Zooey
ha infoltito il pelo in vista del freddo prossimo venturo e continua
a confondere le mie braccia col tiragraffi.
Le
vetrine dei negozi urlano "Halloween" ma il calendario
sogghigna «È il tuo compleanno Liuk» e l'unica soddisfazione sarà
strappar la pagina con su scritto "ottobre" il giorno
seguente.
In
35 (scritto in lettere mi fa più senso, evito) anni se non altro ho
raggiunto – almeno mi fa piacere credere sia così – alcune
certezze, del tipo:
"O
bianco o nero" mi innervosisce, ma mai quanto le cinquanta
sfumature di grigio. Di conseguenza: l'amore mostra i colori vividi
ma i sentimenti sono in linea di massima daltonici e dopo una più o
meno breve convivenza quando tu dici che qualcosa è blu io dico che
è rossa e se io dico che è arancione tu dici che è verde, quindi
alla soglia dei 35 continuo a sostenere che sia meglio l'LSD
dell'amore. Cromaticamente parlando, perlomeno.
La
scrittura è nata coi sumeri e sta morendo coi somari.
Stupidità
e cattiveria son sorelle a braccetto.
Gli
elenchi numerati mi annoiano, soprattutto quando finiscono pari.
Negli
ultimi anni mi son accadute un po' di cosucce buffe, di quelle che in
teoria dovrebbero insegnare che l'unica cosa certa che si otterrà nel pianificare il
futuro è la consapevolezza di aver sprecato tempo nella pianificazione stessa (ebbene sì, la regola dice che dai 35 puoi scrivere nonsense a
ripetizione, proprio come gli over 70 parlano male ad alta voce
mentre sono in coda al distributore dell'Acea sperando che fornisca
vino e non acqua gassata).
Quando
ai tempi delle superiori leggevo Rimbaud Baricco e compagnia bella
sottobanco mi ripetevo che da grande sarei diventato un rocker, uno
di quelli che la gente mentre sfoglia i testi pensa "ammappete che
profondità!, più profondi del fondo degli occhi della notte del
pianto", per dirla alla De Andrè. E per un po' lo sono stato,
un fottuto rocker, almeno fino a quando lo scrivere i testi non m'è
venuto a noia. E a pensarci ora, io che per anni mi addormentavo
giusto per sognarmi sul palco, è paradossale.
Ma
that's life, e nascere il 31 ottobre (ebbene sì: sono nato nella
notte delle zucche e le zucche sono dolciastre. Sì, esatto, proprio
come il sangue, embè?) include portarsi appresso l'essere scorpione,
e cioè confrontarsi col ---> "ti senti realizzato? Bene,
allora resetta tutto e reinventati che se no ti rammollisci in tempo
zero."
E
questa è la genesi del liuk-che-scrive, dove la sfida iniziale era
pressappoco il realizzare un romanzo che non perdesse il ritmo
dall'inizio alla fine, una sorta di lungo testo musicale. E dal
momento che scrivere è 'na faticaccia della madosca, son andato giù
di corsi alla Holden, ho visitato/vissuto più luoghi possibili del
globo terracqueo – e che cavolo, uno scrittore per prima cosa deve
sapere e non per sentito dire – e mi son confrontato con un bel po'
di teste pensanti, alcune pure carine, tra l'altro. Tutto questo per
poi dirmi: occhèi, adesso inventa un personaggio di quelli
edificanti e dì ciò che pensi.
Per
fortuna poi non è successo così, dal momento che:
I personaggi escono dai polpastrelli quando caspita vogliono loro, non
c'è santo che tenga.
Pensare
non è il verbo che mi rappresenta meglio.
Alla
fine della fiera da quando sono entrato negli -enta ho creato
principalmente quattro personaggi ma per paradosso sono stati loro
a insegnarmi la vita, non il contrario. A volte mi domando se non
siano proprio loro a comandare in silenzio i gesti che con la
scrittura li costringo a compiere. Da uscirci pazzo, non so se rendo
l'idea. Ma poi, chissenefrega.
Sì,
capito, sto perdendo il filo.
Dicevo:
scrivere è reinventarsi.
L'unico
paletto che mi impongo quando creo frasi in un romanzo è scordare me
stesso, per il resto non ho regole: se voglio aggiungere un due punti
qui: lo aggiungo. Oppure che ne so, una virgola ad cazzum giusto per
spezzare il ritmo della, frase? Fatto.
Il
primo romanzo Per Adesso No è nato così, una
esigenza, in stile «Ma scusa ti stavo parlando della fisica
quantistica, perché mi hai baciata?» «Così, mi andava di farlo.»
Uno
dei protagonisti dice "Più denso della Verità è l'Amore. E
più dell'Amore è la Vendetta".
Caspita.
Quello
che sto scrivendo ora – La creazione dell'Autunno – è più libero. Anche lì però sono i tre
personaggi principali a muovere i fili, io sì è vero lo sto
scrivendo eppure spesso mi sento più burattino che burattinaio, ma
va benissimo così.
Proprio
come dei seguaci di Quelo suggeriscono di non fossilizzarmi troppo
nel ricercare le risposte ("La risposta è dentro di te epperò
è sbagliata.")
Uno
dei tre continua a dirmi che dovrei lavorare sulle domande, "ma
fai attenzione liuk!, le domande migliori sono scivolose, sfuggono
come le code delle aurore boreali, tu le intravedi ma tempo di
abbassare lo sguardo per preparare la reflex e loro son già via
chissà dove, ste infami!"
Un
altro dei tre invece mi ha fatto scrivere un qualcosa tipo "Se
qualcuno eliminasse Speranza dal vocabolario, in quanto tempo
sparirebbe dalla nostra vita?"
A
saperla, la risposta!
Magari
verso la fine del romanzo mi lancerà qualche indizio, incrocio le
dita –non troppo se no a scrivere impiego il doppio del tempo.
Ma
va beh, un passo alla volta.
In
fondo siam quasi in quel di Halloween e mentre la gentaglia si
crederà ganza con due canini affilati o un cappello da strega io mi
limiterò ad augurarmi buon compleanno.
Un
po' più consapevole dei miei obiettivi, se non altro.
Ognuno
ha il titolo nobiliare che si merita, no?
Zio
Charles Baudelaire, per dirne uno, era "comme le roi d'un pays
pluvieux".
O
che ne so, Adriano Celentano è "il Re degli Ignoranti".
E
io, beh, essendo nato il 31 ottobre ogni volta che mi guardo intorno
(e allo specchio) sono sempre più consapevole di essere l'Imperatore
delle Zucche Vuote.
P.s.
Quando terminerò la stesura di "La creazione dell'Autunno"
giurin giurello che vi farò un fischio. Una casa editrice seria la troverò, sìssì. Vi piacerà 'na cifra questo
romanzo, #sapevatelo.
"Ci sono alcuni fatti
evidenti": mi piace pensare fosse una delle frasi preferite di
Escobar.
Io
però mi limito a scrivere un romanzo –e da come mi sta sciupando
per quanto ne so è IL romanzo.
Anche
Zooey, quando zampetta tra gli appunti, mi graffia in quel modo che
fa tanto "sì meow attieniti ai fatti e non cedere".
Ci
sono i personaggi principali, per dirne uno. Tre, questa volta, e
ingarbuglia più di quanto credessi l'intreccio delle parole che dai
polpastrelli diventano inchiostro per terminare frasi di senso
compiuto.
C'è
un titolo definitivo, almeno quello!, per dirne un altro.
Il
titolo è "La creazione dell'Autunno", che a leggerlo con
quest'afa già pare un buon auspicio.
C'è
l'Islanda con la sua magia, tanto per aggiungere.
E
poi c'è lei, Elín, la protagonista femminile, che dei tre è la più
complicata di tutte le sfide. Elín ha vent'anni e di aspettare che
il piatto della vendetta si raffreddi proprio non ne vuole sapere.
Ogni tanto provo a farla ragionare, le dico che la fretta non è
cattiva consigliera solo se ti chiami Usain Bolt ma niente, si
rifugia nella sua distorta idea di meditazione e non mi ascolta
mezzo.
Come
non adorarla?
Assomiglia
pure a Emilia Clarke, c'est tout dire.
Gli
altri due, Richard e Jón Haust (Haust in islandese significa
Autunno) sono più malleabili, per ora. Dico per ora perché quando
esploro la stanza dove Jón Haust dipinge mi pare di scorgere
movimenti tra gli sguardi dei personaggi nei quadri. Boh, meglio
stare all'erta quando scrivo di lui, meglio attivare il correttore
automatico mentre ricopio su word i capitoli.
Se
"mai fidarsi di se stessi" è un buon consiglio, figurarsi
per ciò che si crea su carta: vale doppio.
E
comunque.
I
percorsi dei tre si intrecceranno, almeno spero, a causa di un
avvenimento esterno che blablabla e ancora bla e lì porterà a
trovare una risposta plausibile alla domanda che eccetera eccetera
(sì sì sì devo pensarci su bene).
Il
fatto è che non resisto, Elín mi fissa in sogno pronta a scagliarmi
una tigre contro se non la spammo via etere al più presto. Ergo,
eccola nel suo primo capitolo in tutta la sua rabbia caramellata.
Io
tra l'altro sono alla ricerca di lettori per le prime bozze del
romanzo, devo comprendere cosa limare e dove insistere. Se hai
tempo libero...
E
adesso, col primo capitolo in attesa, guardiamoci allo specchio in
stile Saul Goodman, un bel respiro e: Showtime!
Buona
estate –o per chi al momento non ha ferie come me, buon Autan.
ELÍN KALIDÓTTIR
PARTE PRIMA: LA FAME.
01.
Il
Maestro dice «Om», sentenzia «Le tue palpebre si fanno sempre più
pesanti, sempre più pesanti», rivela «Prova ad aprire gli occhi ma non
puoi, prova ad aprire gli occhi ma non puoi».
Elín
non ha bisogno di vedere, i battiti accelerati dei bavosi seduti in
ordine sparso dietro di lei sono fin troppo echeggianti, tu-tum tu-tum a
riempire lo spazio dei loro pensieri in mille posizioni da omini di
lego porno chic. Lei sarebbe la Bella Addormentata e Vogliosa nel bosco,
alle altre presenti non resta neppure lo spazio per minuscole
comparsate. Pace e bene, sorelle. Le gocce di sudore dei maschi accanto
cadono sui tappetini new age prestati dalla Scuola del Maestro e a Elín
non serve saper interpretare il codice morse per intuire le parole che
il plick plick delle loro fronti e mani unte stanno battendo a turno:
“Puttana” compongono. “Succhiamelo”. E anche: “Godo” “Troia” “Vengo”.
Mantenendo le gambe incrociate si liscia gli shorts gialli con la mano
destra; gli occhi chiusi le fanno notare pieghe del tessuto e i
minuscoli avvallamenti di quando incontra la pelle dura dei
polpastrelli, residui del suo trascorso da provinciale.
Godete, maiali schifosi. Volete aprire gli occhi e guardarmi, lo so.
Il Maestro ripete, zigzagando tra le file:
«I vostri piedi camminano sull'erba, state camminando sull'erba»,
«Vi sentite rilassati, sempre più rilassati»,
«Om.»
Dal
fondo della stanza proviene uno starnuto soffocato, di quelli che
rovinano la concentrazione a mezza classe, l'etcì interrotto che
richiede sforzo sia per trattenerlo che per fingere di non averlo udito.
Se solo il Maestro avesse usato parole come "Il vostro naso non esiste", il raffreddore sarebbe un ricordo lontano.
Forse però è più di un raffreddore: allergia, ipotizza Elín. O una di quelle malattie mortali che si trasmette con un semplice starnuto.
Ebola 2.0 Deluxe Edition.
Immagina
le gocce impregnate di virus saltellare sulle teste degli allievi prima
di inocularsi sottopelle. Potrebbero morire tutti a breve senza una
spiegazione e la loro unica colpa sarà di possedere narici.
La mia unica colpa è di trovarmi a quasi 500 chilometri da casa.
A detta del Maestro, la colpa di Elín è di essere desiderata dalla totalità degli uomini presenti nella stanza, lui compreso.
Prendi me, virus. Rendimi libera. O ti annienterò.
Il Maestro esorta «Tutti insieme: Om.»
Ventisette bocche, ventisei bocche più le labbra carnose di Elín, ripetono: «Om.»
Elín
si immagina la Paziente Zero della prossima pandemia, la Madre del
Caos, coi suoi capelli biondi raccolti in una treccia giù lungo la
schiena, irresistibile nella tunica color perla e accecata dai flash dei
riflettori.
Microfoni
che si accavallano sul tavolo, giornalisti feriti e sgomitanti contro
le vetrate antiproiettile che la dividono dal resto del mondo. Uomini
che la vorrebbero violare, uomini col volto di suo zio.
Lei, Elín.
Elín il Virus Letale.
«Vi
chiederete se ci sarà salvezza», annuncerà in mondovisione con la voce
suadente di chi canticchia l'ultima ninna nanna all'umanità.
«La risposta è no.»
Pausa. Respiro. Pausa. Occhiata compiaciuta alle vetrate. Respiri spezzati che appannano la visuale.
«Vi chiederete perché ho deciso di infettarvi», dirà.
Pausa, immagina i traduttori simultanei. I sottotitoli a Panasonic Square. I gelati che colano tra le mani.
«Perché vi odio tutti. Tutti. Perciò morirete. Oggi. O forse siete già morti. Come me. Non ricordi? Non ricordate?»
Elín la Distruttrice. Elín, il nome finale che nessun libro ripeterà.
HIV, Sars, Aviaria, Peste Bubbonica, Tubercolosi, Febbre Gialla, Prepotenza Maschile. E infine, Elín.
L'idea
di una resa dei conti le solletica l’inguine e si tocca a controllare
eventuali punti di sutura riaffiorati dal passato, ma sotto i
pantaloncini non sente che la liscia superficie della vittoria. Vorrebbe
ubriacarsi con sorsate di vendetta senza il boccaglio dell'abitudine,
spremere il cervello fino a far gocciolare via i brutti ricordi.
Trattiene
invece il respiro aggrottando le sopracciglia all'ingiù, come fosse per
davvero concentrata nella meditazione, nella ricerca di sé. Om.
Moriranno. E io sarò il virus, la malattia e l'effetto placebo.
Elín la Willy Wonka dello sterminio.
Moriranno tutti.
Riprende
fiato col naso e mentre la cassa toracica espone in vetrina le curve
pensa a chi la aspetta a casa, su ai limiti del circolo polare. Tutti
significa anche lui?
Visualizzarlo è un rasoio che trancia le vene alla rabbia: non va bene, non può permettersi distrazioni.
Non ora, non qui. Non dissanguarmi l'odio, amore mio. Una volta secca, troverai nient'altro che me.
«La risposta è già dentro di voi» pronuncia il Maestro dalla porta d'ingresso,
«Sentite l’energia che vi sale dai piedi fino ai polpacci, li sentite forti, sempre più forti»,
«Om.»
Elín
prova a focalizzare un grumo di energia su per le caviglie ma immagina
la massa tumorale con cui ha convissuto sua madre, desiste.
Socchiude
l’occhio sinistro, quel poco che basta per intravedere lo spazio di
fronte: come sospettava, il Maestro ha lo sguardo fisso sulla sua
scollatura. Potrebbe spalancare gli occhi che manco se ne accorgerebbe,
tutto preso a immaginare il diametro dei capezzoli.
Patetico. Patetico, om.
L'ombra si allontana, sente l’eco di qualche “sì” dal Maestro intento a giudicare la postura di ognuno.
Elín aspetta che i passi siano distanti ed entra in apnea per forzare gli addominali e non pensare a nulla. Non pensare a lui. Il pensiero è la fine delle buone intenzioni.
Così,
mentre i polmoni chiedono aria, quel punto di energia che dovrebbe
indurire i polpacci si trasforma in immagini da bruciare prima che sia
troppo tardi, prima che la paura di non riuscire a vendicarsi con
l’umanità torni a bussare forte.
Io sono Elín Kalidóttir. Kali, come la dea.
Io sono Elín ma puoi chiamarmi La Morte. Puoi chiamarmi come preferisci, io non ti risponderò.
Il Maestro batte le mani tre volte, esclama «Bene. Bravi. Vi sentite pieni di energia»,
suggerisce «Provate ad aprire gli occhi, le vostre palpebre sono sempre più leggere, sempre più leggere»,
conclude «Benissimo. Bravissimi. Il cestino delle offerte è al solito posto. Rialzatevi, ora.»
E
ventisette allievi, ventisei più la Bella Addormentata, tornano al loro
essere bipedi, ai loro frigoriferi zeppi di cibi aromatizzati col nulla
scintillante.
Elín
guarda sfilare gli uomini che lanciano le ultime occhiate di sbieco al
suo fondoschiena, passa la lingua per bagnarsi le labbra fingendosi
sovrappensiero, una devota alla meditazione.
Prima
di uscire accenna un sorriso di cortesia avvicinandosi al Maestro;
l'uomo si volta piegando appena il capo prima di tornare al conteggio
delle mance raccolte, senza accorgersi che qualche banconota è già al
sicuro tra le curve della ragazza.
Sai no: l’amaro in bocca, le labbra spaccate, un
senso di boh nel ricordare almeno un sogno, le ferite provocate da
Zooey durante il dormiveglia che non si rimarginano in fretta, le stesse montagne dietro la finestra, cose
così.
Su internet ho letto che potrebbe essere rabbia, ma
al di là della concezione poetica da nipotino di Palahniuk della
rabbia in sé, non credo sia questa la causa. Tremarella, piuttosto.
Sindrome da Conto alla Rovescia.
Dopo anni di viaggi – amori -
concerti attivi&passivi - romanzi letti&scritti - addii e
baci rubati sotto la pioggia, a torto mi sento un po’ come
l’alpinista che intravede la cima, il Re del Nord che conquista la
barriera, Gunma Akagi che supera l’ombra. Il paradosso è che al
solito la fifa mi riempie di energia - tra l'altro è primavera e gli ormoni sono mentos & coca cola a braccetto – ed è
imbarazzante far discorsi seriosi sulla legge di Planck o i testi dei
baustelle o lo shiatsu, atteggiarsi da artista sorseggiando cocktail
con lei e nel mentre pensare al sapore che potrebbero avere le sue
labbra. Ma succede, that’s life.
Mi aspetta il viaggio che ho sempre sognato (e con sempre intendo 'già dal periodo delle elementari', duetre vite fa
oramai..) e invece di godermi l’attesa o le situazioni da manga che mi potrebbero capitare le uniche domande che mi
gironzolano in testa sono una sfilza di fastidiosissimi “e poi?”.
E poi: e se mi svegliassi al mattino seguente,
quello dopo aver completato ‘il quadro’ dei viaggi che sentivo
necessari, scoprendo di non avere chiodi pareti o una cornice decente
per appendere i ricordi nella memoria? E poi: appenderli per fare
cosa? E poi: Per contare i granelli di polvere che si accumuleranno?
E poi: a cosa serve realizzare i sogni? E poi: quanto sono originali
i desideri? E poi: dormi liuk, va’, è meglio.
Certo, posso continuare a trascorrere la pausa
pranzo al laghetto con la compagnia di un taccuino e una ventina di
anatre che in fin dei conti fa tanto giovane Holden, però insomma!,
ho trentaquattro anni e le anatre non sbiadiscono, i sogni, quelli
sì.
Andrò laggiù (wow wow wow wow non mi sembra vero!), a completare una ricerca iniziata
otto anni fa sulla ring road islandese. Fremo, sìssì. Me l'ero promesso: apri cuore e anima a ciò che sta oltre la tua valle e quando sarà il momento, prima di sistemarti, cammina per i sentieri di filosofi e samurai.
A breve i ciliegi fioriranno, ne vedrò a
centinaia!, sarà una battaglia silenziosa tra liuk e la banda dei
diecimila petali –e a ognuno darò un nome, perché in fondo a cosa
serve accumulare esperienza se poi la si tiene nel cassetto quando
serve?
Mischierò le sfumature del rosa col sangue rappreso per le
strade di Kathmandu.
Col mascara colante di quel ghepardo kenyota che
sorrideva ai cuccioli.
Col rosso aragosta dell’alba alla Monument
Valley.
Col bianco sporco dell’intonaco sulle vecchie pareti
holdeniane.
Le renderò un pizzico malinconiche come le gambe aperte
di una mia ex.
Saranno imperscrutabili come l’inchiostro che mi
colava fino al gomito mentre scrivevo il capitolo dei dialoghi in Per Adesso No.
Saranno abbaglianti come le luci che mi escludevano
l’orizzonte mentre suonavo sul palco dell’Hiroshima.
Blu ghiaccio
come la meth di Walter White e la mia t shirt presa all'ultimo
concerto di Neil Young.
Cose così.
Il desiderio è di tornare a casa con un restyling
di me meno tendente all’infelicità; certo io e le aspettative non
andiam d’accordo ma tant’è, anche la sfortuna non è
infallibile.
Cancellare con la gomma pane i puntini sulle i che ho
continuato a mettere sui sentimenti durante gli anni.
Dire che “Ok
liuk hai tenuto fede alla promessa che ti eri fatto allora, in fondo
non sei poi così una cattiva persona. Se non avessi avuto il
coraggio di intraprendere quest'ultimo viaggio, un giorno ti saresti trovato a bofonchiare giustificazioni fittizie sulle tue mancanze e la tua ipotetica futurissima figlia avrebbe intuito che dietro alle tante delicate
parole da scrittore si nasconde un uomo, un padre, che non ha avuto
il coraggio di affrontare il suo sogno. E sì, finirebbe col provare compassione. E si allontanerà. L'estremo oriente, il traguardo, lo dovevi a te stesso. Sorridi ora, lei,
lei sarà fiera di te.”
Mancano pochi giorni eppure è come se fossi già
laggiù (il viaggio inizia prima della partenza, diceva qualcuno).
Sto a un passo dal fermarmi a ruminare il passato e iniziare ad
accettare il fatto che non sono più un ragazzino. Brrrrr. Tornerò con un
flacone di super attack & buone intenzioni, l’ennesimo liuk 2.0
sempre più consapevole di un qualcosa che non so (il Nepal mi ha
insegnato quanto sia necessaria l’entropia dell’anima, senza però
spiegarmi il significato di entropia e anima…) e affascinante come
ciò che sta per sfiorire.
Chissà cosa succederà: ogni viaggio è
un’incognita che mi aiuta a convivere con le mie storture, anche se
a causa loro la Musa mi ha liquidato da quasi un anno oramai.
Fa
male, ma da buon lemming devo continuare a muovermi verso l’ignoto.
Affanculo tutto, la pentola d’oro alla fine dell’arcobaleno la
troverò!, me lo sono promesso tempo addietro.
Magari è nascosta
dietro l’entrata di un ryokan o tra le pagine di un manga, e che ne
so.
Meglio controllare :-)
Il resto non conta, è fuffa, è ‘Progresso’ &
‘Riforma’ in bocca al politico di turno.
La vita è altrove.
La
vita è oscena.
E il mio futuro prossimo è lì, dove deve essere:
verso oriente.
Mi sta aspettando da anni, come la morte.
Piuttosto: Musa o non Musa – chissà se un giorno
mi parlerà ancora? – il nuovo romanzo ambientato tra Husavík e il
Maine piano piano procede. L’idea è di riprendere anche il primo e
restaurarlo per trovare un nuovo editore (questa volta serio) che lo
renda cartaceo ma non ho fretta, ora è l’attuale “La creazione
dell’Autunno” a comprimermi i polpastrelli. I personaggi
principali sono tre, bella sfida eh? Si tratta di Jón Haust
(l’Onirico), Richard (l’Alcolizzato) ed Elín (la Rancorosa, che
tra l’altro ho abbozzato durante una sosta alla Freak Street di
Kathmandu e mi garba parecchio). Mi stanno insegnando molto,
sull’autunno l’amore la disillusione i colori i virus le lumache le costellazioni e tutte quelle cose che
ancora non comprendo appieno.
“Liuk stai scavando in profondità", direbbero i sapienti. O forse Enrico la talpa --non sono bravo con le
citazioni.
Comunque sia son preso bene dall’evolversi del tutto, sono forte quando scrivo. È un altro modo per viaggiare, in fondo.
Chissà, forse i paesaggi del paese che visiterò saranno utili anche per
questo, mi doneranno ulteriori occhi nuovi (ebbene sì, i polifemi non
sono bravi scrittori.)
L'idea è di essere un tutt'uno con la natura che è un po' il concetto base dello shintoismo (anche se da profano mi pare più wiccan...); non vedo l'ora di interrogare i sacerdoti - o come si chiamano laggiù - in merito, magari dopo aver assistito a un allenamento di sumo giusto per sentirmi ancora più samurai (lo stuzzicadente, intendo). Sono curiosisssssimo!
E niente, c’est tout.
Chiudo gli occhi,
deglutisco,
non immagino più
nulla,
c’è una voce che mi chiama e non so distinguerla,
forse sei
tu.
Ora basta divagare,
c’è una mini valigia da preparare,
moleskine da riempire,
vita da bruciare,
punti interrogativi da
cancellare,
parentesi da chiudere
e una foto in Radiohead style da farmi scattare...
A testa alta e col sorriso verso l’ignoto, mentre aggiungo un altro passo verso l'orizzonte.
Ora e
per sempre: people rockin’ in a free world.
Quindi,
da buon uroboro (o forse oroboro? Comunque, quella cosa lì), i cumulonembi
estivi mi hanno rovesciato addosso gocce di pioggia e mestolate di apatia,
tanto da scivolare al punto zero. Ma quel punto zero che è dentro di noi, un
po’ differente dalla matematica. È più la concezione di aver fatto
involontariamente un passo indietro pur mantenendo lo sguardo in avanti, credo
che su questo modo di vivere molti coreografi abbiano ideato decine di balli
estivi (un passo in avanti, un passo in avanti, un passo indietro, un passo
in avanti e hop!, unduettrèquattro e giro…)
Quindi
(e due) dopo un paio di settimane e chiedermi come poter scrollare il tutto,
arriva un messaggio dalla Giorgia su una giornata aggratis all’I-Scream
sponsorizzata dalla Holden, una di quelle folgorazioni che ti fan dimenticare i
“perché” e li sostituiscono coi “perché no?”
A
lezione, dunque. E son stato pure fortunato, che a spiegare c’era la Lucia,
davvero grandiosa! Voglio dire: rendere interessante già dal principio l’Ode al
pomodoro non rientra tra le cose più semplici, perlomeno per me. È stata una
lezione clandestina, di occhiate invisibili e gesti che si sono appiccicati a
mò di post-it senza chiedere permesso –come la maggior parte delle cose belle e
significative, in fondo.
C’erano
foglie accartocciate, brividi a tradimento e tanti tanti elenchi sinceri, un
riordino mentale sulle cose che ognuno di noi ha, o quantomeno crede di avere,
da dire.
Poi,
il caso.
Libromania
- sì sì, la casa editrice dell’ebook, casomai qualcuno ancora non lo sapesse...
- ha parlato di un concorso su Rai Radio1 di nome Plot Machine, dicendo che per
partecipare bastava inoltrare un racconto breve con a tema i social network o
la radio.
Senza
pensarci – e d’altronde col mio telefonino che continua a non chiamarsi
smartphone la scelta è stata ovvia – ho provato a sfruttare l’onda lunga made
in Holden ampliando un punto dell’elenco di Lucia. Così, anche se per via di
una foglia fuori stagione ho continuato a pensare a tutt’altro, è uscito dal
punto 15 quello che ora i più chiamano “Il racconto di Riccardino.” Tra l’altro
nelle votazioni libromania mi ha sostenuto, son dettagli che fanno molto
piacere visto che nel loro progetto ci credo.
E
niente, per ridere ho pensato di chiudere il cerchio (sempre da buon u/oroboro)
e rendere il racconto in stile Salinger, senza pretese.
Invece:
mi hanno telefonato dalla radio, alle 5 di pomeriggio, con chiamata anonima –e
ho pure risposto! L'hanno letto in diretta, con una voce di quelle che rimangono, è stata una soddisfazione, davvero. Alla
fine per motivi sconosciuti son arrivato secondo nazionale e non so come
prendere il risultato, ma un po’ tutti dicono “è un ottimo piazzamento” quindi
(e tre) credo sia andata bene.
"Meglio
che primo”: di solito rispondo così.
Il
programma è stato divertente, in più l'assemblamento in una storia di vari
tweet in tempo reale è stata affidata a Chiara Marchelli, e se qualcuno ha
tempo di leggere la sua biografia, parla per lei.
Mi
sembra sempre una ladrata vedere il nome in una classifica, non so come
spiegare. Sono abituato alle stroncature sul romanzo, non ai complimenti. E iniziavo
ad abituarmici, ecco; ci saranno sempre le critiche, per fortuna.
Scrivere
vuol anche dire sputare i propri sentimenti su un foglio, e quanto orribile
sarebbe scoprirli condivisi da tutti? L’opinione contraria è un sintomo che non
si sta scrivendo qualcosa di ovvio, se non altro. Poi
sta allo scrittore distinguere le critiche al testo da quelle alla persona, ma
questa è un’altra storia.
Di
solito quando ho un libro sottomano e mi chiedono il nome dell’autore, le
risposte sono
A)
ah sì lui mi piace, ho letto qualcosa
B)
ma chi? Quello? Che schifo! Pensa che una volta ha scritto “blablabla” e
diceva che “blablabla”, per non parlare di quella volta in tv quando ha
detto che “blablabla…”
Sì,
passa il tempo ma “Chi disprezza compra” resta sul podio degli intramontabili.
Sono a metà dell’opera, mi affido alle strategie di libromania per il
“compra”.
(Nel
dubbio, il link Per Adesso No. è lì ad aspettarti) :-)
Fa
strano abbandonare un romanzo quando ancora non lo si vede camminare da solo,
ma la Musa è stronza e come questo tempaccio estivo se ne frega dei programmi
altrui.
Cooomunque,
il racconto era appunto scritto pensando ad altro, non capisco come possano
averlo scelto. Ma liuk!, non farti fisime e raccogli, invece di sparare frasi
da fighetto stile “Io non miro al numero uno. Il mio obiettivo è battere il
numero uno”
Buon
periodo, dunque. E cosa fa l’idiota quando le cose iniziano a migliorare?
Ho
dato un colpo alla Bussola delle Buone Intenzioni fino a quando l’ago si è
spostato da “Scrittura” a “Musica”.
Non
so, ho l’idea che sia il momento di stoppare il nuovo romanzo; visto che stavo
trattando di autunno, lacrime e foglie che ingialliscono, gli ultimi
avvenimenti casuali mi hanno un attimo distolto l’attenzione, mettiamola così.
Le coincidenze esistono in ferrovia, per quanto ne so.
Lascio
quel centinaio di pagine a svolazzarmi in testa ricomponendosi come
preferiscono, che tanto quando dico “smetto di scrivere” ho la credibilità dei
tossici sotto casa.
E
poi il primo romanzo è stata una necessità, col secondo vorrei ragionarci su.
Un finto stop, ecco. Solo per il gusto di non creare aspettative a me
stesso.
Ho
tolto i chiodi alla Musa e ora aspetto che smetta di svolazzarmi intorno per
ripicca, devo avere pazienza e riannodare con cura il retino.
È
che negli ultimi tempi i sogni di quando mi inciampavo tra i cavi degli
amplificatori sul palco si stanno rifacendo vivi. Entrano e non chiedono ‘per
favore’, o se c’è qualche altro sogno in composizione.
Trovo
che suonare sia più solitario rispetto alla scrittura, anche perché la chitarra
la suono in casa mentre il moleskine lo imbratto al bar.
Un
altro passo indietro con sguardo in avanti, a pensarci ora.
La
cosa buffa è che in questi dieci anni è cambiato un po’ tutto, per quanto mi
riguarda: ricordo di non aver mai partecipato, per pigrizia, a un soundcheck. O
il solito “sì sì” quando il fonico di turno mi chiedeva se i suoni erano
bilanciati. Volevo solo salire sul palco, rivestirmi di una nuova personalità e
tanti saluti. Adesso che ho in testa un progetto invece dovrò giostrarmi da
solo e non ho idea di come muovermi.
Un
altro mondo, sì.
M’è
capitato di vedere Neil Young in concerto, un paio di settimane fa. Credo lui
abbia la risposta.
Una
di sicuro la possiede: leggendo la sua autobiografia, ho sottolineato la frase
“Se una cosa non è fantastica, lascia perdere”.
È
difficile ma vorrei tramutarla in realtà.
Vederlo
suonare col sorriso, a sessantanove anni, di per sé è già una di quelle
risposte a prescindere. Lo si poteva fotografare in primo piano e spedire il
tutto alla Perugina, con scritto “Un’espressione vale più di mille parole”
Comunque.
Il progetto è in fase embrionale, diciamo. Vorrei rivestire di nuovo alcuni
brani della mia vecchia vita, credo che una spolverata decisa li possa far
rivivere. Ma è la parte nuova a elettrizzarmi, per quanto nebulosa.
Che
suonare e scrivere testi di per sé è una stupidaggine. Cioè, se una cosa la sa
fare pure l’Apicella di turno, non vedo chissà quali problemi insormontabili.
È
che vorrei… insomma, qualcuno ha mai letto Oceano Mare?
Ricordate
il pittore, Plasson, che dipingeva il mare con il mare?
Ecco,
vorrei un qualcosa del genere. A livello di testo, o a livello di ascolto per
chi non fa caso alle parole. Credo sia complicato, o forse lo sarà fin quando
crederò che lo sia davvero.
Creare
canzoni che abbiano una storia, che siano esse stesse un racconto breve,
accompagnate da suoni adatti a rimandare l’ascoltatore nell’immaginario della
vicenda. Come per la parte psichedelica di Whole lotta love, dove chiudi gli
occhi e sei trasportato in un tunnel stile pallina da flipper.
E
nello stesso tempo non ho intenzione di creare cose inascoltabili o brani
monostrofa alla Dylan/De Andrè (e chi ci riuscirebbe più, tra l’altro…).
Non
so, forse stare sul filo tra il cantautore con aspirazioni punk (ma che ascolta
in privato i primi dischi di Ruggeri) e i Baustelle senza barba in prima fila
al concerto dei Sigur Ros. Creare, per quanto possibile, un nuovo tipo di
sonorità. O un altro punto di vista della musica, che a conti fatti è un po’
quello che provo a fare con le parole.
Dipingere
il mare con il mare, e con un buon amplificatore resistente all’acqua.
In
fondo dicono che per scrivere un romanzo ci si concentra, da buon pugile che fa
a botte con le parole, alla resistenza sui dodici round. Dicono anche che il
racconto breve dovrebbe stendere il lettore per KO.
Ecco,
scrivendo canzoni/storie vorrei puntare a trasformarle in sali per rinvenire.
Anche
se l’essermi comprato un programma (Ableton) per registrare tutto da solo manda
in panico, mi ci abituerò. Al panico, intendo. Per qualsiasi cosa siamo
accerchiati da eserciti di bipedi che ne sanno più, tanto vale approfittarne.
Idee
nuove, quindi (e quattro).
Al
solito, ho ripensato alla lezione Holden e agli elenchi, dicendomi “E perché
non sfruttarlo? È lì.”
Così
ne ho preso uno a caso e senza accorgermene la Musa ha lasciato qualche scaglia
sul retino, come incoraggiamento (stile il 6- a scuola dopo una sfilza di
insufficienze). Ed è uscito un testo, una canzone già pronta per trequarti, dal
titolo #ilmare.
Tanto
per tornare a Plasson e il suo dipinto.
È
la storia di Jenny, una ragazza che passa la vita a osservare gli altri,
dissolvendosi nel riparo di una finestra. E si crea una campana di vetro anche
quando esce, quando vede il mare, fino al punto di non rendersi conto che la
casa in cui abita è crollata.
La
parte che mi interessa di più è strumentale e inizia quando la protagonista
preferisce aggrapparsi alla boa invece di immergersi a guardare le meraviglie
sott’acqua.
Pensavo
al la minore ripetuto in loop per rimandare l’ascoltatore alle onde e a un
assolo lungo e semi ipnotico che profumi di sabbia bollente, alghe, della finta
libertà offerta su cauzione dal pedalò. Cose così. Ci provo, almeno.
Come
al solito, è tutta questione di praticità, come per l’amour.
Per
dire: avete presente le farfalle nello stomaco?
È
dalla lezione degli elenchi che ci penso (sempre per via della foglia eccetera
eccetera)
Credo
sia una questione di cura, alla base del successo. Ok, detto così fa molto
Piccolo Principe con la Rosa, ma all’incirca il significato è quello.
All’inizio
le farfalle iniziano a svolazzarti nello stomaco solleticandolo. La sensazione
è piacevole, i colori più vividi, le emozioni acquistano nuove forme, pure la
sveglia mattutina ha un ché di armonico. E poi, che accade se lasciamo le
farfalle al loro destino, senza neppure un trespolo per riposare? Perdono
l’equilibrio, poverette. Il solletico si trasforma in eritema, senza una cura
più o meno costante.
Le
farfalle precipitano ineluttabilmente, bam bam bam dritte nell’inferno
dei succhi gastrici.
E
se non si curano i sentimenti, le uniche testimonianze degli attimi di felicità
saranno sempre e comunque gli attacchi di acidità allo stomaco.
Quindi
(e cinque) tempo al tempo, trespolo innaffiatoio moleskine e pazienza sotto
braccio, vediamo l’evolversi.
E
tanti belli elenchi da trasformare in qualcosa di concreto, che di cose da
raccontare ne abbiamo tutti più o meno consapevolmente.
C’è
così tanto, là fuori, pronto a essere colto.
Dovrei
parlarne pure io, prima o poi.
"Di
lei che rigira una foglia secca fissando un foglio bianco.
Del
riflesso di una lacrima quando te l’ho raccolta sul dorso della mano.
Del
cortometraggio di Bruce Springsteen che ho visto solo per metà al TG.
Del
tizio che nasconde soldi nelle spiagge californiane.
Del
tavolo che traballa quando scrivo.
Della
vita che traballa quando non scrivo.
Del
non distinguere l’indaco guardando l’arcobaleno.
Di
Zooey che mi porta un piccione sul letto una volta a settimana.
Di
quando guardo gli altri scrivere e mi viene voglia di scappare.
Del
parco giochi sotto casa pieno d’erbacce, di come i bambini le strappano per
tirarsele addosso.
Delle
musichette in sala d’attesa dal dentista.
Della
Croce del Sud, di quanto sia alienante notare costellazioni non tue quando
oltrepassi l’equatore.
Del
divenire invisibile quando sporgi lo scontrino del caffè alle commesse
dell’Autogrill.
Di
quanto sia bello il termine Mellifluo prima di leggerne il significato.
Di
Riccardo che lavora con me e ogni tanto sorride da solo e quando chiedo “Che
c’è” non sa rispondere.
Di
quanto sia tempo perso amare una persona quando ti corrisponde.
Dei
finali incomprensibili di certi romanzi.
Delle
antenne delle lumache.
Del
malditesta che mi prende se so di dover guidare tanto.
Delle
voci degli altri quando cammino con l’iPod spento.
Dell’accordatura
di Neil Young usata in Cortez the killer.
Della
tonalità pastello nei vestiti dei gerarchi nazisti.
Del
finale alternativo di Breakin’ bad.
Del
rifugio che credevo segreto quando scappavo dall’oratorio e di come mi sento
scemo ogni volta che sento le voci di altri bambini provenire da lì.
Della
stupidità del “Ora che sei maggiorenne…”
Dei
riflessi del marmo rosa nel Campanile di Giotto.
Della ring road
islandese.
Della
ragazza che annega nei pensieri degli altri.
Del
ragazzo che dice di non avere un senso mentre guarda un documentario
sull’ornitorinco.
Di
quando ti dicono “La vita è una ruota che gira” e sentendoti quella di scorta
domandi al nulla dove hai dimenticato le chiavi del bagagliaio.
Del
dare per scontato che gli altri siano migliori, senza mai però voler scambiare
un tuo giorno con uno loro. Mai.
Del
pugile che a metà combattimento si rende conto di non reggere altri round e la
consapevolezza lo libera dal dolore.
Di
quanto sia stupido stilare elenchi, se mentre li scrivo tu non sei accanto a
me."
[…]
Ecco,
questo è quanto. E giusto per smentirmi, ho come l’impressione che domani
poserò la chitarra per riprendere il romanzo nuovo. Di posare il romanzo nuovo
per farmi furbo, beh, non è ancora il momento, ecco.
I
capelli bianchi iniziano dal cuore, ma perlomeno finché non li scoprirò in
testa potrò fingere che le forze per realizzare i sogni siano più che
sufficienti.
“Le
cose belle sono proprio dietro l’angolo!”, sentenzia sardonico l’u/oroboro.
SOUNDTRACK OF THE DAY
La canzone della bambina portoghese – Francesco Guccini
The silence – Gamma Ray
La pista anarchica – I Ministri
Nymphetamine – Cradle of Filth
Stavo
passeggiando in vista di un rifugio, ora che i colori delle montagne
sono finalmente di tonalità pastello, quando ho notato che la via
principale è stata puntellata da paletti nelle zone più pericolose. "Un
po' come la vita", ho pensato. Quanti paletti ho aggiunto, quanti ne ho
sradicati negli ultimi anni? Da fidanzati li chiamiamo compromessi, da
single diventano convinzioni, sulla fine restano pur sempre sbarre e
modi di (non) fare che delimitano i confini tra il nostro raggio di
azione e ciò che sta al di fuori, a ricordarci come un mantra che "sì ok
Ulisse era un figo ma vuoi mettere una tazza di cioccolata fumante in
casa invece di sfidare le colonne d'Ercole solo soletto?"
Quindi, a
cosa porta piantar paletti? «A essere ciò che sei», mi son risposto
evitando di calpestare una foglia giallorossoverde.
E
da dove nasce l'esigenza di averne? In un periodo dove si viene
bombardati da slogan e pubblicità non trovo risposte al motivo dei
limiti: cos'è che mi dovrebbe davvero servire per stare bene? Muscoli,
una Porsche, una cravatta in tinta con l'henné della fighetta siliconata
di turno da ostentare durante l'apericena del venerdì? Boh.
Ho perso
di vista molti amici negli ultimi anni - quando succede ti chiedi se
davvero lo erano o se tu lo eri per loro - ma l'avere più spazio accanto
a disposizione non mi ha fatto avvicinare all'orizzonte di un passo,
così come se avessi un Suv anziché la Micra non allungherei di un
millimetro il sorriso mattutino di fronte allo specchio.
Mio padre
continua a dirmi che oramai a trentatré anni dovrei sistemarmi (com'è
già che diceva il saggio? Si sa che la gente dà buoni consigli se non
può più dare cattivo esempio?), trovare una donna seria per figliare,
che dovrei ammansire la gatta, che se è vero che i sogni finiscono
all'alba io mi trovo già in dirittura del pranzo.
Io gli rispondo al
solito che sì (e uno), hai ragione!, è solo che ho ancora il viziaccio
di innamorarmi delle ragazze fidanzate, di un'attrice che si diverte a
scagliare i suoi cuccioli di drago gridando «Dracarys!» - non durerebbe,
troppo focosa... - o di chi semplicemente non mi si fila o lo fa per
educazione.
Io
gli rispondo che sì (e due), la gatta è selvaggia e da qualche mese
ostento sulle braccia più cicatrici di un eroinomane, però vuoi mettere
condividere gli spazi con qualcuna che dona amore così, d'improvviso, un
essere imprevedibile che fa le fusa e quando abbassi le difese ti
graffia con aria innocente?
È
un po' come l'idea che avevo anni fa di trasferirmi a Rapa Nui: mesi di
informazioni e voli pindarici, ok Liuk tieni da parte i soldi e con
tremilacinquecento euro riesci a fare un tour del Cile e da lì
destinazione Isola di Pasqua, 20/25 gradi ogni giorno dell'anno, Welcome
to Paradise e tanti saluti all'italietta delle false convinzioni.
Al
solito però il tempo ha iniziato a sradicare alcuni paletti per
impiantarne altri, fino a dirmi: Sì, va bene, il mare il sole la quiete e
blablabla, ma... e con l'autunno, io che sono scorpione, come faccio?
Dov'è l'evoluzione se negli occhi il panorama al risveglio sarà sempre
lo stesso? Ricordo che al quarto romantico tramonto consecutivo pure la
Grecia mi aveva stufato. È il paradiso, of course, ma forse il paradiso
non fa parte di me. Mannaggia a quel maledetto dark side of the moon che
allontana dagli ideali seminando di continuo dubbi, che quando sembri
convinto di qualcosa spinge l'acceleratore a tavoletta verso un muro e
non capisci se è reale o meno... e ogni volta finisci col catapultarti
fuori dalla portiera appena in tempo. Il gusto acre di ciò che poteva
essere in fondo dura poco, duetre Tequila ed è bello che digerito. Poi
si sa, per certe scelte non esiste momento migliore di quello in cui le
compi senza pensarci troppo: la notte porta consiglio ma il più delle
volte amplifica le indecisioni («Quasi quasi domani mi faccio un
tatuaggio» «Risposta sbagliata minchiolo, now or never»).
Ho
intenzione di godermi i trentatré anni, adoro i numeri dispari: dividi
le azioni in due gruppi, da una parte ciò che reputi giusto dall'altra
gli errori e avanzi un annetto che saltella ghignante sfidandoti col
dito medio, così lo guardi meglio e ogni volta scopri che ha la tua
faccia.
Quindi via Liuk!, anno nuovo significa pur sempre nuova
rivoluzione, poco importa se ieri leggendo un libro regalatomi di
Tiziano Terzani mi sono imbattuto a pagina 216 in «La rivoluzione è come
un bambino; nasce bellino, ma magari dieci anni dopo diventa uno
stronzo, gobbo e cattivo.»
In fondo la gioia è proprio lì in attesa
di essere scoperta, nascosta come un crotalo all'ombra dei paletti
piantati a giustificare inutilmente le nostre rinunce e insicurezze. Si
tratta solo di superare la paura dei sonagli e coglierla a occhi chiusi,
per il resto "Que sera, sera. Whatever will be, will be", probabile che
una volta riaperti ci si scopra meno soli –per quanto questo possa
importare, intendo.
Sorridenti, anche, perché no. La vita è bella, pure quando l'autunno termina.
STAY TUNED.
"E poi e poi se ti scopri a ricordare
ti accorgerai che non te ne importa niente.
E capirai che una sera o una stagione son come lampi
luci accese e dopo spente.
E capirai che la vera ambiguità è la vita che viviamo,