo indietro con sguardo in avanti, a pensarci ora.
La cosa buffa è che in questi dieci anni è cambiato un po’ tutto, per quanto mi riguarda: ricordo di non aver mai partecipato, per pigrizia, a un soundcheck. O il solito “sì sì” quando il fonico di turno mi chiedeva se i suoni erano bilanciati. Volevo solo salire sul palco, rivestirmi di una nuova personalità e tanti saluti. Adesso che ho in testa un progetto invece dovrò giostrarmi da solo e non ho idea di come muovermi.
Un altro mondo, sì.
M’è capitato di vedere Neil Young in concerto, un paio di settimane fa. Credo lui abbia la risposta.
Una di sicuro la possiede: leggendo la sua autobiografia, ho sottolineato la frase “Se una cosa non è fantastica, lascia perdere”.
È difficile ma vorrei tramutarla in realtà.
Vederlo suonare col sorriso, a sessantanove anni, di per sé è già una di quelle risposte a prescindere. Lo si poteva fotografare in primo piano e spedire il tutto alla Perugina, con scritto “Un’espressione vale più di mille parole”


Comunque. Il progetto è in fase embrionale, diciamo. Vorrei rivestire di nuovo alcuni brani della mia vecchia vita, credo che una spolverata decisa li possa far rivivere. Ma è la parte nuova a elettrizzarmi, per quanto nebulosa.
Che suonare e scrivere testi di per sé è una stupidaggine. Cioè, se una cosa la sa fare pure l’Apicella di turno, non vedo chissà quali problemi insormontabili.
È che vorrei… insomma, qualcuno ha mai letto Oceano Mare?
Ricordate il pittore, Plasson, che dipingeva il mare con il mare?
Ecco, vorrei un qualcosa del genere. A livello di testo, o a livello di ascolto per chi non fa caso alle parole. Credo sia complicato, o forse lo sarà fin quando crederò che lo sia davvero.
Creare canzoni che abbiano una storia, che siano esse stesse un racconto breve, accompagnate da suoni adatti a rimandare l’ascoltatore nell’immaginario della vicenda. Come per la parte psichedelica di Whole lotta love, dove chiudi gli occhi e sei trasportato in un tunnel stile pallina da flipper.
E nello stesso tempo non ho intenzione di creare cose inascoltabili o brani monostrofa alla Dylan/De Andrè (e chi ci riuscirebbe più, tra l’altro…).
Non so, forse stare sul filo tra il cantautore con aspirazioni punk (ma che ascolta in privato i primi dischi di Ruggeri) e i Baustelle senza barba in prima fila al concerto dei Sigur Ros. Creare, per quanto possibile, un nuovo tipo di sonorità. O un altro punto di vista della musica, che a conti fatti è un po’ quello che provo a fare con le parole.
Dipingere il mare con il mare, e con un buon amplificatore resistente all’acqua.
In fondo dicono che per scrivere un romanzo ci si concentra, da buon pugile che fa a botte con le parole, alla resistenza sui dodici round. Dicono anche che il racconto breve dovrebbe stendere il lettore per KO.
Ecco, scrivendo canzoni/storie vorrei puntare a trasformarle in sali per rinvenire.
Anche se l’essermi comprato un programma (Ableton) per registrare tutto da solo manda in panico, mi ci abituerò. Al panico, intendo. Per qualsiasi cosa siamo accerchiati da eserciti di bipedi che ne sanno più, tanto vale approfittarne.
Idee nuove, quindi (e quattro).
Al solito, ho ripensato alla lezione Holden e agli elenchi, dicendomi “E perché non sfruttarlo? È lì.”
Così ne ho preso uno a caso e senza accorgermene la Musa ha lasciato qualche scaglia sul retino, come incoraggiamento (stile il 6- a scuola dopo una sfilza di insufficienze). Ed è uscito un testo, una canzone già pronta per trequarti, dal titolo #ilmare.
Tanto per tornare a Plasson e il suo dipinto.
È la storia di Jenny, una ragazza che passa la vita a osservare gli altri, dissolvendosi nel riparo di una finestra. E si crea una campana di vetro anche quando esce, quando vede il mare, fino al punto di non rendersi conto che la casa in cui abita è crollata.
La parte che mi interessa di più è strumentale e inizia quando la protagonista preferisce aggrapparsi alla boa invece di immergersi a guardare le meraviglie sott’acqua.
Pensavo al la minore ripetuto in loop per rimandare l’ascoltatore alle onde e a un assolo lungo e semi ipnotico che profumi di sabbia bollente, alghe, della finta libertà offerta su cauzione dal pedalò. Cose così. Ci provo, almeno.
Come al solito, è tutta questione di praticità, come per l’amour.
Per dire: avete presente le farfalle nello stomaco?
È dalla lezione degli elenchi che ci penso (sempre per via della foglia eccetera eccetera)
Credo sia una questione di cura, alla base del successo. Ok, detto così fa molto Piccolo Principe con la Rosa, ma all’incirca il significato è quello.
All’inizio le farfalle iniziano a svolazzarti nello stomaco solleticandolo. La sensazione è piacevole, i colori più vividi, le emozioni acquistano nuove forme, pure la sveglia mattutina ha un ché di armonico. E poi, che accade se lasciamo le farfalle al loro destino, senza neppure un trespolo per riposare? Perdono l’equilibrio, poverette. Il solletico si trasforma in eritema, senza una cura più o meno costante.
Le farfalle precipitano ineluttabilmente, bam bam bam dritte nell’inferno dei succhi gastrici.
E se non si curano i sentimenti, le uniche testimonianze degli attimi di felicità saranno sempre e comunque gli attacchi di acidità allo stomaco.
Quindi (e cinque) tempo al tempo, trespolo innaffiatoio moleskine e pazienza sotto braccio, vediamo l’evolversi.
E tanti belli elenchi da trasformare in qualcosa di concreto, che di cose da raccontare ne abbiamo tutti più o meno consapevolmente.
C’è così tanto, là fuori, pronto a essere colto.
Dovrei parlarne pure io, prima o poi.

"Di lei che rigira una foglia secca fissando un foglio bianco.
Del riflesso di una lacrima quando te l’ho raccolta sul dorso della mano.
Del cortometraggio di Bruce Springsteen che ho visto solo per metà al TG.
Del tizio che nasconde soldi nelle spiagge californiane.
Del tavolo che traballa quando scrivo.
Della vita che traballa quando non scrivo.
Del non distinguere l’indaco guardando l’arcobaleno.
Di Zooey che mi porta un piccione sul letto una volta a settimana.
Di quando guardo gli altri scrivere e mi viene voglia di scappare.
Del parco giochi sotto casa pieno d’erbacce, di come i bambini le strappano per tirarsele addosso.
Delle musichette in sala d’attesa dal dentista.
Della Croce del Sud, di quanto sia alienante notare costellazioni non tue quando oltrepassi l’equatore.
Del divenire invisibile quando sporgi lo scontrino del caffè alle commesse dell’Autogrill.
Di quanto sia bello il termine Mellifluo prima di leggerne il significato.
Di Riccardo che lavora con me e ogni tanto sorride da solo e quando chiedo “Che c’è” non sa rispondere.
Di quanto sia tempo perso amare una persona quando ti corrisponde.
Dei finali incomprensibili di certi romanzi.
Delle antenne delle lumache.
Del malditesta che mi prende se so di dover guidare tanto.
Delle voci degli altri quando cammino con l’iPod spento.
Dell’accordatura di Neil Young usata in Cortez the killer.
Della tonalità pastello nei vestiti dei gerarchi nazisti.
Del finale alternativo di Breakin’ bad.
Del rifugio che credevo segreto quando scappavo dall’oratorio e di come mi sento scemo ogni volta che sento le voci di altri bambini provenire da lì.
Della stupidità del “Ora che sei maggiorenne…”
Dei riflessi del marmo rosa nel Campanile di Giotto.
Della ring road islandese.
Della ragazza che annega nei pensieri degli altri.
Del ragazzo che dice di non avere un senso mentre guarda un documentario sull’ornitorinco.
Di quando ti dicono “La vita è una ruota che gira” e sentendoti quella di scorta domandi al nulla dove hai dimenticato le chiavi del bagagliaio.
Del dare per scontato che gli altri siano migliori, senza mai però voler scambiare un tuo giorno con uno loro. Mai.
Del pugile che a metà combattimento si rende conto di non reggere altri round e la consapevolezza lo libera dal dolore.
Di quanto sia stupido stilare elenchi, se mentre li scrivo tu non sei accanto a me."

[…]

Ecco, questo è quanto. E giusto per smentirmi, ho come l’impressione che domani poserò la chitarra per riprendere il romanzo nuovo. Di posare il romanzo nuovo per farmi furbo, beh, non è ancora il momento, ecco.
I capelli bianchi iniziano dal cuore, ma perlomeno finché non li scoprirò in testa potrò fingere che le forze per realizzare i sogni siano più che sufficienti.
“Le cose belle sono proprio dietro l’angolo!”, sentenzia sardonico l’u/oroboro.

ENJOY

martedì 19 novembre 2013

I PALETTI DELL'HATE-TUMN.

SOUNDTRACK OF THE DAY
La canzone della bambina portoghese – Francesco Guccini
The silence – Gamma Ray
La pista anarchica – I Ministri
Nymphetamine – Cradle of Filth


Stavo passeggiando in vista di un rifugio, ora che i colori delle montagne sono finalmente di tonalità pastello, quando ho notato che la via principale è stata puntellata da paletti nelle zone più pericolose. "Un po' come la vita", ho pensato. Quanti paletti ho aggiunto, quanti ne ho sradicati negli ultimi anni? Da fidanzati li chiamiamo compromessi, da single diventano convinzioni, sulla fine restano pur sempre sbarre e modi di (non) fare che delimitano i confini tra il nostro raggio di azione e ciò che sta al di fuori, a ricordarci come un mantra che "sì ok Ulisse era un figo ma vuoi mettere una tazza di cioccolata fumante in casa invece di sfidare le colonne d'Ercole solo soletto?"
Quindi, a cosa porta piantar paletti? «A essere ciò che sei», mi son risposto evitando di calpestare una foglia giallorossoverde.


E da dove nasce l'esigenza di averne? In un periodo dove si viene bombardati da slogan e pubblicità non trovo risposte al motivo dei limiti: cos'è che mi dovrebbe davvero servire per stare bene? Muscoli, una Porsche, una cravatta in tinta con l'henné della fighetta siliconata di turno da ostentare durante l'apericena del venerdì? Boh.
Ho perso di vista molti amici negli ultimi anni - quando succede ti chiedi se davvero lo erano o se tu lo eri per loro - ma l'avere più spazio accanto a disposizione non mi ha fatto avvicinare all'orizzonte di un passo, così come se avessi un Suv anziché la Micra non allungherei di un millimetro il sorriso mattutino di fronte allo specchio.
Mio padre continua a dirmi che oramai a trentatré anni dovrei sistemarmi (com'è già che diceva il saggio? Si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare cattivo esempio?), trovare una donna seria per figliare, che dovrei ammansire la gatta, che se è vero che i sogni finiscono all'alba io mi trovo già in dirittura del pranzo.
Io gli rispondo al solito che sì (e uno), hai ragione!, è solo che ho ancora il viziaccio di innamorarmi delle ragazze fidanzate, di un'attrice che si diverte a scagliare i suoi cuccioli di drago gridando «Dracarys!» - non durerebbe, troppo focosa... - o di chi semplicemente non mi si fila o lo fa per educazione.


Io gli rispondo che sì (e due), la gatta è selvaggia e da qualche mese ostento sulle braccia più cicatrici di un eroinomane, però vuoi mettere condividere gli spazi con qualcuna che dona amore così, d'improvviso, un essere imprevedibile che fa le fusa e quando abbassi le difese ti graffia con aria innocente?


È un po' come l'idea che avevo anni fa di trasferirmi a Rapa Nui: mesi di informazioni e voli pindarici, ok Liuk tieni da parte i soldi e con tremilacinquecento euro riesci a fare un tour del Cile e da lì destinazione Isola di Pasqua, 20/25 gradi ogni giorno dell'anno, Welcome to Paradise e tanti saluti all'italietta delle false convinzioni.
Al solito però il tempo ha iniziato a sradicare alcuni paletti per impiantarne altri, fino a dirmi: Sì, va bene, il mare il sole la quiete e blablabla, ma... e con l'autunno, io che sono scorpione, come faccio? Dov'è l'evoluzione se negli occhi il panorama al risveglio sarà sempre lo stesso? Ricordo che al quarto romantico tramonto consecutivo pure la Grecia mi aveva stufato. È il paradiso, of course, ma forse il paradiso non fa parte di me. Mannaggia a quel maledetto dark side of the moon che allontana dagli ideali seminando di continuo dubbi, che quando sembri convinto di qualcosa spinge l'acceleratore a tavoletta verso un muro e non capisci se è reale o meno... e ogni volta finisci col catapultarti fuori dalla portiera appena in tempo. Il gusto acre di ciò che poteva essere in fondo dura poco, duetre Tequila ed è bello che digerito. Poi si sa, per certe scelte non esiste momento migliore di quello in cui le compi senza pensarci troppo: la notte porta consiglio ma il più delle volte amplifica le indecisioni («Quasi quasi domani mi faccio un tatuaggio» «Risposta sbagliata minchiolo, now or never»).
Ho intenzione di godermi i trentatré anni, adoro i numeri dispari: dividi le azioni in due gruppi, da una parte ciò che reputi giusto dall'altra gli errori e avanzi un annetto che saltella ghignante sfidandoti col dito medio, così lo guardi meglio e ogni volta scopri che ha la tua faccia.
Quindi via Liuk!, anno nuovo significa pur sempre nuova rivoluzione, poco importa se ieri leggendo un libro regalatomi di Tiziano Terzani mi sono imbattuto a pagina 216 in «La rivoluzione è come un bambino; nasce bellino, ma magari dieci anni dopo diventa uno stronzo, gobbo e cattivo.»
In fondo la gioia è proprio lì in attesa di essere scoperta, nascosta come un crotalo all'ombra dei paletti piantati a giustificare inutilmente le nostre rinunce e insicurezze. Si tratta solo di superare la paura dei sonagli e coglierla a occhi chiusi, per il resto "Que sera, sera. Whatever will be, will be", probabile che una volta riaperti ci si scopra meno soli –per quanto questo possa importare, intendo.
Sorridenti, anche, perché no. La vita è bella, pure quando l'autunno termina.
STAY TUNED.


"E poi e poi se ti scopri a ricordare 
ti accorgerai che non te ne importa niente.
E capirai che una sera o una stagione son come lampi 
luci accese e dopo spente.
E capirai che la vera ambiguità è la vita che viviamo, 
il qualcosa che chiamiamo esser uomini.
E poi e poi che quel vizio che ci ucciderà 
non sarà fumare o bere
ma il qualcosa che ti porti dentro 
cioè vivere, vivere, vivere..."