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venerdì 14 aprile 2017

LA BOTTEGA DI NARRAZIONE, O: SCRIVERE È FARE A BOTTE.



Se suonare è scopare, scrivere è fare a botte.
E per fare a botte con ChiLegge è importante lo stile (nei movimenti/frasi) la potenza (la parola precisa è un gancio, la frase fatta un accenno di spostamento d’aria) la velocità/il risparmio di energia (perché sprecare venti parole quando ne bastano cinque?)
Infine c’è la bellezza, che nello scrivere/fare a botte è secondo me un lusso, un di più, la ciliegina non edibile sulla torta panna e cioccolato. Serve, ma insomma. Troppe frasi consecutive che racchiudono bellezza o pensieri “corretti” mi ricordano quando da piccino picciò per recuperare il pallone son caduto tra le ortiche. Preferisco un jab scoordinato allo schiaffo esteticamente perfetto, trovo sia più sincero.
Insomma, durante l’ultimo anno trascorso alla bottegadinarrazione mi son ritrovato più volte a pensare “Ma liuk!, caspita!, perché ce l’hai tanto con la bellezza?, non sarebbe meglio farla tua e riempire di parole tutto quel vuoto che ti porti appresso?”
Così, tra una lezione e l’altra di Giulio Mozzi ho iniziato a ruminare, a interrogarmi sul perché di tant’acredine nei confronti della bellezza e su cosa considero – nella scrittura – un lusso, un elemento superfluo. Come spesso mi accade, rileggere Super nivem (IlMaleNaturale) ha dissipato non poco i dubbi in merito ("...se compiere il male è la mia natura è bene che io compia il male, e specularmente è male che io cerchi di compiere il bene, tanto più che tutto il bene che io cerco di compiere si trasforma alla velocità della luce in male, è già diventato male prima ancora che io lo compia.")
È tutto lì: se la bellezza/FraseAcchiappaLike non fa per me, inseguirla è sprecare energie.

Dicevo: per terminare la prima stesura del romanzo (giusto in tempo per la presentazione di gennaio) ho fagocitato tutta una serie di lezioni e consigli di sponda (Giulio direbbe: suggestioni) su alcuni modi per dare forma valore e senso agli argomenti trattati. Ho dovuto affrontarne di scomodi. Insomma: ho un problema con la gestione della bellezza. Non la mia, eh. Delle frasi. È che scrivendo voglio spostare al lettore il punto di vista delle cose e, per quanto mi riguarda, la bellezza in questo caso c’azzecca molto poco. Trovo invece che lo scrittore abbia necessità di venire alle mani coi lussi.





Alle mani, sì. In fondo scrivere un romanzo è spesso un atto di violenza. Le parole stampate, ciò che dovrebbe unire empaticamente ChiScrive con ChiLegge, sono una sorta di muro. Certo, “No non è così liuk perché quando leggo immagino tutto un mondo fantastico e di conseguenza mi avvicina all’autrice/autore e da lì poi eccetera eccetera”, però scrivere è potenza, è trasfigurare. Se scrivo frasi a casaccio tipo “Questa frase è di resina” “Questa frase ha rigato la lavagna con le unghie” “Questa frase è nata il 29 febbraio” “Questa frase sta per sputarti in un occhio”, ogni volta è ChiScrive a riempire l’immaginario passivo di ChiLegge. Che poi reinterpreta e tutto quanto, ma l'input arriva da lì. Ed è fantastico e fastidioso insieme, per chi sta dall’altra parte del libro. Ma soprattutto: ChiScrive dovrebbe quantomeno assumersi la responsabilità delle parole utilizzate, non c’è bisogno d’essere Peter Parker per capire che da un grande potere deriva una grande responsabilità, o giù di lì.
Ocio alle parole, dunque.
E a non credersi troppo yeahsupermegastrawow in quanto autori di frasi, che il rischio di autocompiacersi (darsi i pugni da solo) e/o scoprirsi dipendenti dagli applausi è sempre in agguato.
O per dirlo con una frase bella: L’inaspettato affila le armi nel punto cieco dei sorrisi.
Questo non vuol dire che ne butto giù di studiate per non compiacere ChiLegge (questo sì sarebbe stupido), dico solo che spostare l’occhio di bue su particolari o territori inesplorati alla lunga ravviva la vitalità di entrambi i soggetti. Se ChiScrive è "sincero", ChiLegge lo percepisce. Son dell'idea che le frasi di un romanzo o racconto o quel che è, se non trasmettono a ChiLegge un fremito, un "No, non sto semplicemente leggendo, sto danzando sotto le bombe!", son da eliminare. Pussa via, sciò!, frase sterile non sei benvenuta!
È catartico cancellare, fa molto "Un giorno credi di esser giusto / e di essere un grande uomo / in un altro ti svegli e devi / cominciare da zero."
Poi sì ok capita di terminare un capitolo, sentirsi dire "carino questo passaggio” e non eliminare nulla lo stesso. Esempio: nel romanzo attuale (in fase di editing) un personaggio vorrebbe urlare, ma a causa degli effetti dell’acido lisergico non riesce a muovere le labbra. Per “spiegarlo” m’è uscito un termine ai limiti della paraculaggine, me ne rendo conto, però rimane lì dov’è per motivi vari.

Il dodo riconosce la voce di Richard, ancora lui; le gambe trrremano, prova a s.o.s.pirare per non cedere alla provocazione ma capisce che il morbo del terrore s’è già insinuato all’interno del corpo: la bocca è cucita.
xxCUxxCIxxTAxx.

Quindi boh, se non urti ChiLegge perdi l’occasione di venire in contatto, di aprire una crepa in quel maledetto muro.
Voglio dire: quando leggi frasi che ti portano a dire“Anche io la penso esattamente così”, non percepisci una sorta di raggiro? Al contrario, scoprire le motivazioni di pensieri distanti o sfumature fino a prima inesplorate: quant’è godurioso? Lì sì che le parole bucherellano il muro, tanto da lasciarci passare le mani per toccare chi sta dall’altra parte.
Compiacere il lettore per un tornaconto è pericoloso; un po’ come le corse oltre il precipizio di Wile E. Coyote, che quando ha consapevolezza di camminare nel vuoto l’illusione sfuma e precipitaaaahh.



E forse nell'era del tweet non regge neppure più il: “Scrivo perché ho qualcosa da dire”. Non senza uno studio/scopo dietro, perlomeno. Che tu abbia qualcosa da dire mi pare il minimo, caspita!, mica è un vanto. Dice la canzone de I Ministri: "Volevi essere pagato perché avevi qualcosa da dire / ora che ce l'hanno tutti puoi star zitto per favore?") Il rischio di produrre cose mirate a farsi piacere è altissimo: senza motivazioni più “forti” si rischia di buttar giù qualche frase e se non si ricevono abbastanza MiPiace ci si sgonfia, tipo quelle storie d’amore patetiche che per Tom Robbins sono latrati alla luna.
E dato che scrivere è fare a botte col destinatario, ChiScrive ha quantomeno l’obbligo morale di non sollazzarsi troppo tempo nei lussi, che st’infami se ne stanno all’erta e una volta in circolo poi a toglierseli di dosso è un casino.
Sotto con le limitazioni per restare in tensione, dunque:
Non posso/voglio concedermi il lusso di usare frasi fatte,
di scordare il perché di alcune cicatrici,
di essere felice per troppo tempo,
di dirmi “Ok, buona la prima” (Suvvia liuk, stai scrivendo un romanzo non stai registrando un onetwothreefour punk),
di fingere che scrittura e musica siano distinte (ci sarà un motivo se alcuni scritti toccano le corde dell’animo, no?),
di essere sempre coerente, che senza errore non si evolve (sospetto che la Musa sia una puttana e che tutti quei paletti/limitazioni coi quali convivo siano facilmente spostabili, all’occorrenza. O forse la Musa è casta&pura, la colpa è di quando scivolo in periodi di sordità ai buoni consigli, tipo Don Camillo che parla al crocefisso senza ricevere risposta.)

E dunque: buon fight club letterario a tutti.
Io, nell’attesa di trovare un editore, faccio scorta di bende e cerotti.
Speranzoso di raggiungere un buon numero di lettori, perché no: le risse sono affascinanti.



 

martedì 12 agosto 2014

PLOT MACHINE, #ILMARE E L’ELENCO PERDUTO.

 
Quindi, da buon uroboro (o forse oroboro? Comunque, quella cosa lì), i cumulonembi estivi mi hanno rovesciato addosso gocce di pioggia e mestolate di apatia, tanto da scivolare al punto zero. Ma quel punto zero che è dentro di noi, un po’ differente dalla matematica. È più la concezione di aver fatto involontariamente un passo indietro pur mantenendo lo sguardo in avanti, credo che su questo modo di vivere molti coreografi abbiano ideato decine di balli estivi (un passo in avanti, un passo in avanti, un passo indietro, un passo in avanti e hop!, unduettrèquattro e giro…)
Quindi (e due) dopo un paio di settimane e chiedermi come poter scrollare il tutto, arriva un messaggio dalla Giorgia su una giornata aggratis all’I-Scream sponsorizzata dalla Holden, una di quelle folgorazioni che ti fan dimenticare i “perché” e li sostituiscono coi “perché no?”
A lezione, dunque. E son stato pure fortunato, che a spiegare c’era la Lucia, davvero grandiosa! Voglio dire: rendere interessante già dal principio l’Ode al pomodoro non rientra tra le cose più semplici, perlomeno per me. È stata una lezione clandestina, di occhiate invisibili e gesti che si sono appiccicati a mò di post-it senza chiedere permesso –come la maggior parte delle cose belle e significative, in fondo.
C’erano foglie accartocciate, brividi a tradimento e tanti tanti elenchi sinceri, un riordino mentale sulle cose che ognuno di noi ha, o quantomeno crede di avere, da dire.
Poi, il caso.
Libromania - sì sì, la casa editrice dell’ebook, casomai qualcuno ancora non lo sapesse... - ha parlato di un concorso su Rai Radio1 di nome Plot Machine, dicendo che per partecipare bastava inoltrare un racconto breve con a tema i social network o la radio.
Senza pensarci – e d’altronde col mio telefonino che continua a non chiamarsi smartphone la scelta è stata ovvia – ho provato a sfruttare l’onda lunga made in Holden ampliando un punto dell’elenco di Lucia. Così, anche se per via di una foglia fuori stagione ho continuato a pensare a tutt’altro, è uscito dal punto 15 quello che ora i più chiamano “Il racconto di Riccardino.” Tra l’altro nelle votazioni libromania mi ha sostenuto, son dettagli che fanno molto piacere visto che nel loro progetto ci credo.
E niente, per ridere ho pensato di chiudere il cerchio (sempre da buon u/oroboro) e rendere il racconto in stile Salinger, senza pretese.
Invece: mi hanno telefonato dalla radio, alle 5 di pomeriggio, con chiamata anonima –e ho pure risposto! L'hanno letto in diretta, con una voce di quelle che rimangono, è stata una soddisfazione, davvero. Alla fine per motivi sconosciuti son arrivato secondo nazionale e non so come prendere il risultato, ma un po’ tutti dicono “è un ottimo piazzamento” quindi (e tre) credo sia andata bene.
"Meglio che primo”: di solito rispondo così.
Il programma è stato divertente, in più l'assemblamento in una storia di vari tweet in tempo reale è stata affidata a Chiara Marchelli, e se qualcuno ha tempo di leggere la sua biografia, parla per lei.
Mi sembra sempre una ladrata vedere il nome in una classifica, non so come spiegare. Sono abituato alle stroncature sul romanzo, non ai complimenti. E iniziavo ad abituarmici, ecco; ci saranno sempre le critiche, per fortuna. 
Scrivere vuol anche dire sputare i propri sentimenti su un foglio, e quanto orribile sarebbe scoprirli condivisi da tutti? L’opinione contraria è un sintomo che non si sta scrivendo qualcosa di ovvio, se non altro. Poi sta allo scrittore distinguere le critiche al testo da quelle alla persona, ma questa è un’altra storia.
Di solito quando ho un libro sottomano e mi chiedono il nome dell’autore, le risposte sono
A) ah sì lui mi piace, ho letto qualcosa
B) ma chi? Quello? Che schifo! Pensa che una volta ha scritto “blablabla” e diceva che “blablabla”, per non parlare di quella volta in tv quando ha detto che “blablabla…
Sì, passa il tempo ma “Chi disprezza compra” resta sul podio degli intramontabili. Sono a metà dell’opera, mi affido alle strategie di libromania per il “compra”. 
(Nel dubbio, il link Per Adesso No. è lì ad aspettarti) :-)
Fa strano abbandonare un romanzo quando ancora non lo si vede camminare da solo, ma la Musa è stronza e come questo tempaccio estivo se ne frega dei programmi altrui.
Cooomunque, il racconto era appunto scritto pensando ad altro, non capisco come possano averlo scelto. Ma liuk!, non farti fisime e raccogli, invece di sparare frasi da fighetto stile “Io non miro al numero uno. Il mio obiettivo è battere il numero uno”


Buon periodo, dunque. E cosa fa l’idiota quando le cose iniziano a migliorare?
Ho dato un colpo alla Bussola delle Buone Intenzioni fino a quando l’ago si è spostato da “Scrittura” a “Musica”.
Non so, ho l’idea che sia il momento di stoppare il nuovo romanzo; visto che stavo trattando di autunno, lacrime e foglie che ingialliscono, gli ultimi avvenimenti casuali mi hanno un attimo distolto l’attenzione, mettiamola così. Le coincidenze esistono in ferrovia, per quanto ne so.
Lascio quel centinaio di pagine a svolazzarmi in testa ricomponendosi come preferiscono, che tanto quando dico “smetto di scrivere” ho la credibilità dei tossici sotto casa.
E poi il primo romanzo è stata una necessità, col secondo vorrei ragionarci su. Un finto stop, ecco. Solo per il gusto di non creare aspettative a me stesso. 
Ho tolto i chiodi alla Musa e ora aspetto che smetta di svolazzarmi intorno per ripicca, devo avere pazienza e riannodare con cura il retino.
È che negli ultimi tempi i sogni di quando mi inciampavo tra i cavi degli amplificatori sul palco si stanno rifacendo vivi. Entrano e non chiedono ‘per favore’, o se c’è qualche altro sogno in composizione.
Trovo che suonare sia più solitario rispetto alla scrittura, anche perché la chitarra la suono in casa mentre il moleskine lo imbratto al bar.
Un altro passo indietro con sguardo in avanti, a pensarci ora.
La cosa buffa è che in questi dieci anni è cambiato un po’ tutto, per quanto mi riguarda: ricordo di non aver mai partecipato, per pigrizia, a un soundcheck. O il solito “sì sì” quando il fonico di turno mi chiedeva se i suoni erano bilanciati. Volevo solo salire sul palco, rivestirmi di una nuova personalità e tanti saluti. Adesso che ho in testa un progetto invece dovrò giostrarmi da solo e non ho idea di come muovermi.
Un altro mondo, sì.
M’è capitato di vedere Neil Young in concerto, un paio di settimane fa. Credo lui abbia la risposta.
Una di sicuro la possiede: leggendo la sua autobiografia, ho sottolineato la frase “Se una cosa non è fantastica, lascia perdere”.
È difficile ma vorrei tramutarla in realtà.
Vederlo suonare col sorriso, a sessantanove anni, di per sé è già una di quelle risposte a prescindere. Lo si poteva fotografare in primo piano e spedire il tutto alla Perugina, con scritto “Un’espressione vale più di mille parole”


Comunque. Il progetto è in fase embrionale, diciamo. Vorrei rivestire di nuovo alcuni brani della mia vecchia vita, credo che una spolverata decisa li possa far rivivere. Ma è la parte nuova a elettrizzarmi, per quanto nebulosa.
Che suonare e scrivere testi di per sé è una stupidaggine. Cioè, se una cosa la sa fare pure l’Apicella di turno, non vedo chissà quali problemi insormontabili.
È che vorrei… insomma, qualcuno ha mai letto Oceano Mare?
Ricordate il pittore, Plasson, che dipingeva il mare con il mare?
Ecco, vorrei un qualcosa del genere. A livello di testo, o a livello di ascolto per chi non fa caso alle parole. Credo sia complicato, o forse lo sarà fin quando crederò che lo sia davvero.
Creare canzoni che abbiano una storia, che siano esse stesse un racconto breve, accompagnate da suoni adatti a rimandare l’ascoltatore nell’immaginario della vicenda. Come per la parte psichedelica di Whole lotta love, dove chiudi gli occhi e sei trasportato in un tunnel stile pallina da flipper.
E nello stesso tempo non ho intenzione di creare cose inascoltabili o brani monostrofa alla Dylan/De Andrè (e chi ci riuscirebbe più, tra l’altro…).
Non so, forse stare sul filo tra il cantautore con aspirazioni punk (ma che ascolta in privato i primi dischi di Ruggeri) e i Baustelle senza barba in prima fila al concerto dei Sigur Ros. Creare, per quanto possibile, un nuovo tipo di sonorità. O un altro punto di vista della musica, che a conti fatti è un po’ quello che provo a fare con le parole.
Dipingere il mare con il mare, e con un buon amplificatore resistente all’acqua.
In fondo dicono che per scrivere un romanzo ci si concentra, da buon pugile che fa a botte con le parole, alla resistenza sui dodici round. Dicono anche che il racconto breve dovrebbe stendere il lettore per KO.
Ecco, scrivendo canzoni/storie vorrei puntare a trasformarle in sali per rinvenire.
Anche se l’essermi comprato un programma (Ableton) per registrare tutto da solo manda in panico, mi ci abituerò. Al panico, intendo. Per qualsiasi cosa siamo accerchiati da eserciti di bipedi che ne sanno più, tanto vale approfittarne.
Idee nuove, quindi (e quattro).
Al solito, ho ripensato alla lezione Holden e agli elenchi, dicendomi “E perché non sfruttarlo? È lì.”
Così ne ho preso uno a caso e senza accorgermene la Musa ha lasciato qualche scaglia sul retino, come incoraggiamento (stile il 6- a scuola dopo una sfilza di insufficienze). Ed è uscito un testo, una canzone già pronta per trequarti, dal titolo #ilmare.
Tanto per tornare a Plasson e il suo dipinto.
È la storia di Jenny, una ragazza che passa la vita a osservare gli altri, dissolvendosi nel riparo di una finestra. E si crea una campana di vetro anche quando esce, quando vede il mare, fino al punto di non rendersi conto che la casa in cui abita è crollata.
La parte che mi interessa di più è strumentale e inizia quando la protagonista preferisce aggrapparsi alla boa invece di immergersi a guardare le meraviglie sott’acqua.
Pensavo al la minore ripetuto in loop per rimandare l’ascoltatore alle onde e a un assolo lungo e semi ipnotico che profumi di sabbia bollente, alghe, della finta libertà offerta su cauzione dal pedalò. Cose così. Ci provo, almeno.
Come al solito, è tutta questione di praticità, come per l’amour.
Per dire: avete presente le farfalle nello stomaco?
È dalla lezione degli elenchi che ci penso (sempre per via della foglia eccetera eccetera)
Credo sia una questione di cura, alla base del successo. Ok, detto così fa molto Piccolo Principe con la Rosa, ma all’incirca il significato è quello.
All’inizio le farfalle iniziano a svolazzarti nello stomaco solleticandolo. La sensazione è piacevole, i colori più vividi, le emozioni acquistano nuove forme, pure la sveglia mattutina ha un ché di armonico. E poi, che accade se lasciamo le farfalle al loro destino, senza neppure un trespolo per riposare? Perdono l’equilibrio, poverette. Il solletico si trasforma in eritema, senza una cura più o meno costante.
Le farfalle precipitano ineluttabilmente, bam bam bam dritte nell’inferno dei succhi gastrici.
E se non si curano i sentimenti, le uniche testimonianze degli attimi di felicità saranno sempre e comunque gli attacchi di acidità allo stomaco.
Quindi (e cinque) tempo al tempo, trespolo innaffiatoio moleskine e pazienza sotto braccio, vediamo l’evolversi.
E tanti belli elenchi da trasformare in qualcosa di concreto, che di cose da raccontare ne abbiamo tutti più o meno consapevolmente.
C’è così tanto, là fuori, pronto a essere colto.
Dovrei parlarne pure io, prima o poi.

"Di lei che rigira una foglia secca fissando un foglio bianco.
Del riflesso di una lacrima quando te l’ho raccolta sul dorso della mano.
Del cortometraggio di Bruce Springsteen che ho visto solo per metà al TG.
Del tizio che nasconde soldi nelle spiagge californiane.
Del tavolo che traballa quando scrivo.
Della vita che traballa quando non scrivo.
Del non distinguere l’indaco guardando l’arcobaleno.
Di Zooey che mi porta un piccione sul letto una volta a settimana.
Di quando guardo gli altri scrivere e mi viene voglia di scappare.
Del parco giochi sotto casa pieno d’erbacce, di come i bambini le strappano per tirarsele addosso.
Delle musichette in sala d’attesa dal dentista.
Della Croce del Sud, di quanto sia alienante notare costellazioni non tue quando oltrepassi l’equatore.
Del divenire invisibile quando sporgi lo scontrino del caffè alle commesse dell’Autogrill.
Di quanto sia bello il termine Mellifluo prima di leggerne il significato.
Di Riccardo che lavora con me e ogni tanto sorride da solo e quando chiedo “Che c’è” non sa rispondere.
Di quanto sia tempo perso amare una persona quando ti corrisponde.
Dei finali incomprensibili di certi romanzi.
Delle antenne delle lumache.
Del malditesta che mi prende se so di dover guidare tanto.
Delle voci degli altri quando cammino con l’iPod spento.
Dell’accordatura di Neil Young usata in Cortez the killer.
Della tonalità pastello nei vestiti dei gerarchi nazisti.
Del finale alternativo di Breakin’ bad.
Del rifugio che credevo segreto quando scappavo dall’oratorio e di come mi sento scemo ogni volta che sento le voci di altri bambini provenire da lì.
Della stupidità del “Ora che sei maggiorenne…”
Dei riflessi del marmo rosa nel Campanile di Giotto.
Della ring road islandese.
Della ragazza che annega nei pensieri degli altri.
Del ragazzo che dice di non avere un senso mentre guarda un documentario sull’ornitorinco.
Di quando ti dicono “La vita è una ruota che gira” e sentendoti quella di scorta domandi al nulla dove hai dimenticato le chiavi del bagagliaio.
Del dare per scontato che gli altri siano migliori, senza mai però voler scambiare un tuo giorno con uno loro. Mai.
Del pugile che a metà combattimento si rende conto di non reggere altri round e la consapevolezza lo libera dal dolore.
Di quanto sia stupido stilare elenchi, se mentre li scrivo tu non sei accanto a me."

[…]

Ecco, questo è quanto. E giusto per smentirmi, ho come l’impressione che domani poserò la chitarra per riprendere il romanzo nuovo. Di posare il romanzo nuovo per farmi furbo, beh, non è ancora il momento, ecco.
I capelli bianchi iniziano dal cuore, ma perlomeno finché non li scoprirò in testa potrò fingere che le forze per realizzare i sogni siano più che sufficienti.
“Le cose belle sono proprio dietro l’angolo!”, sentenzia sardonico l’u/oroboro.

ENJOY

domenica 6 aprile 2014

ARCHITETTI, FARINA, STRINGHE E FRAMMENTI.

"È necessario credere
Bisogna scrivere
Verso l'ignoto tendere
Ricordati Baudelaire"

Quando decide di soddisfare un'urgenza scrivendo un romanzo, lo scrittore impersonifica per intero la scena iniziale di Inglorious Bastards, dove l'idea è il cumulo di polvere in avvicinamento dell'auto carica di nazisti (le Regole) e lo scrittore è un rude contadino seduto al tavolo della cascina.
Ma è anche una graziosa ragazza (la Forma), è anche un buonissimo latte (i Dettagli), è anche un insieme di rifugiati nello scantinato (Figure Retoriche, Frasi Fatte, Razionalità), è anche una azione violenta (il Filo Logico), è anche un discorso pacato (i Personaggi) e include pure la fuga finale (il Subconscio).
Si perde il controllo, così come l'onanista l'architetto o lo chef; ci si dimentica, ci si abbandona alla mano che è una mente a sé, il corpo controllato da una sorta di fasullo stand-by. Se lo scrittore è bravo e fortunato, a volte accarezza pure l'idea di esser regista.


È lo scopo finale che continua a sfuggirmi.
Compiere azioni per comprendersi, quando in fin dei conti "La vita è un viaggio inspiegabile fatto involontariamente" (diceva Pessoa).
Credo che un ottimo allenamento per capirsi sia perdersi, allentare le cinture dell'autocontrollo.
Ho sempre diffidato da chi ha tutto – almeno così crede – sottocontrollo; passiamo buona parte della vita regolando all'ingiù l'asticella della pazzia per non perdere credibilità di fronte agli altri ("Mi piacerebbe tanto indossare quel cappotto giallo, ma meglio di no, chissà cosa direbbe la gente..."), eppure ogni volta che riconosco chi non si concede un break dalle regole mi prende sempre quel prurito di compassione. Sarebbe bene coltivar la pazzia, in fondo. Travasarla quando necessario, lasciare che adorni il nostro balcone insieme a gerani e basilico. O magari un po' occultata, non importa, va bene anche accanto alla piantina di Maria, basta curarla di tanto in tanto.
Prendere a pugni lo specchio del nostro ego e raccoglierne ogni giorno un frammento differente per notare le sfumature deformate del nostro corpo e delle nostre convinzioni: bum bum bum.
Scrivere senza perdere il controllo significa schiavizzare i personaggi, impedire loro che ti sussurrino all'orecchio "No, quest'azione non la voglio fare", divenire il dittatore del foglio bianco che per contro inchioderà definitivamente in due dimensioni le tue idee scopiazzate, non lasciando spazio al lettore per interpretarle come meglio crede. Tipo quei libri che si leggono mentre si pensa ad altro: un quarto d'ora di Dan Brown è un'azione ben poco differente dal guardare Beautiful mentre si sta stirando.
A volte ci ho anche provato, invidiavo chi confessava che aveva il suo progetto ben definito in testa: com'è possibile ch'io invece non sappia manco cosa preparare a cena? «Ciao, sei al primo libro? Anche io. Stavo pensando a un fantasy, mi mancano due capitoli. Sono cento in tutto, cioè devo ancora scriverlo ma ho tutto in testa, so già tutto.» (Ma va' a caghé, burik).
Ho preso un foglio A2 scrivendoci le azioni di un personaggio del prossimo romanzo, ho scritto "fa questo fa quello va lì dice così pensa incontra..." col risultato che quando ho provato a scrivere ho lasciato un paio di volte il foglio in bianco per poi imbrattarlo con frasi che una volta rilette non centravano nulla coi paletti iniziali.
E per fortuna.
I personaggi dei romanzi sono come l'amore, volatili e improgrammabili.
Quando ho iniziato a scrivere Per Adesso No avevo in testa la scena di un nazista sui quarant'anni che continuava ad alitare sull'aquila del cappello e si sistemava i bottoni della giacca davanti allo specchio. Muoveva i polsini, si avvicinava a controllare i peli del naso. Da lontano voci confuse, soldati americani che tentavano di profanare la magione. La guerra era persa, un'auto lo aspettava per la fuga eppure la maggior preoccupazione di quell'uomo senza nome era di lisciarsi la camicia.
Sicuro che da quell'immagine sarebbe partito un discorso mentale, magari ci sarebbe stato uno scontro prima che terminasse il capitolo. Non mi è dato sapere: l'idea in testa, una volta che è partita la mia mano (come cantava Lucio), si è plasmata in tutt'altro.
Chi crea ha l'occasione di elevarsi, per un variabile periodo di tempo, ad Architetto di Matrix.


Magari sei lì con le mani infarinate e il grembiule sudicio con l'indecisione se aggiungere o meno un pizzico di cumino al pranzo, così preso dalla creatura che guardando dalla finestra ti vien da pensare «Ma come, il mondo non si è fermato a osservarmi?»
La verità è che quando crei qualcosa agli altri non interessa affatto, eppure percepisci la necessità di farlo ugualmente; in più ti dimentichi pure, quando invece per paradosso in molti sostengono che chi crea lo fa per vantarsi. Bah.
Sì, certo, pure agli artisti non piace sentire il brontolio del proprio stomaco, e che caspita.
È solo che la creazione finalizzata al guadagno non è priorità, dubito che l'inventore del denaro fosse anche un poeta.
Frammentarsi e disperdersi per capire se stessi, dunque.
In tutto questo marasma una cosa la ben so: scoprire di vendere un centinaio di copie del romanzo al giorno o leggere una cifra maggiorata sulla busta paga non mi renderebbe affatto più ricco di quando la notte mi sveglia l'improvviso ronronron di Zooey.


Giochiamo a masturbarci il cervello con discorsi sulla meccanica quantistica a metà tra Focus e Mistero ("Da qualche parte nel multiverso esiste un altro me ricco felice e realizzato", "50 km sotto la crosta di una luna di Saturno esiste l'acqua, potremmo trasferirci", "L'Omino Bianco del detersivo è nero, coincidenze? Io non credo" ) o dicendo che a ogni stretta di mano ci scambiamo milioni di elettroni, ma la verità è che miliardi di cellule assemblate non ci hanno reso affatto complicati; anche se il non avere risposte o il non cercare di evolvere ci dovrebbe rendere inquieti, basta un sorriso o il calore di una gatta acciambellata per sentirsi in pace con l'universo.
Per il resto c'è tempo, magari domani, sì.

"Non sono niente.
Non sarò mai niente.
Non posso volere essere niente.
A parte ciò, ho in me tutti i sogni del mondo."


P.s. E non usate la scusa delle cento copie per evitare l'acquisto del romanzo eh ;-), scendi di una riga, clicca sul link!

giovedì 16 gennaio 2014

PARTOGENESI DEL ROMANZO "PER ADESSO NO"



«Hai tempo libero» è una delle frasi più gettonate, quando le persone scoprono l’esistenza del mio primo romanzo; a me viene in mente una vignetta di Snoopy ma non ribatto e mi limito al silenzio.



Durante i due anni alla Holden ho sentito un oceano di definizioni sull’atto dello scrivere, sugli scrittori, su quanto scrivere sia un atto per comprendersi. Io ascoltavo, a volte prendevo pure appunti, eppure la vocina in testa continuava a sussurrare la frase di Leslie Nielsen: “Tutti a dire stronzate…”.
Scrivere è una tortura.
Scrivere significa odio smisurato per i polpastrelli.
Scrivere è scartavetrarsi le sicurezze fino a farle evaporare.
È sottomettersi controvoglia a una padrona feticista, un tacco a spillo sul palmo della mano e l’altro sull’anima.
Scrivere è flagellarsi l’autostima.
Scrivere è prendere il cerchio del benessere e lanciarlo dal dirupo per poi arrivare a fine capitolo e scoprire di essere imprigionato in un cerchio differente, dimenticandosi di com’era quello lanciato.
Il foglio bianco ti fa pensare a quanto bene vivessero i popoli antecedenti ai Sumeri. Più volte mi chiedo «E allora perché…?», poi resto quei trequattro secondi in silenzio e la risposta sgorga sotto forma di altre domande.
E allora perché la mattina alle sette ti svegli per andare in un ufficio dove la gente ti saluta per cortesia?, e allora perché hai un televisore e a volte durante cena guardi carloconti?, e allora perché quando esci per la pausa pranzo e le montagne ti invitano per una passeggiata fingi di non sentire e rientri al lavoro?, e allora perché non rompi il naso a certi saccenti che ti guardano con superiorità solo perché loro hanno il Suv e tu la micra?
Per essere accettato e sopravvivere, fondamentalmente. Questa è la scusa.
Scrivere è un poco diverso, in effetti. Potrei sopravvivere senza scrivere, certo. Non potrei vivere, però. È questo il tormento: odiare ciò che fai per vivere e non poterne fare a meno.
A Natale mio zio mi ha regalato Open, la biografia di Andre Agassi. Io, che non so neppure quanto possa pesare una racchetta, ho pensato “Va beh inizio a leggerlo per cortesia”. Il 27 l’ho finito. Inizia dicendo che lui odia il tennis con tutto il cuore e che nonostante tutto lo pratica, un po’ per quella sorta di odioamore e un po’ perché è l’unica cosa in cui sente di “riuscire bene”.
Io non so se scrivo bene, la cosa col tempo ha perso importanza per quanto mi riguarda – in effetti basta aprire un libro recente a casaccio e di frasi oscenamente ridicole e banali se ne trovano in quantità – però quando succede anch'io, pressappoco, mi sento vivo. Certo, dopo Matrix e Inception il concetto di sentirsi vivo ha perso senso, ma tant’è.
Seminare dubbi e domande, credo che questa sia la missione di uno scrittore. Di risposte se ne sentono troppe e continuamente, ogni giorno per strada o in tv ci sono persone che – beati loro… - possiedono la scienza infusa e ci tengono a ricordarcelo. Casomai ce ne fossimo dimenticati.
Poi, e chi lo sa?, le domande ti portano a vedere le cose – sì, esatto, quelle “cose” che vedi da una vita e che credi di conoscere a memoria – da un altro punto di vista, e spesso l’angolazione rivela ombre nascoste o aurore boreali da condividere come Balto e la sua bella. "Evoluzione", direbbe Darwin, ma io non avendo la mia faccia su qualche banconota mi limito a "Deviazioni".
Trovo che una persona senza domande sia utile come gli spaghetti senza sale.
Quando suonavo era tutto differente, salivo sul palco ed ero un’altra persona, pensavo “Ahahah plebaglia ora sono io a fare le regole”; la scrittura ti pone in un’altra dimensione, ti fa capire l’importanza della condivisione.
Con amplificatore microfono e chitarra ero io davanti a un tramonto splendido, ora che scrivo sono io davanti a un tramonto splendido insieme a te.
Comunque. Com’è nato questo romanzo? Da un errore. Come buona parte delle cose che creiamo, in fondo. Anni fa avevo progettato un viaggio in Scozia, ma non avendo saputo dire di no ad alcuni amici ho viaggiato con loro ed è stata un’esperienza spiacevole (fa sorridere quanto il disastro presente sia molto spesso una vittoria futura). A metà vacanza ripiegai in Grecia e lì ho conosciuto una persona che mi ha psicanalizzato durante una trasferta su un catamarano, al punto da farmi pensare che "va bene seguire inconsapevolmente la propria strada, ma un faro o un’indicazione preventiva ogni tanto non è che sia peccato mortale".
Da lì, mesi in cui nei sogni si plasmava un tizio con le sue domande; un ragazzo qualunque a cui era stato affidato il potere di modificare i pensieri altrui. Un ragazzo che lottava per non imparare a usarlo, in realtà. E durante il giorno, davanti al pc, guardando il telegiornale, in coda al semaforo, scontrandomi con la gente al centro commerciale, avevo sempre la stessa domanda a frullar le sinapsi: come si comporterebbe una persona di fronte all’occasione di poter plasmare le coscienze altrui?
Così, senza fretta, io e quel ragazzo abbiamo iniziato a conoscerci.
Quando scoprii che si chiamava River, gli dissi «Ma dai?, come River Phoenix» e lui mi guardò storto. Raccontò della sua infanzia trascorsa in comunità hippie per via del mestiere di sua madre, una guaritrice. "Strega", disse una volta. Quando gli domandavo del padre era spesso evasivo, ma col tempo mi accennò che non l’aveva mai conosciuto, che era morto di overdose, che era leader di un gruppo psichedelico caduto in disgrazia un attimo prima della celebrità. «Ma dai, come in Almost famous!» Anche in quell'occasione fece la faccia grama.
"I protagonisti dei sogni non vogliono essere interrotti", scrissi sul moleskine.
Poi le cose sono precipitate e non ho potuto far altro che raccontare la sua storia, tentando di indovinarne i pensieri nascosti.
Trasformare la bic in un badile e scavare, scavare, scavare.
Una volta per dissuadermi River mi disse «Io ho seguito l’arcobaleno. Giuro. Fino a trovare la pentola. Davvero. Ma caro Liuk, davvero pensi che dentro ci sia oro? No no, ho trovato solo un biglietto. Sai che c’era scritto? Ritenta.»
Ricordo di aver fatto sì con la testa e di aver continuato a seguire la sua storia: volevo capirmi, volevo uno spunto di riflessione per chi poi quella storia l’avrebbe letta.
Scavavo, dunque. Ho scoperto che River era perseguitato in sogno da esseri tremendi, che al risveglio scopriva lividi. Se la passava piuttosto male, a dire la verità. Poi un giorno, ed ero verso il quinto capitolo, mi ha sorpreso: disse che voleva scoprire la provenienza dei suoi incubi e ricordo di aver provato invidia. Il voler diventare protagonista della propria vita credo sia il traguardo finale dell’esserlo già; a me, come credo a molta altra gente, questa spinta spesso manca.
Indagando sulle cause del malessere ho scoperto insieme a lui qualcosa sul padre – che tra l’altro aveva trovato un nome alla sua band che mi garbava parecchio: Soul stripped II times – ma mi accorgevo che River stava semplicemente passeggiando in un dedalo di vicoli ciechi.
Un signore molto zen diceva che quando l’allievo è pronto compare il maestro.
Non so quanto sia vera l’affermazione, ma so che d’improvviso una gatta di nome Zooey è entrata nell’universo di River e so pure che una settimana dopo aver concluso il romanzo quella stessa gatta è entrata in casa mia. "Un regalo", mi sono detto. Ora che convivo con lei da mesi direi piuttosto "Una benedizione."
Comunque sia, River e Zooey hanno fatto da subito squadra, fino al punto – illuso d’un River! – di smettere con le ricerche, convincendosi che al destino non si può porre rimedio. Fu allora, ed ero a metà romanzo oramai, che in sogno ebbi un’interferenza. Tre vecchiette mi accennarono di una situazione da risolvere che lì per lì non capii, parlarono di un filo legato a due matasse, che avrei avuto bisogno di una forbice affilata. Pensando che fosse un semplice dopo sbornia, le ignorai.
Ignorare è la cosa più semplice per sopravvivere no? È difficile vedere un ignorante triste.
Fatto sta che a River arrivò una lettera dal Sud America; la badante di un nonno – il padre di suo padre – che non sapeva di avere lo voleva convincere ad attraversare l’oceano. C’erano "cose fondamentali di cui doveva essere al corrente", scrisse.
Non so voi ma quando entra in gioco il verbo dovere ho sempre quel brivido stile “andare in bagno scalzo a luci spente e nel corridoio pestare un qualcosa che potrebbe anche essere uno scarafaggio”.
Comunque. River, sotto consiglio del suo animale guida, decide di attraversare l’Atlantico destinazione Buenos Aires, senza sapere nulla – neppure il nome – di questo fantomatico nonno, spinto solo da un desiderio di scoperta a metà strada tra Ulisse e una falena.
È stato interessante scoprire la storia di quest’uomo, la sua visione della vita e dell’amore ancorata ai tempi del nazismo, la convinzione che solo nella scienza si celano le risposte ai perché passati e futuri.
Durante l’incontro tra i due quel signore ha pronunciato una frase che mi è rimasta impressa, pressappoco fa “Più denso della verità è l’amore. E più dell’amore è la vendetta.”
E pensare che per una serie di circostante River nel frattempo l’amore l’aveva pure trovato, che tempismo!
Quando il romanzo si è terminato – ma poi si può definire conclusa una storia il cui titolo è “Per adesso no”? – ho sentito un vuoto, un senso di appagamento così totale da non esserlo affatto. L’ultimo “invio” è stato un po’ come trasformarsi nella sigaretta fumata dopo l'amplesso, essere la bollicina personale di champagne del vincitore del Tour de France.
Mi hanno insegnato molto River e Zooey, al punto di pensare “bah, poteva uscire peggio..” eppure quando è arrivata la proposta di pubblicazione come ebook da Libromania (una nuova collana nata dalla fusione tra la DeAgostini e la Newton) ho avuto una reazione da taxi driver, col "Are you talkin’ to me?" ripetuto allo schermo del pc.



Va beh. Sono soddisfazioni. Così come vedere il prezzo imposto a 1.99: avevo ricevuto proposte cartacee a 16 euro ma non li avrei spesi neppure io :-)
E niente, il romanzo – la mia parziale visione di cosa è accaduto – è nato così, mi farebbe piacere potermi confrontare con te. Se ti va di leggerlo di link dove poterlo scaricare ce ne sono parecchi (ne allego uno a casaccio), mi pare che su google ci siano anche delle pagine aggratis per farsi un’idea.
Il poterci confrontare piacerebbe anche a River, credo. Alle unghie di Zooey sicuramente.

ebook "Per adesso no"

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