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venerdì 30 ottobre 2015

L'IMPERATORE DELLE ZUCCHE VUOTE.

Nelle puntate precedenti:
Zooey ha infoltito il pelo in vista del freddo prossimo venturo e continua a confondere le mie braccia col tiragraffi.





Le vetrine dei negozi urlano "Halloween" ma il calendario sogghigna «È il tuo compleanno Liuk» e l'unica soddisfazione sarà strappar la pagina con su scritto "ottobre" il giorno seguente.
In 35 (scritto in lettere mi fa più senso, evito) anni se non altro ho raggiunto – almeno mi fa piacere credere sia così – alcune certezze, del tipo:
  1. "O bianco o nero" mi innervosisce, ma mai quanto le cinquanta sfumature di grigio. Di conseguenza: l'amore mostra i colori vividi ma i sentimenti sono in linea di massima daltonici e dopo una più o meno breve convivenza quando tu dici che qualcosa è blu io dico che è rossa e se io dico che è arancione tu dici che è verde, quindi alla soglia dei 35 continuo a sostenere che sia meglio l'LSD dell'amore. Cromaticamente parlando, perlomeno.
  2. La scrittura è nata coi sumeri e sta morendo coi somari.
  3. Stupidità e cattiveria son sorelle a braccetto.
  4. Gli elenchi numerati mi annoiano, soprattutto quando finiscono pari.

Negli ultimi anni mi son accadute un po' di cosucce buffe, di quelle che in teoria dovrebbero insegnare che l'unica cosa certa che si otterrà nel pianificare il futuro è la consapevolezza di aver sprecato tempo nella pianificazione stessa (ebbene sì, la regola dice che dai 35 puoi scrivere nonsense a ripetizione, proprio come gli over 70 parlano male ad alta voce mentre sono in coda al distributore dell'Acea sperando che fornisca vino e non acqua gassata).
Quando ai tempi delle superiori leggevo Rimbaud Baricco e compagnia bella sottobanco mi ripetevo che da grande sarei diventato un rocker, uno di quelli che la gente mentre sfoglia i testi pensa "ammappete che profondità!, più profondi del fondo degli occhi della notte del pianto", per dirla alla De Andrè. E per un po' lo sono stato, un fottuto rocker, almeno fino a quando lo scrivere i testi non m'è venuto a noia. E a pensarci ora, io che per anni mi addormentavo giusto per sognarmi sul palco, è paradossale.
Ma that's life, e nascere il 31 ottobre (ebbene sì: sono nato nella notte delle zucche e le zucche sono dolciastre. Sì, esatto, proprio come il sangue, embè?) include portarsi appresso l'essere scorpione, e cioè confrontarsi col ---> "ti senti realizzato? Bene, allora resetta tutto e reinventati che se no ti rammollisci in tempo zero."
E questa è la genesi del liuk-che-scrive, dove la sfida iniziale era pressappoco il realizzare un romanzo che non perdesse il ritmo dall'inizio alla fine, una sorta di lungo testo musicale. E dal momento che scrivere è 'na faticaccia della madosca, son andato giù di corsi alla Holden, ho visitato/vissuto più luoghi possibili del globo terracqueo – e che cavolo, uno scrittore per prima cosa deve sapere e non per sentito dire – e mi son confrontato con un bel po' di teste pensanti, alcune pure carine, tra l'altro. Tutto questo per poi dirmi: occhèi, adesso inventa un personaggio di quelli edificanti e dì ciò che pensi.
Per fortuna poi non è successo così, dal momento che:
  1. I personaggi escono dai polpastrelli quando caspita vogliono loro, non c'è santo che tenga.
  2. Pensare non è il verbo che mi rappresenta meglio.
Alla fine della fiera da quando sono entrato negli -enta ho creato principalmente quattro personaggi ma per paradosso sono stati loro a insegnarmi la vita, non il contrario. A volte mi domando se non siano proprio loro a comandare in silenzio i gesti che con la scrittura li costringo a compiere. Da uscirci pazzo, non so se rendo l'idea. Ma poi, chissenefrega.
Sì, capito, sto perdendo il filo.
Dicevo: scrivere è reinventarsi.
L'unico paletto che mi impongo quando creo frasi in un romanzo è scordare me stesso, per il resto non ho regole: se voglio aggiungere un due punti qui: lo aggiungo. Oppure che ne so, una virgola ad cazzum giusto per spezzare il ritmo della, frase? Fatto.
Il primo romanzo Per Adesso No è nato così, una esigenza, in stile «Ma scusa ti stavo parlando della fisica quantistica, perché mi hai baciata?» «Così, mi andava di farlo.»
Uno dei protagonisti dice "Più denso della Verità è l'Amore. E più dell'Amore è la Vendetta".
Caspita.
Quello che sto scrivendo ora – La creazione dell'Autunno – è più libero. Anche lì però sono i tre personaggi principali a muovere i fili, io sì è vero lo sto scrivendo eppure spesso mi sento più burattino che burattinaio, ma va benissimo così.
Proprio come dei seguaci di Quelo suggeriscono di non fossilizzarmi troppo nel ricercare le risposte ("La risposta è dentro di te epperò è sbagliata.") 
 


Uno dei tre continua a dirmi che dovrei lavorare sulle domande, "ma fai attenzione liuk!, le domande migliori sono scivolose, sfuggono come le code delle aurore boreali, tu le intravedi ma tempo di abbassare lo sguardo per preparare la reflex e loro son già via chissà dove, ste infami!"
Un altro dei tre invece mi ha fatto scrivere un qualcosa tipo "Se qualcuno eliminasse Speranza dal vocabolario, in quanto tempo sparirebbe dalla nostra vita?"
A saperla, la risposta!
Magari verso la fine del romanzo mi lancerà qualche indizio, incrocio le dita –non troppo se no a scrivere impiego il doppio del tempo.
Ma va beh, un passo alla volta.
In fondo siam quasi in quel di Halloween e mentre la gentaglia si crederà ganza con due canini affilati o un cappello da strega io mi limiterò ad augurarmi buon compleanno.
Un po' più consapevole dei miei obiettivi, se non altro.
Ognuno ha il titolo nobiliare che si merita, no?
Zio Charles Baudelaire, per dirne uno, era "comme le roi d'un pays pluvieux".




O che ne so, Adriano Celentano è "il Re degli Ignoranti".



E io, beh, essendo nato il 31 ottobre ogni volta che mi guardo intorno (e allo specchio) sono sempre più consapevole di essere l'Imperatore delle Zucche Vuote.



P.s. Quando terminerò la stesura di "La creazione dell'Autunno" giurin giurello che vi farò un fischio. Una casa editrice seria la troverò, sìssì. Vi piacerà 'na cifra questo romanzo, #sapevatelo.

domenica 6 aprile 2014

ARCHITETTI, FARINA, STRINGHE E FRAMMENTI.

"È necessario credere
Bisogna scrivere
Verso l'ignoto tendere
Ricordati Baudelaire"

Quando decide di soddisfare un'urgenza scrivendo un romanzo, lo scrittore impersonifica per intero la scena iniziale di Inglorious Bastards, dove l'idea è il cumulo di polvere in avvicinamento dell'auto carica di nazisti (le Regole) e lo scrittore è un rude contadino seduto al tavolo della cascina.
Ma è anche una graziosa ragazza (la Forma), è anche un buonissimo latte (i Dettagli), è anche un insieme di rifugiati nello scantinato (Figure Retoriche, Frasi Fatte, Razionalità), è anche una azione violenta (il Filo Logico), è anche un discorso pacato (i Personaggi) e include pure la fuga finale (il Subconscio).
Si perde il controllo, così come l'onanista l'architetto o lo chef; ci si dimentica, ci si abbandona alla mano che è una mente a sé, il corpo controllato da una sorta di fasullo stand-by. Se lo scrittore è bravo e fortunato, a volte accarezza pure l'idea di esser regista.


È lo scopo finale che continua a sfuggirmi.
Compiere azioni per comprendersi, quando in fin dei conti "La vita è un viaggio inspiegabile fatto involontariamente" (diceva Pessoa).
Credo che un ottimo allenamento per capirsi sia perdersi, allentare le cinture dell'autocontrollo.
Ho sempre diffidato da chi ha tutto – almeno così crede – sottocontrollo; passiamo buona parte della vita regolando all'ingiù l'asticella della pazzia per non perdere credibilità di fronte agli altri ("Mi piacerebbe tanto indossare quel cappotto giallo, ma meglio di no, chissà cosa direbbe la gente..."), eppure ogni volta che riconosco chi non si concede un break dalle regole mi prende sempre quel prurito di compassione. Sarebbe bene coltivar la pazzia, in fondo. Travasarla quando necessario, lasciare che adorni il nostro balcone insieme a gerani e basilico. O magari un po' occultata, non importa, va bene anche accanto alla piantina di Maria, basta curarla di tanto in tanto.
Prendere a pugni lo specchio del nostro ego e raccoglierne ogni giorno un frammento differente per notare le sfumature deformate del nostro corpo e delle nostre convinzioni: bum bum bum.
Scrivere senza perdere il controllo significa schiavizzare i personaggi, impedire loro che ti sussurrino all'orecchio "No, quest'azione non la voglio fare", divenire il dittatore del foglio bianco che per contro inchioderà definitivamente in due dimensioni le tue idee scopiazzate, non lasciando spazio al lettore per interpretarle come meglio crede. Tipo quei libri che si leggono mentre si pensa ad altro: un quarto d'ora di Dan Brown è un'azione ben poco differente dal guardare Beautiful mentre si sta stirando.
A volte ci ho anche provato, invidiavo chi confessava che aveva il suo progetto ben definito in testa: com'è possibile ch'io invece non sappia manco cosa preparare a cena? «Ciao, sei al primo libro? Anche io. Stavo pensando a un fantasy, mi mancano due capitoli. Sono cento in tutto, cioè devo ancora scriverlo ma ho tutto in testa, so già tutto.» (Ma va' a caghé, burik).
Ho preso un foglio A2 scrivendoci le azioni di un personaggio del prossimo romanzo, ho scritto "fa questo fa quello va lì dice così pensa incontra..." col risultato che quando ho provato a scrivere ho lasciato un paio di volte il foglio in bianco per poi imbrattarlo con frasi che una volta rilette non centravano nulla coi paletti iniziali.
E per fortuna.
I personaggi dei romanzi sono come l'amore, volatili e improgrammabili.
Quando ho iniziato a scrivere Per Adesso No avevo in testa la scena di un nazista sui quarant'anni che continuava ad alitare sull'aquila del cappello e si sistemava i bottoni della giacca davanti allo specchio. Muoveva i polsini, si avvicinava a controllare i peli del naso. Da lontano voci confuse, soldati americani che tentavano di profanare la magione. La guerra era persa, un'auto lo aspettava per la fuga eppure la maggior preoccupazione di quell'uomo senza nome era di lisciarsi la camicia.
Sicuro che da quell'immagine sarebbe partito un discorso mentale, magari ci sarebbe stato uno scontro prima che terminasse il capitolo. Non mi è dato sapere: l'idea in testa, una volta che è partita la mia mano (come cantava Lucio), si è plasmata in tutt'altro.
Chi crea ha l'occasione di elevarsi, per un variabile periodo di tempo, ad Architetto di Matrix.


Magari sei lì con le mani infarinate e il grembiule sudicio con l'indecisione se aggiungere o meno un pizzico di cumino al pranzo, così preso dalla creatura che guardando dalla finestra ti vien da pensare «Ma come, il mondo non si è fermato a osservarmi?»
La verità è che quando crei qualcosa agli altri non interessa affatto, eppure percepisci la necessità di farlo ugualmente; in più ti dimentichi pure, quando invece per paradosso in molti sostengono che chi crea lo fa per vantarsi. Bah.
Sì, certo, pure agli artisti non piace sentire il brontolio del proprio stomaco, e che caspita.
È solo che la creazione finalizzata al guadagno non è priorità, dubito che l'inventore del denaro fosse anche un poeta.
Frammentarsi e disperdersi per capire se stessi, dunque.
In tutto questo marasma una cosa la ben so: scoprire di vendere un centinaio di copie del romanzo al giorno o leggere una cifra maggiorata sulla busta paga non mi renderebbe affatto più ricco di quando la notte mi sveglia l'improvviso ronronron di Zooey.


Giochiamo a masturbarci il cervello con discorsi sulla meccanica quantistica a metà tra Focus e Mistero ("Da qualche parte nel multiverso esiste un altro me ricco felice e realizzato", "50 km sotto la crosta di una luna di Saturno esiste l'acqua, potremmo trasferirci", "L'Omino Bianco del detersivo è nero, coincidenze? Io non credo" ) o dicendo che a ogni stretta di mano ci scambiamo milioni di elettroni, ma la verità è che miliardi di cellule assemblate non ci hanno reso affatto complicati; anche se il non avere risposte o il non cercare di evolvere ci dovrebbe rendere inquieti, basta un sorriso o il calore di una gatta acciambellata per sentirsi in pace con l'universo.
Per il resto c'è tempo, magari domani, sì.

"Non sono niente.
Non sarò mai niente.
Non posso volere essere niente.
A parte ciò, ho in me tutti i sogni del mondo."


P.s. E non usate la scusa delle cento copie per evitare l'acquisto del romanzo eh ;-), scendi di una riga, clicca sul link!

domenica 16 marzo 2014

IL VUOTO CREA STABILITÀ.

Oggi è il sedici marzo, e i numeri su carta mi inquietano: son passati settantacinque giorni dall'inizio dell'anno e ho già raggiunto la terza infatuazione. Di fatto mi innamoro ogni venticinque giorni, che confusione. Detesto la matematica, anche se la risoluzione di qualche incognita non mi dispiacerebbe affatto.
Sono al parco vicino casa, è fine inverno e il primo caldo mi ricorda che per qualche mese non avrò bisogno durante la notte di Zooey in versione borsa dell'acqua calda.
Vedo i primi fiorellini e l'idea di non conoscere tutti i nomi delle piante mi infastidisce; certo, questa cosa fa molto Into the wild, ma il comandamento che mi sono imposto tempo addietro "Lo scrittore deve sapere l'argomento trattato" presuppone espandere la conoscenza a 360 e qualche grado – cioè girarmi e alla fine vedere da un'angolatura lievemente differente – anche se ciò al momento mi procura più malintesi che altro. Per dire: pochi giorni fa durante un discorso sciocco con la Marty siamo entrati nell'argomento milf, alché m'è scappato che esistono pure le gilf. Da lì a giustificare che il saperlo non significa ususfruirne, è stata dura. La realtà è che una protagonista che ho in testa per il prossimo romanzo potrebbe essere un po' allegra, ma rendendomi conto di quanto suonasse come scusa son restato a metà tra il silenzio e il sorriso ebete, che in fondo è il leitmotiv di quando trascorro la pausa pranzo con lei. Figurone!
Vabbè, dopotutto "Essere compreso significa prostituirsi", diceva Pessoa.
Che poi, voglio dire: scrivere un romanzo è solo l'inizio, una sorta di Stargate verso un universo che lo scrittore affronta insieme ai lettori. Certo; ma qual è lo scopo?
Ogni volta che mi siedo su una panchina a guardare la natura mi assalgono i "perché": dapprima con cortesia, poi – accade spesso quando osservo il cigno del laghetto seguito a distanza dalle anatre – i perché si trascinano enfatizzando la erre con l'arroganza di un formigoni di turno, e lì tendo a cambiare panchina senza rispondermi.
«Perché scrivi se poi nemmanco i tuoi amici ti sostengono?»
«Perché ti poni domande, quando a conti fatti è più facile scoprire un pianeta popolato da tirannosauri con le braccia di giannimorandi piuttosto che un conoscente legga il tuo romanzo?» (<---Ehi, aspetta un attimo, signor invisibile generatore di perché: il romanzo non è mio, e che cazzo, una volta messo in commercio di fatto l'ho donato all'umanità. Mio mi innervosisce, right? E non chiedermi il perché.)
A volte, lo ammetto, ho attimi di sconforto: uno immagina sempre che il proprio operato venga quantomeno preso in considerazione dagli altri, scordando non solo che la realtà è differente, ma anche che comportarsi in modo menefreghista è del tutto naturale. Anni fa ho letto che esiste persino un termine tedesco – Schadenfreude – per definire lo stato di gioia nel vedere un personaggio cadere in disgrazia. Bah. Mi domando se non dovrei chiudere i rubinetti all'empatia prima che questa paradossalmente col suo calcare mi incrosti il flusso di emozioni.
Fregatene, Liuk. Pensa a cosa disse Agota Kristof:
"Prima di tutto, naturalmente, bisogna scrivere. Dopo di che bisogna continuare a scrivere. Anche quando non interessa a nessuno. Anche quando si ha l’impressione che non interesserà mai a nessuno. Anche quando i manoscritti si accumulano nei cassetti e li si dimentica, pur continuando a scriverne altri."
In realtà è tutto più semplice e meno cervellotico: il senso di appagamento che si riceve una volta completato un obiettivo (che sia un romanzo, una torta mimosa, un figlio, un viaggio, un matrimonio, la Champions col Torino a pro evolution) viene prima o dopo sostituito da un ancor più grande senso di vuoto, che in alcuni casi fa scordare del tutto l'appagamento precedente. Merda. Cosa mi è rimasto, a conti fatti, di due anni trascorsi in esperienze e ricerche per la stesura di Per Adesso No?
Un file in formato epub.
E la cosa buffa è che due anni fa nemmanco sapevo cosa fosse un file epub, se me lo avesso domandato avrei detto «Epub? È l'anagramma di Pube.»
Un po' come quando guardavo le ultime puntate di Breakin Bad ed ero pervaso da una eccitazione malinconica; imparavo alcune battute a memoria, analizzavo i filmati godendo delle inquadrature manco fossi l'aiuto regista, esclamavo «Ma dai!» «Nooo» «Figaaata» durante alcuni passaggi risolutivi e nello stesso istante l'idea di una serie TV oggettivamente inarrivabile mi inquietava. "Non vedrai più nulla del genere" mi diceva la vocina rompipalle. 


E già il vuoto di quella mancanza insostituibile mi rovinava le immagini di Walter White e la sua discesa. E adesso? "A che cosa si riduce tutto questo?", cantano i Negrita


Mesi fa ho concluso i corsi alla Scuola Holden ma solo da quando ho strappato quel cordone ombelicale si è manifestata la consapevolezza di quante informazioni mi han tramandato, di quanto quell'atmosfera fosse a me necessaria per quella sorta di utopia che è il Vivere Bene.
Amicizie confronti punti di vista differenti, tutte cose che ora non ritrovo. O forse ritrovo in maniera differente senza rendermene conto.
Dev'essere la Sindrome di fabiofazio, dove ciò che era è sempre migliore di ciò che è.
Mi piacerebbe tornarci e vedere quanto sono cambiato, sì. Lo farò.
Il fatto è che a ogni risveglio ho come l'impressione che qualcosa mi stia sfuggendo. Oltre a sei ore di sonno, intendo. Gli obiettivi prefissi a inizio anno per fortuna al solito non li sto raggiungendo, anche se la bocca impastata e le ossa scricchiolanti ogni mattina mi ricordano che sarebbe bene iscriversi in palestra ed eliminare il tabacco.
Per stare meglio ho pure tentato con l'ammodernare la camera da letto (nuova tinta viola e un quadro di Munch, La danza della vita, che tanto mi garba) eppure a sfuggire è sempre quel nonsoché, come se ogni persona luogo cosa che incontro sia destinata col tempo a non lasciare traccia. Destinati a dimenticarci.


Quando sono più fuso del solito ho l'abitudine a lasciarmi trasportare dai ricordi in modalità random: una serie di immagini collage senza filo logico, tipo: l'odore di un parco ligure seguito dal panorama mattutino color aragosta di Kayenta e di quando alle elementari, travestito da Sioux, dimenticai il monologo durante la recita, e ancora: la volta che con Francesca rovinai una torta, quando sotto una foglia trovai diecimila lire, il record a street fighter 2, la sera d'estate a vedere Matrix in un cinema all'aperto sopra il cassone di un'ape, Stefania che mi parla di iridologia mostrando libri dai titoli interessanti. Immagini così, sconclusionate.
Eppure.
A volte mi chiedo se siano successe davvero, se ripensandole il cervello me le proponga in modo artefatto per ragioni che non comprendo.
Dovessi disegnarti, non ci riuscirei.
Finirei col costruire l'idea che ho di te, non te.
Diventeresti un ibrido, che poi forse è ciò che siamo agli occhi degli altri. Ibridi di noi stessi.
«Quello non sono io...» dico ogni volta che guardo vecchie foto «...sorrido.»
Prima di condividere casa con una gatta non è che avessi granché da sorridere, in effetti. :-)
Comunque sia, il parco dà troppi pensieri, no doubt.
Guardo il cigno e penso che è l'ora di organizzare un viaggio, ricaricare le pile. In fondo l'anno scorso in questo periodo avevo gli occhi pieni di ghepardi ed elefanti, ora mi restano tutt'al più i topi che si nascondono sotto le foglie per salirmi sul braccio mentre sistemo il telo durante la pausa pranzo al bacino di Villar. Caspita.


Credi di sfuggire e vai a sbattere in te stesso, diceva Joyce.
Certo, i soliti Perché mi dicono che vedere luoghi nuovi serve a ben poco se poi al ritorno il vuoto si fa ogni volta più ampio, ma me ne frego.


In fondo è quasi primavera e fa bene pensare che in Japan a breve fioriranno i ciliegi.
Sì ok non siamo lì, però sempre e comunque ci sarà in qualche angolo un qualcosa in grado di emozionarci l'anima. Se per esempio ora si materializzasse Joda o Miyagi potrebbe sussurrare «Sii il ciliegio di te stesso, Liuk», perché no? Non sarebbe un'idea malvagia.
Divenire un ciliegio. E non dare importanza ai soliti che sprecheranno tempo a denigrare i tuoi petali, a dire che il loro tronco ha più anelli, che i loro rami sono più grossi o a pisciare sulla nostra corteccia: se quel ciliegio che sarai farà sorridere te e chi ti è caro, il resto non conta. E se non sorrideranno, tu comunque ci avrai provato e continuerai ad amarli (il Dare/Avere non lo reputavo importante quando studiavo economia, figurarsi in amore!)

Tra l'altro la scorsa settimana ho partecipato a un Funeral Party (che sarebbero feste splendide organizzate da Giorgia – conosciuta alla Holden, te pareva – con tema il rispolvero, attraverso film concerti esibizioni alcool, di un personaggio che per forza di cose non risulta vivente. Il penultimo Funeral Partuy era per e su Salinger, l'ultimo su John Belushi. Per dire).
È proprio la Giorgia una di quelle persone che danno un senso a tutte ste parole sparse per il post, a proposito di vuoti ricerche matematica romanzi breakin bad varie&eventuali; lei è una persona che conosco poco ma emana quell'aura positiva che ti vien voglia di svegliarti dal torpore, scuoterti e pensare "Toh!, guarda, e tutta sta polvere che avevo addosso da dove arriva?" Quando la vedevo a scuola – di solito lei era dietro la scrivania a dire "Ben arrivato" e io in ritardo firmavo il foglio di presenza tutto già agitatofintomenefreghista – ogni volta mi fermavo a pensare "Wow, ma guarda un po' questa, un sorriso così splendente e manco è photoshoppata."
È gratificante sapere che non solo esistono persone simili ma che pure si possono conoscere d'improvviso, magari tu sei di corsa al bar e ta-daan!, un sorriso ti ripara la giornata.
E allora: Smile :-) Smile :-) Smile :-) a tutti voi bella gggente!, oramai il sole è lì lì per tramontare e l'aria del parco si raffredda, meglio ritornare a casa.
...e comprate/leggete il romanzo, mi raccomando!, a tempo perso sto creando una pagina su feisbuk come farebbero i gggiuovini :-)

STAY TUNED




"Guess I got what I deserve
Kept you waiting there, too long my love
All that time, without a word
Didn't know you'd think, that I'd forget, or I'd regret
The special love I have for you
My baby blue"

giovedì 16 gennaio 2014

PARTOGENESI DEL ROMANZO "PER ADESSO NO"



«Hai tempo libero» è una delle frasi più gettonate, quando le persone scoprono l’esistenza del mio primo romanzo; a me viene in mente una vignetta di Snoopy ma non ribatto e mi limito al silenzio.



Durante i due anni alla Holden ho sentito un oceano di definizioni sull’atto dello scrivere, sugli scrittori, su quanto scrivere sia un atto per comprendersi. Io ascoltavo, a volte prendevo pure appunti, eppure la vocina in testa continuava a sussurrare la frase di Leslie Nielsen: “Tutti a dire stronzate…”.
Scrivere è una tortura.
Scrivere significa odio smisurato per i polpastrelli.
Scrivere è scartavetrarsi le sicurezze fino a farle evaporare.
È sottomettersi controvoglia a una padrona feticista, un tacco a spillo sul palmo della mano e l’altro sull’anima.
Scrivere è flagellarsi l’autostima.
Scrivere è prendere il cerchio del benessere e lanciarlo dal dirupo per poi arrivare a fine capitolo e scoprire di essere imprigionato in un cerchio differente, dimenticandosi di com’era quello lanciato.
Il foglio bianco ti fa pensare a quanto bene vivessero i popoli antecedenti ai Sumeri. Più volte mi chiedo «E allora perché…?», poi resto quei trequattro secondi in silenzio e la risposta sgorga sotto forma di altre domande.
E allora perché la mattina alle sette ti svegli per andare in un ufficio dove la gente ti saluta per cortesia?, e allora perché hai un televisore e a volte durante cena guardi carloconti?, e allora perché quando esci per la pausa pranzo e le montagne ti invitano per una passeggiata fingi di non sentire e rientri al lavoro?, e allora perché non rompi il naso a certi saccenti che ti guardano con superiorità solo perché loro hanno il Suv e tu la micra?
Per essere accettato e sopravvivere, fondamentalmente. Questa è la scusa.
Scrivere è un poco diverso, in effetti. Potrei sopravvivere senza scrivere, certo. Non potrei vivere, però. È questo il tormento: odiare ciò che fai per vivere e non poterne fare a meno.
A Natale mio zio mi ha regalato Open, la biografia di Andre Agassi. Io, che non so neppure quanto possa pesare una racchetta, ho pensato “Va beh inizio a leggerlo per cortesia”. Il 27 l’ho finito. Inizia dicendo che lui odia il tennis con tutto il cuore e che nonostante tutto lo pratica, un po’ per quella sorta di odioamore e un po’ perché è l’unica cosa in cui sente di “riuscire bene”.
Io non so se scrivo bene, la cosa col tempo ha perso importanza per quanto mi riguarda – in effetti basta aprire un libro recente a casaccio e di frasi oscenamente ridicole e banali se ne trovano in quantità – però quando succede anch'io, pressappoco, mi sento vivo. Certo, dopo Matrix e Inception il concetto di sentirsi vivo ha perso senso, ma tant’è.
Seminare dubbi e domande, credo che questa sia la missione di uno scrittore. Di risposte se ne sentono troppe e continuamente, ogni giorno per strada o in tv ci sono persone che – beati loro… - possiedono la scienza infusa e ci tengono a ricordarcelo. Casomai ce ne fossimo dimenticati.
Poi, e chi lo sa?, le domande ti portano a vedere le cose – sì, esatto, quelle “cose” che vedi da una vita e che credi di conoscere a memoria – da un altro punto di vista, e spesso l’angolazione rivela ombre nascoste o aurore boreali da condividere come Balto e la sua bella. "Evoluzione", direbbe Darwin, ma io non avendo la mia faccia su qualche banconota mi limito a "Deviazioni".
Trovo che una persona senza domande sia utile come gli spaghetti senza sale.
Quando suonavo era tutto differente, salivo sul palco ed ero un’altra persona, pensavo “Ahahah plebaglia ora sono io a fare le regole”; la scrittura ti pone in un’altra dimensione, ti fa capire l’importanza della condivisione.
Con amplificatore microfono e chitarra ero io davanti a un tramonto splendido, ora che scrivo sono io davanti a un tramonto splendido insieme a te.
Comunque. Com’è nato questo romanzo? Da un errore. Come buona parte delle cose che creiamo, in fondo. Anni fa avevo progettato un viaggio in Scozia, ma non avendo saputo dire di no ad alcuni amici ho viaggiato con loro ed è stata un’esperienza spiacevole (fa sorridere quanto il disastro presente sia molto spesso una vittoria futura). A metà vacanza ripiegai in Grecia e lì ho conosciuto una persona che mi ha psicanalizzato durante una trasferta su un catamarano, al punto da farmi pensare che "va bene seguire inconsapevolmente la propria strada, ma un faro o un’indicazione preventiva ogni tanto non è che sia peccato mortale".
Da lì, mesi in cui nei sogni si plasmava un tizio con le sue domande; un ragazzo qualunque a cui era stato affidato il potere di modificare i pensieri altrui. Un ragazzo che lottava per non imparare a usarlo, in realtà. E durante il giorno, davanti al pc, guardando il telegiornale, in coda al semaforo, scontrandomi con la gente al centro commerciale, avevo sempre la stessa domanda a frullar le sinapsi: come si comporterebbe una persona di fronte all’occasione di poter plasmare le coscienze altrui?
Così, senza fretta, io e quel ragazzo abbiamo iniziato a conoscerci.
Quando scoprii che si chiamava River, gli dissi «Ma dai?, come River Phoenix» e lui mi guardò storto. Raccontò della sua infanzia trascorsa in comunità hippie per via del mestiere di sua madre, una guaritrice. "Strega", disse una volta. Quando gli domandavo del padre era spesso evasivo, ma col tempo mi accennò che non l’aveva mai conosciuto, che era morto di overdose, che era leader di un gruppo psichedelico caduto in disgrazia un attimo prima della celebrità. «Ma dai, come in Almost famous!» Anche in quell'occasione fece la faccia grama.
"I protagonisti dei sogni non vogliono essere interrotti", scrissi sul moleskine.
Poi le cose sono precipitate e non ho potuto far altro che raccontare la sua storia, tentando di indovinarne i pensieri nascosti.
Trasformare la bic in un badile e scavare, scavare, scavare.
Una volta per dissuadermi River mi disse «Io ho seguito l’arcobaleno. Giuro. Fino a trovare la pentola. Davvero. Ma caro Liuk, davvero pensi che dentro ci sia oro? No no, ho trovato solo un biglietto. Sai che c’era scritto? Ritenta.»
Ricordo di aver fatto sì con la testa e di aver continuato a seguire la sua storia: volevo capirmi, volevo uno spunto di riflessione per chi poi quella storia l’avrebbe letta.
Scavavo, dunque. Ho scoperto che River era perseguitato in sogno da esseri tremendi, che al risveglio scopriva lividi. Se la passava piuttosto male, a dire la verità. Poi un giorno, ed ero verso il quinto capitolo, mi ha sorpreso: disse che voleva scoprire la provenienza dei suoi incubi e ricordo di aver provato invidia. Il voler diventare protagonista della propria vita credo sia il traguardo finale dell’esserlo già; a me, come credo a molta altra gente, questa spinta spesso manca.
Indagando sulle cause del malessere ho scoperto insieme a lui qualcosa sul padre – che tra l’altro aveva trovato un nome alla sua band che mi garbava parecchio: Soul stripped II times – ma mi accorgevo che River stava semplicemente passeggiando in un dedalo di vicoli ciechi.
Un signore molto zen diceva che quando l’allievo è pronto compare il maestro.
Non so quanto sia vera l’affermazione, ma so che d’improvviso una gatta di nome Zooey è entrata nell’universo di River e so pure che una settimana dopo aver concluso il romanzo quella stessa gatta è entrata in casa mia. "Un regalo", mi sono detto. Ora che convivo con lei da mesi direi piuttosto "Una benedizione."
Comunque sia, River e Zooey hanno fatto da subito squadra, fino al punto – illuso d’un River! – di smettere con le ricerche, convincendosi che al destino non si può porre rimedio. Fu allora, ed ero a metà romanzo oramai, che in sogno ebbi un’interferenza. Tre vecchiette mi accennarono di una situazione da risolvere che lì per lì non capii, parlarono di un filo legato a due matasse, che avrei avuto bisogno di una forbice affilata. Pensando che fosse un semplice dopo sbornia, le ignorai.
Ignorare è la cosa più semplice per sopravvivere no? È difficile vedere un ignorante triste.
Fatto sta che a River arrivò una lettera dal Sud America; la badante di un nonno – il padre di suo padre – che non sapeva di avere lo voleva convincere ad attraversare l’oceano. C’erano "cose fondamentali di cui doveva essere al corrente", scrisse.
Non so voi ma quando entra in gioco il verbo dovere ho sempre quel brivido stile “andare in bagno scalzo a luci spente e nel corridoio pestare un qualcosa che potrebbe anche essere uno scarafaggio”.
Comunque. River, sotto consiglio del suo animale guida, decide di attraversare l’Atlantico destinazione Buenos Aires, senza sapere nulla – neppure il nome – di questo fantomatico nonno, spinto solo da un desiderio di scoperta a metà strada tra Ulisse e una falena.
È stato interessante scoprire la storia di quest’uomo, la sua visione della vita e dell’amore ancorata ai tempi del nazismo, la convinzione che solo nella scienza si celano le risposte ai perché passati e futuri.
Durante l’incontro tra i due quel signore ha pronunciato una frase che mi è rimasta impressa, pressappoco fa “Più denso della verità è l’amore. E più dell’amore è la vendetta.”
E pensare che per una serie di circostante River nel frattempo l’amore l’aveva pure trovato, che tempismo!
Quando il romanzo si è terminato – ma poi si può definire conclusa una storia il cui titolo è “Per adesso no”? – ho sentito un vuoto, un senso di appagamento così totale da non esserlo affatto. L’ultimo “invio” è stato un po’ come trasformarsi nella sigaretta fumata dopo l'amplesso, essere la bollicina personale di champagne del vincitore del Tour de France.
Mi hanno insegnato molto River e Zooey, al punto di pensare “bah, poteva uscire peggio..” eppure quando è arrivata la proposta di pubblicazione come ebook da Libromania (una nuova collana nata dalla fusione tra la DeAgostini e la Newton) ho avuto una reazione da taxi driver, col "Are you talkin’ to me?" ripetuto allo schermo del pc.



Va beh. Sono soddisfazioni. Così come vedere il prezzo imposto a 1.99: avevo ricevuto proposte cartacee a 16 euro ma non li avrei spesi neppure io :-)
E niente, il romanzo – la mia parziale visione di cosa è accaduto – è nato così, mi farebbe piacere potermi confrontare con te. Se ti va di leggerlo di link dove poterlo scaricare ce ne sono parecchi (ne allego uno a casaccio), mi pare che su google ci siano anche delle pagine aggratis per farsi un’idea.
Il poterci confrontare piacerebbe anche a River, credo. Alle unghie di Zooey sicuramente.

ebook "Per adesso no"

STAY TUNED