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venerdì 1 maggio 2015

KATHMANDU, WTF.




In più momenti nell'adolescenza ho creduto che solo la solitudine potesse mantenere intatta la forza interiore, che affezionarsi a cose o persone - amanti, figli, amici... - rendesse più deboli, che con più oggetti o sentimenti da curare e difendere le energie per te stesso si disperdessero nell'oceano delle incomprensioni. Il che non vuol dire comportarsi da asociale, per crescere e fare esperienze alcune scene come la passeggiata sulle rotaie con gli amici à la Stand by me vanno semplicemente vissute: a invecchiare senza mai togliersi i guanti bianchi per sporcare le mani si finisce col ritrovarsi un mimo. Il dividi et impera va a farsi fottere quando a comandare non è la testa.
 

 
Crescendo ho scoperto scrittori e filosofi che parevano dare man forte alle mie convinzioni, loro e quegli aforismi che mi tingevano di nero le pagine della Smemo come il "The one you love and the one who loves you are never, ever the same person” di Palahniuk o “L'unico modo di salvaguardare la propria solitudine è ferire tutti, a cominciare da quelli che amiamo” di Cioran.
Qué alegría.
Credevo di essere nel giusto, senza sapere che privo di cicatrici un uomo – o un luogo – è semplicemente astemio di vita. Forse è per questo che gli squarci vissuti in Nepal e in Islanda mi hanno turbato più di altri posti.
Così, tanto per contraddirmi, col mio carico di pessimismo travestito da pensiero illuminato ho iniziato a viaggiare e senza rendermene conto ogni paesaggio a me straniero mi si è appiccicato nell’anima; di riflesso, da buon Pollicino vagabondo, frammenti di me si sono aggrappati alle opere alla natura e alle ombre allungate da albe e tramonti. 
Viaggiando ci si moltiplica, è un po’ come quando da bambino aspettavo le giostre del paese per giocare a Pang e in seguito a ogni colpo vincente mi domandavo dove fosse sparita la pallina colpita.


Dicevo: i viaggi. Dopo ogni ritorno, mi sentivo paradossalmente sempre più forte e completo, al punto da fingere di non sapere che alcuni luoghi restano a portata di retina, nel bene e nel male, e a sentirli nominare si finisce col ripercorrere la strada a senso unico dei ricordi.

Ognuno ha un rifugio mentale, il mio è la valle di Kathmandu.




Quando apro il portafogli, tra i 5 euro spiegazzati c'è un mondo di scontrini e numeri telefonici di chissàcchi e in mezzo spunta - non posso fare a meno di guardarlo ogni volta - il biglietto d'ingresso a Bhaktapur. Per chi non l'ha mai visitata, Bhaktapur è (era?) una delle cittadine più affascinanti del pianeta. Sul biglietto è scritto "Wel-come to the cultural city - Bhaktapur, Nepal - Let us preserve our common heritage" e al centro l'immagine della piazza principale che anche solo accennata rimane incantevole. "Wel-come, preserve, heritage..." ...già. 


  
Vedere le immagini della devastazione è straziante.
La sensazione di trovarmi a casa che ho provato calpestando quelle vie e assaporando i sorrisi sinceri delle ragazze nepalesi mi annebbia i pensieri, non riesco a credere che i templi nelle Durbar Square di quelle città siano crollati. Vivo i giorni della non accettazione, a volte succede.
Crollare è un verbo definitivo, tanto in contrasto con la poetica del continuo mutamento induista che davvero non sembra possibile. Certo, “Edificare è abbattere”, però che caspita!, della piazza principale di Kat è rimasto poco più che il ricordo. Forte, vivido e tutto quello che vuoi, ma pur sempre un ricordo.




Guardando le immagini riferite alle conseguenze del terremoto ho pensato al monito lasciato anni fa dal buon vecchio zio Salinger a proposito del non affezionarsi, del non raccontare niente a nessuno per evitare future nostalgie. Perché il Nepal è infido, ti si inocula sottopelle come un mal d’Africa in trasferta e non puoi che arrenderti alla bellezza: tempo di avvertire un sentore di magia nell’aria e taaac, addio a tutti i tuoi propositi sul non farsi trascinare dalle situazioni, sei già sei sotto incantesimo.
La convinzione è che il popolo nepalese, proprio grazie ai sorrisi che la polvere dei calcinacci non può cancellare del tutto, rifiorirà; loro sì, sapranno interpretare il segno occultato tra le scosse che in questi giorni continuano a sconquassare Shangri-La. Ci vorrà tempo, ora che case e scuole (di acquedotti non ne ricordo neppure prima, in realtà) sono al pian terreno, ma sono fiducioso che una cultura come la loro non potrà che tornare in superficie. La terra vive e ogni tanto spurga il pus ma le ferite del terreno si ricompongono. Relatività umana del tempo, in un paese che pulsa storie senza età.
In uno dei templi di Kat ricordo di aver trascorso un mezzo pomeriggio di inizio autunno seduto sui gradini, io e la mia moleskine, scrivendo frasi a casaccio, lasciando che il Nepal mi scardinasse a forza di incenso & namasté le stupide convinzioni da occidentale indotte dai telegiornali.
Da quei gradini ricordo una ragazzina che trascinava l’aquilone come fosse un fratellino da accudire e nei suoi gesti – ma poi boh, sono di parte, per me il Nepal non è uno stato ma un luogo dell’anima, descriverlo a parole è difficoltoso e si finisce a usare quei termini cretini tipo “emozione” o “indescrivibile” – m’è parso di riconoscere la dea Parvati alle prese con l’amore universale. 
Era tutto lì, il Segreto. 
Bastavano gradini e aquiloni per essere in pace col mondo. 



E ora di quella piazza non è restata che una sola moltitudine, un cumulo di sporcizia a comporre la scritta Panta Rei. 
Chissà se quella ragazzina si è salvata o se da sotto le macerie la sua anima è volata via, tra le braccia spietate e caritatevoli di Shiva.

 
Ha ragione Salinger, fa male quindi affezionarsi e ricordare i luoghi tanto quanto le persone; eppure è inevitabile e sempre più spesso mi accorgo che il coltello usato per staccare i brandelli di anima in cambio di nuovi ricordi è composto non di acciaio e veleno ma miele baci e cioccolato. 


Buena suerte Kathmandu, gli aquiloni presto o tardi torneranno a festeggiare la tua rinascita.
Dicono che esista per davvero il mal d'Africa. Io non so, credo di essermi infettato visitando il Nepal - si sa che i virus e i sentimenti sono scarsi in geografia. Kathmandu la voglio ricordare così: una bambina colorata che porta a passeggio tra la Storia l'aquilone della gioia di vivere.


It's funny. Don't ever tell anybody anything. If you do, you start missing everybody.

lunedì 13 ottobre 2014

KATHMANDU PENSACI TU parte 2 di 2

15
Fine giornata, una di quelle che forse è la pioggia, forse il mio continuo restare invisibile schivando testardo le secchiate di colori che mi gettano alcune persone, forse è il ripetersi di monasteri senza ancora aver formulato in testa La domanda, insomma: mi sento a mio agio in Nepal. Ma sono fuoriluogo anche qua.

16
Arrivato di fronte a una fontana, mi donano una moneta.
"Lanciala nel secchio in mezzo. Se lo centri, il tuo desiderio si esaudirà."
Ho visto un bel po' di gente lanciare senza successo, so di avere una discreta mira eppure quando la ragazza accanto a me si è rabbuiata per aver sprecato il lancio le ho donato la moneta d'istinto.
"Tieni. Ti cedo il mio desiderio", le ho detto.
Che frase da sciocco!
Tra l'altro, cosa potrei desiderare se manco so chi sono? Ad agosto l'ho vista la stella cadente dal balcone di casa e anche allora non ho pensato a nulla.
Mi suona strano desiderare qualcosa in una terra che il destino ha voluto visitassi forse proprio per staccarmi dal desiderio.
Cosa dovrei dire, cosa si aspetta la gente che dicessi?
"Ti prego (chi, poi, con esattezza?!?) fai in modo che venda milioni di copie col romanzo?"
Che tristezza, non è un desiderio, è una imposizione verso gli altri.
Molti desiderano la felicità per i propri famigliari, ma pure in questo caso mi sembra una forzatura, un concetto troppo soggettivo.
Nepal, ho capito che mi stai risintonizzando le frequenze; io non pretendo grandi cose, giusto un segnale che possa perlomeno intuire. Era la ragazza scomparsa nel fumo, il segno? Che stupido.
Liuk, divertiti. Mi han detto che la felicità sarà una naturale conseguenza, che imparando a sorridere uno poi non è più sconvolto dai sorrisi di risposta.

17
"Non essere troppo cerebrale. Non interpretare ciò che leggi per filo e per segno. Dimentica la storia dei desideri, pensa piuttosto a ciò che vorresti essere. Il medico che vorrebbe essere giardiniere non è un medico felice."
Sono ancora indeciso se giudicare i nepalesi troppo saggi o fancazzisti: tergiverso. Magari è la stessa cosa.




18
Oggi sono stato in un tempio tibetano femminile di Vattelapesca, non ricordo il nome del paese.
Ho avvertito un'energia differente, gli occhi che pulsavano. Non è suggestione. Oramai sono in questa terra da qualche giorno e inizio a capire quali leve devo spingere. Davanti a una statua coi denti aguzzi ho domandato non più chi sono ma chi potrei diventare.
Il tutto come sempre a occhi chiusi – voglio dire: nei templi c'è silenzio e si cammina scalzi, dopo un po' si impara anche a vedere senza guardare.
La statua mi ha risposto.
Ok, sto imparando pure che la risposta è dentro di me e quindi ciò che ho sentito in reatà sono le mie parole con la sua voce e blablabla, non importa. Ho visto tutto in modo chiaro. Sono sereno.
All'uscita ho imbrattato un poco il moleskine guardando i bambini monaci giocare a palla schiava.
Non so ancora chi sono ma ora so chi potrei diventare.



19
È l'ultima notte di settembre e oggi ho visto come si forma un lago di sangue: se avessi avuto una telecamera avrei potuto formare un time lapse un pochino splatter ma dubito che i più apprezzerebbero il risultato. In effetti lo straaap di una gola è impressionante, anche dopo averne sentiti decine.
Dicevo: è l'ultima notte di settembre, sono a Bakthapur, un paese splendido.
Mi hanno avvertito di dormire coi tappi, che dalle 4 i monaci e i fedeli inizieranno le preghiere nel tempio dedicato a Shiva, casualmente proprio accanto all'ostello.
Potrei fingermi lui e per placare la mia ira richiedere 108 caprette da sacrificare ma insomma, di sangue e sgozzamenti vari ne ho visti fin troppi oggi, può bastare. Mi hanno spiegato che sacrificare animali per quest'occasione non è solo un onore ma anche il modo per mangiare carne. Per un popolo poverissimo che vende gli animali allevati per ricavare qualche rupia, la festa in questione è l'unico giorno dell'anno in cui avranno un menù non da vegetariani coatti. Natale e Pasqua in una botta sola.
Oggi è stata dura: vedevo i figli dei macellai sguazzare a piedi nudi nelle strisciate di sangue, intorno a file infinite di fedeli che aspettavano il turno di venerazione con il loro animale e la ciotola delle offerte. Si narra che dopo la morte, se non abbiamo compiuto una buona vita, ci si dovrà reincarnare 8 milioni e 500 mila volte in altre forme prima di tornare umani e avere una seconda possibilità. Il sacrificio animale è visto anche come un modo per velocizzare il tutto.
L'induismo, pur se primitivo per alcuni aspetti, è affascinante. E i gong continui sono estatici.
Questa è la mia ultima impressione di settembre 2014: siamo un continuo divenire.


20
Una donna rende lo zaino e il portafoglio dimenticato da un turista.
Sento dire "Certo che sono onesti, per essere così sporchi."
"È più sporco il denaro", commento.
E riprendo a camminare, per le strade di una cittadina ricostruita dopo il terremoto del '34, a pochi chilometri dal confine col Tibet. Continuare a camminare, sorridere ai bambini, sorridere a me stesso, amare il Nepal, amare te, amare me. E dopo, superata la risaia, riprendere il cammino. Con un nuovo dettaglio da aggiungere al Mandala della vita.


21
Come ogni viaggio esige, questa volta seduto su un furgoncino Wolksvagen anni 70 ascolto The times are a-changin' attraversando un villaggio davvero bellino. Il caso vuole che sia capitato durante la raccolta del riso. Sono seduto e osservo, con l'armonica di Dylan a scandire il ritmo della giornata. È una bella sensazione.


22
Bhaktapur. Vista dalla terrazza, noto che il cielo è un'esclusiva per falchi e aquiloni da battaglia.
Vedo l'ombra di un rapace volteggiare tre volte sopra di me, sopra la quiete della città. Immagino sia la mia Lady Hawke. Non alzo lo sguardo per controllare.

23
Il Nepal è uno specchio frantumato e in ogni riflesso c'è un io differente.
Masticare il Nepal: concepire la violenza estraniando l'atto in sé dell'uccidere. Non è sadismo ma un gesto di ineluttabile sopravivenza collettiva. Compreso questo, il ci-ciak delle suole quando calpestano il sangue rappreso non è che uno dei mille suoni che accompagnano gli eventi.

24
Luca, devi focalizzare.
Focalizza, liuk.



25
L'obiettivo di oggi è la Pagoda per la pace nel mondo. Per raggiungerla sto attraversando una foresta tropicale, piena di zanzare libellule giganti farfalle blu scimmie...
Fa caldo, quel caldo che sudi solo nel pensarlo. Eppure. Chissenefrega. C'è questo panorama che, insomma..., si domina la valle di Kathmandu, e dire "Kathmandu" continua a riempirmi la bocca di sogni. Sono fermo al bar fissando l'Universo, qua a Pokhara è un via vai continuo di farfalle!
Leggo che il luogo è stato scoperto dagli hippie durante gli anni 70, c'è un senso di pace che nessuna umidità può distorcere.



26
Sua Maestà, Everest.
L'Annapurna, la Dea dell'Abbondanza, mi è apparsa un giorno alle 5 della mattina, così, come le cose belle, senza chiedere permesso.
L'Everest è pazzesco, si erge dietro un'altra vetta come un discolo in punta di piedi che nella foto di fine anno si piazza in ultima fila, non tanto per vergogna quando per poter fare le corna a quello davanti.
Vedere tutta la catena distesa al di sopra delle nuvole non mi ha annullato come credevo, piuttosto ho provato un qualcosa simile a gratitudine.
E poi, l'alba: se esistono momenti che nonostante il perpetuarsi ancora non si riesce a descrivere con esattezza, lei è tra questi. Ogni volta si manifesta con dettagli differenti, è Angelina Jolie che ti si presenta firmata Armani, nuda o Desigual a seconda di variabili sconosciute.
L'Everest che trapassa le nuvole e senza movimenti percettibili saluta con l'ostentazione del pavone mi ha riempito gli occhi. Era lì, a un passo dai cumulonembi e a pochi metri da me. Per un po', giusto il tempo di preparare la macchina fotografica, ho pensato che il rapporto che si stava instaurando tra l'Everest e me era pressoché identico a quello tra me e l'amore: entrambi, per motivi differenti, siamo orizzonte.

27
Cosa mi ha insegnato il Nepal; le statistiche dicono che è la settima nazione più povera del pianeta. Kathmandu la seconda al mondo più inquinata. Potrei sciolinare notizie ricavate dai siti italiani (eggià, il belpaese dei sessanta&rotti milioni di abitanti che si credono superiori e al sicuro dai cattivi mistificati al tg...), la domanda che mi porterò al rientro sarà sempre la stessa:
può essere considerata inferiore, rispetto alla tua – sì, alla tua, di te che ora leggi – una nazione popolata da individui – non importa se donne uomini vecchi bambini – che vedendoti provano la naturale Gioia Empatia Cordialità nel pronunciare a mani giunte – con la bocca e con gli occhi – Namasté? Io, io credo di no. Davvero. Non a caso Buddha è nato in Nepal. Non a caso la nazionale nepalese di calcio è la più scarsa del mondo. Ma questa è un'altra storia...

28
Una sola solitudine
Tra irrealtà bucoliche.


29
La situazione che credevo di dover risolvere, anche grazie al viaggio, era l'eliminazione – o perlomeno un abbassamento – delle aspettative da parte degli altri, soprattutto quando compio gesti a me inusuali. Il Nepal mi sta insegnando tantissimo. Ho iniziato a capirlo quando ho ceduto il mio desiderio a quella ragazza: è stata a mente fredda una azione che non ha spostato gli equilibri del mondo, eppure nei film qualcosa sarebbe accaduto.
La vita, per fortuna, non è un film.
E il Nepal, con la fierezza dei suoi dei – Shiva, in primis – mi ha aperto con la forza gli occhi, in attesa che mi spunti il tezo (oltre a quello che ho tatuato sulla spalla).
"Agli altri di ciò che fai non frega niente, ma proprio per questo sii buono, giusto, soprattutto – nel bene o nel male – cosciente e consapevole delle tue azioni. Fallo per te, ricorda allo stesso tempo che non sei che sabbia che fluttua nel vento cosmico, l'ennesima entropia di te stesso."


30
Non credo che la sporcizia di Kathmandu sia sintetizzabile come semplice pattume, che non sia un qualcosa di casuale, al di là della religione e altre considerazioni razionali. Il propagarsi di virus non è, nel caso di questa città, un qualcosa di fine a se stesso.
Kathmandu non è un ricettacolo di virus,
Kathmandu È un agente scatenante.
È probabile che come buona parte delle cose inoculate invisibilmente durante la nostra vita, al ritorno a casa, quando il maldigola e il raffreddore saranno ricordi lontani, senza preavviso esploderà.
Già mi immagino, sveglio in ritardo con l'ansia di andare al lavoro, bagnarmi la faccia e rialzando il volto leggere KATHMANDU sullo specchio.
Non c'è medico che tenga, quando ti svegli e scopri d'essere ammalato di vita.

31
Dall'aereo la mappa afferma che il volo di ritorno è iniziato da 3 ore e 16 minuti. Dallo schermo davanti riguardo – e che effetto maestoso quando si rientra - Into the wild. Ma mi attira di più il finestrino: amo l'immenso quando decide di rivelarsi.
Durante i primi viaggi mi soffermavo a osservare le nuvole, su come l'istinto ti volesse sopra di loro a correre senza scarpe. Ora ho imparato a trapassarle: le coordinate dicono che sto sorvolando l'Iran, ed è bellissimo. Bel-lis-si-mo. Chissà attraversala a piedi, quante cose avrà da insegnarmi. Si notano le catene montuose, le strade che chissà dove vorrebbero accompagnare i viaggiatori.
A volte compare quello che potrebbe essere un agglomerato di case. Vorrei vederle, sì.
Il Nepal ha spazzolato via la pelle morta che mi portavo appresso coi pregiudizi.
Riguardo quella strada tortuosa dal finestrino; è la strada dentro ognuno di noi, ne intravedo le biforcazioni continue e i punti ciechi e le buche e il brillio dorato dietro la montagna dove pare la strada finisca.
Ma poi, chissà. Da quassù non si capisce bene se il dorato è dopo, all'arrivo, o è la strada stessa.
Il pianeta che calpestiamo contiene diversi livelli di percezione (il Nepal è strada ma pure cultura, sorrisi, sangue, odori...) ed è fantastico rendermi conto che sono cosciente di sporcarmi di vita. Puoi, posso, arrivare ovunque, quando il viaggio parte dal cuore.
Si diviene immensi, proprio come le distese offerte dal finestrino dell'aereo.
...
Spero che un giorno leggerai anche questi pensieri, Persona-che-incontrerò, magari ti piaceranno.
Nel frattempo divertiti, amore mio. Io ora torno a casa, ho una gatta che mi aspetta.
Namasté.

mercoledì 8 ottobre 2014

KATHMANDU PENSACI TU parte 1 di 2

Ci sono viaggi che scelgono te e non viceversa, o più sinteticamente "c'è pane e Pane", come ripete da tempo rincobanderas.
C'è un lavoro che pare più un trascinarsi verso la fine del mese accontentandosi di una busta paga e del solito comunicato in bacheca stile "Non vi preoccupate la valuta partirà da... sicuri della vostra comprensione...",
c'è uno specchio che al mattino prima di riflettere l'immagine di me con lo spazzolino in bocca si appanna per comporre scritte del tipo "Sicuro di voler vedere lo scempio?",
c'è una gatta che quando preparo la tisana della buonanotte accartoccia la bustina e me la lancia, con l'espressione che fa tanto "Dai liuk, gioca un po' tu ora, ne hai bisogno",
c'è un telefono che resta più spento che altro,
c'è un secondo romanzo che si sta incartando su una dei tre protagonisti e mi fa dannare,
c'è un agosto trascorso in ufficio a far chissàcheccosa,
c'è una bocca che continua a essere amara e piena di saliva, da chiedermi "Ho la rabbia?", da chiedermi "Sputo saliva o sputo sentenze?", da chiedermi "Ho bisogno di una vacanza?", da rispondermi "Sì - Non so - Sì."
Vacanze, quindi.
Vacanza del tipo che non torni più, o meglio: ritorni a casa così differente che è come se l'io della partenza fosse rimasto laggiù e al suo posto si fosse presentato un clone verosimile.
C'è pane e Pane, dunque.
E c'è viaggio e Viaggio.
Il mio si chiama Kathmandu, Nepal.
Una di quelle città che solo a pronunciarle mi si riempiono gli occhi.
E da profano, non posso fare altro che ricopiare le stupidaggini scarabocchiate sul moleskine,
io che di induismo e buddhismo so quasi nulla,
io che a malapena so collocarlo il Nepal e mi limito ad adorare le parole che non finiscono con una vocale,
io che del Nepal conosco più che altro la diceria sull'erba che cresce per la strada,
io che quando ho letto "Il fuso orario è tre ore e quarantacinque minuti" ho pensato "Ma tu guarda, s'è fatto tardi."
E allora, si parte. Vediamo che succede.


1
Arrivo a Bodnath, dove c'è uno stupa gigantesco. Ah sì, un'ora dopo l'atterraggio già imparo una parola: stupa. È una costruzione con raffigurato lo sguardo del Buddha su tutti i lati, almeno credo. Dovrebbe essere un monumento spirituale. All'interno mi pare di capire che non ci si entra ma bisogna girarci intorno in senso orario e farsi trasportare dalle preghiere. Ancora ci capisco poco, quel tipo di poco che più ti sforzi e meno comprendi. Forse il segreto è proprio questo: lasciare inizialmente il razionale da parte.
Liuk, ricorda: l'uomo era già saldamente attaccato alla terra ben prima di conoscere l'esistenza della gravità.
Il Nepal mi accoglie così, tra rumori di campane, preghiere e aerei a disturbare il tutto, moderni serpenti che offrono dall'alto le mele occidentali della vanità.
Scopro che il Dalai Lama quando disegna il Mandala sul pavimento col riso (altro termine nuovo: è un cerchio della vita, da quel che sto capendo nelle prime ore) alla fine della cerimonia getta i chicchi al fiume. Significa che non siamo nulla, mi dicono. Faccio di sì con la testa, scatto una fotografia e resto in silenzio, notando un monaco tibetano estrarre l'iPhone da sotto la sua veste. E che cavolo, pure lui ce l'ha, dovrò farmi delle domande.


2
Entro in un tempio induista con tanto di scritta Please Mind Your Head e taaack!, capisco subito che il Nepal non sarà raccontato dall'occhio della macchina fotografica o dalla raccolta di sillabe che continuo a gettare nel diario. Roba che rischio una storta ogni treperdue ma le sensazioni sono incessanti, in questo luogo. Non solo foto o parole, dicevo. È un insieme ulteriore di suoni, di odori.
Chiudo gli occhi e mi immergo. Il ricordo a occhi chiusi elimina il superfluo, non resta che aspettare. Il Nepal, come me, è un diesel. Bene.



3
Ho raggiunto il luogo delle pire, lo chiamano la Varanasi del Nepal e presto intuisco il motivo.
Il fumo denso brucia gli occhi ma devo vedere meglio lo stesso, sono arrivato da poco e da occidentale medio tendo a considerare la vista come il senso più importante. Se non vedo non esiste, fingendo di ignorare che gli occhi scorgono solo il passato. Per dire: vediamo il sole tramontare quando è già tramontato da qualche tempo. Sono sicuro che a fine viaggio qualcosa imparerò, son preso bene. Comunque, dicevo: i corpi vengono lavati – vabbe', dire lavati in un fiumiciattolo sporco forse è una esagerazione... - prima di essere ricoperti da più strati di un qualche tessuto e ogni tanto sulla pancia noto che poggiano qualcosa tipo carbone, non sono sicuro. Alla fine il corpo rimane una sorta di bozzolo, scorgo solo il viso del defunto. A bocca aperta. 
"Come mai?", mi domando. Il corpo viene poi deposto sulla pira e, mi hanno raccontato, il primogenito darà inizio alla cremazione. Con una torcia brucerà il cadavere. Dalla bocca, appunto. Dalla bocca, caspita.
Ci vogliono circa tre ore affinché non resti altro che cenere, mi informano. Ogni tanto sento dei crepitii e immagino siano intestini e ossa che sfrigolano da sotto gli strati di legna. Non riesco a smettere di guardare e non vorrei guardare allo stesso momento, mi sento in parte Alex DeLarge in piena Operazione Beethoven, ma senza costrizioni.
Scopro che gli induisti venerano circa 33 milioni di divinità e per la prima volta, guardando ancora le pire infuocate e le baracche in lontananza dei cannibali (cannibali sul serio intendo, si tratta di asceti che vestiti di nero escono di notte per cibarsi dei cadaveri. Secondo loro nutrendosi di quella carne possano ampliare anche le anime, o qualcosa del genere) inizio a credere che non sia tutto poi così assurdo. 
Non per uno che in fondo teoricamente alla domenica dovrebbe ingerire senza masticare il corpo di Cristo.
Il fiume è collegato al Gange, i rimasugli verranno gettati e lo raggiungeranno.
"Molti nepalesi vivono però in montagna, sopra i 4mila metri, come possono raggiungere in tempo il paese prima che i morti si decompongano?" Altra domanda.
"Li tagliano a pezzi e lasciano che gli uccelli facciano il loro corso."
"Ah, ok."
Mi viene in mente che qualcosa del genere l'avevo letto in un libro di Tiziano Terzani e d'improvviso un senso di sacralità al tutto mi quieta. 
Fanno sparire il corpo proprio come quel Mandala di riso del Dalai Lama, forse è questo il senso? 
Con questa domanda abbandono le pire, con in testa l'assurda scoperta che l'odore dei morti è decisamente più sopportabile del sudore dei vivi nel tram o al cinema.


4
Di fronte ho una statua adagiata sull'acqua che rappresenta Vishnu in una delle sue innumerevoli rappresentazioni, Narayan. Quando ho sentito pronunciare Narayan m'è venuto in mente un vecchio brano dei Prodigy, da quanti secoli non li ascolto più! Inizio a comprendere che quei 33 milioni di divinità sono per buona parte varie rappresentazioni di Vishnu e Shiva. Il secondo è bello tosto e guerrigliero e ha una moglie di nome Parvati, che a sua volta possiede varie incarnazioni più o meno battagliere tra cui Kali. Ci capisco ancora pochissimo ma ogni passo è sempre più fermo e deciso, mi piace il senso che trasmette questa terra.
La statua che ammiro sarà lunga circa 5 metri, sopra di essa due bambini la stanno truccando e attorno una fila di fedeli con le ciotole piene di fiori e riso (mi pare) sono in attesa che sia pronta per i loro doni. È pieno di serpenti giganti che sostengono Narayan e la musica che sento arrivare da chissà dove mi pare pronunci il nome di Krishna, ma anche in questo caso non sono consapevole del senso. Non importa. Chiudo gli occhi ascoltando il suono delle litanie in loop e immagino la giornata che mi si prospetta. Ho una visione, dopo aver fissato il bracciale a forma di serpente su uno delle braccia della divinità: sangue, sangue, dolore infinito e sofferenza. E mentre le mie membra vengono strappate, prende piede la consapevolezza che tuttò sarà più armonioso, dopo. E poi ancora. Se vedessi volare in questo momento un'araba fenice non mi stupirei affatto. A patto che sappia riconoscerla, intendo.

5
Primi giorni in Nepal e già sto perdendo del tutto quel poco interesse che avevo nel fotografare me, sono poco renzi per fortuna. Giusto un paio e stop. Non so, non ha senso.
È tutto così impregnato di tutto che tutto non ha senso.
E cosa significa il proprio corpo schiacciato bidimensionalmente in una foto, per dimostrare che cosa, a chi? Io, per quanto l'io stia evaporando in Nepal, so di essere qui ora adesso. Mi sento molto George Harrison a passeggio per la Freak Street di Kathmandu, è una sensazione decisamente da yeah. Chissenefrega delle mie foto, certe cose le ricorderò comunque e se la gente non ci crederà, pazienza.

6
Nepal. Se è vero che da ogni viaggio non si torna mai del tutto, questo è ancora differente. Perché per tornare bisogna prima partire, e sì!, questa volta tra odori musiche e rappresentazioni di Vishnu... questa volta sono in viaggio per davvero.

7
Nella Durbar Square di Katmandu vive una dea, la Kumari. Mi fa strano essere così mal vestito di fronte a una dea. Avrà otto anni, forse meno. Si sta affacciando dal balcone, come un papa che non fa discorsi. C'è chi ride di ciò, chi la venera in silenzio. Tutto questo però per quanto mi riguarda non cambia le cose, in fondo la terra era tondeggiante anche quando la si credeva piatta. Lei è una dea, punto. E indirettamente mi ha guardato.

8
Sono finalmente giunto alla Freak Street e come da copione è la zona di Katmandu meno interessante; nessuna radio a tutto volume ad accogliermi coi Beatles o i Floyd, giusto qualche fattone, una ragazza italiana che ora abita a Varanasi col moroso e un ristorante dal nome Penny Lane. Brutto come le aspettative spesso ingannano. Le aspettative sono proiezioni di emozioni, non la realtà. Ma cos'è la realtà?



9
Da adolescente impazzivo per un gioco sulla PS2, Ico. Una poesia, forse qualcuno se ne ricorda.
Era pressappoco la storia di un ragazzo maledetto che doveva prendersi cura di una fata e ogni volta che i due si muovevano non lo facevano autonomamente ma si tenevano per mano.
Vagolando per la città m'è tornato in mente questo: molti ragazzi del posto camminano ancorandosi l'un l'altro come fossero cose preziose. È poesia pura, questa.
Ho chiesto il motivo, la risposta è che sono contenti di vedersi e non vogliono allontanarsi.
Già: la condivisione, che così tanto stride con l'individualità, la quale a sua volta stride con l'annullamente di sé. Questo paese mi appare come un continuo stridere le convinzioni, ma in tutto questo vedere due ragazzi in armonia fa bene al cuore, alla mente, o a quel che è.
Chissà cosa scriverebbero su twitter i nipotini di salvini se fossero qua. Ma poi, chissenefrega, meglio scordare in fretta il luogo di partenza.


10
Ho guardato Shangri-La negli occhi, l'ho appoggiata sulle ginocchia. E l'ho trovata amara. E l'ho ingiuriata, proprio come Rimbaud con la Bellezza.
Sento spesso parlare dell'inferno come di un luogo invisibile, espiatorio senza appello finale, di un luogo – appunto – infernale. Questo perché si dà per scontato che sia peggio dei luoghi terrestri.
La valle di Kathmandu è infernale, ecco.
Sembra che un qualche dio abbia rovesciato per dispetto uno scatolone di Lego, non posso credere che quelle siano davvero abitazioni.
Guardi gli occhi delle persone che infestano questi chilometri quadrati di latrine terre polverose cani spiaggiati motorini col clacson perpetuo e ti chiedi "Ma com'è possibile."
Shangri-La era un ipotetico punto di arrivo, ma ciò che sto compiendo non lo è.
È un passaggio, un iter.
Il viaggio lo si compie e dura una vita, lo si compie alla ricerca di sé. Per questo non potevo pretendere fosse la meta. È un passaggio: bello, doloroso, necessario. Un iter, appunto. Uno di quelli che più di altri necessita di essere ruminato; per anni, chissà.
In fondo, cos'è il tempo?
Lo cantavano gli Ustmamò: "Che cos'è l'eternità / se gli anni ottanta eran tanto tempo fa?"


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Oggi ho meditato. Letteralmente.
Sono entrato in un tempo buddhista (buddhisti, induisti, qua la tolleranza è di casa).
Insomma, ero seduto coi monaci, entrando in punta di piedi perché non mi reputo mai un turista ma allo stesso modo non riesco a trovarmi agiato in alcun luogo. Sono stato lì dapprima seduto in silenzio ad ascoltarli, col gong incessante vibrato da un bambino che lentamente ha preso sincronia con la mia cassa toracica.
Cos'è il tempo, dicevo.
Il suono ha iniziato a partire da dentro, è scattato un qualche cosa che a freddo proverò a interpretare. Poi è accaduto un altro fatto.
Una stronzata, per chi leggerà, ma non sono forse le stronzate a tenerci aggrappate alla vita?
Ho avuto la sensazione d'esser entrato in sintonia con l'ambiente, con l'aria che vibrava nella stanza, tanto che dopo un'ora la meditazione è terminata e un monaco ha fatto cenno che per oggi era abbastanza. Ripeto, è una stronzata, ma vedere un monaco terminare prima di me rimarrà un ricordo che mi terrò caro per tutta la vita (probabile che quello fosse per lui un semplice riscaldamento ma a essere importante è stato il gesto, of course).
Un pomeriggio mistico, per quanto questo aggettivo sia solo al primo stadio, per me. Mistico.
Ho meditato coi monaci, per la miseria! 
E mi sento bene; mi guardo i kanji tatuati sul braccio e sorrido. Appartengono a una vita fa, una vita in cui ero me stesso ed ero colui che non ricordo.

"Chi volli essere mi dimentica
Chi sono non mi conosce"
recitava il buon Pessoa.

È incredibile come certe frasi imparate secoli fa d'improvviso prendano nuovi significati.
La via verso la conoscenza: non è in fondo questo, il senso della vita?
E se trovassi – o meglio: se qualcuna mi sopportasse – la persona con cui condividere il cammino, non sarebbe più semplice? O forse rimarrei condizionato?
Inizio a credere sempre meno nel verbo avere, assaporando il Nepal mi pare più una limitazione che altro. O forse lo sono i verbi, tutti. Chissà cosa ne direbbe Siddharta. Che tra l'altro qua è raffigurato magro, non come quei bonzoni dorati che si trovano dalle altre parti. Ma ho tempo di riempire le lacune, quando vorrò sapere. Per ora mi limito a osservare.



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"Avere" è un verbo
"Amore" è un sostantivo
"Tu" è un soggetto
"Io" – senza te – non sono.


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È tutto troppo presto, troppo veloce.
Un po' come giungere all'illuminazione e rimanere scottato.

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Un villaggetto, credo Bungamati.
Una ragazza splendida cammina.
Io cammino in direzione opposta.
Ci sorridiamo.
Lei, sotto l'ombrello a ripararsi dal sole, è bellissima.
Io fumo distaccato e indosso la t-shirt blu di Neil Young quindi sono figo di riflesso.
Tre passi - non di più - e ho la necessità di voltarmi, non che stia sognando!
Pure lei ha avuto lo stesso pensiero e ci sorridiamo ancora.
La vita è magnifica. E pure io, quando una persona mi sorride.
...
La leggenda narra che a quel punto Liuk fece tre passi verso di lei e dal nulla comparve un intruso chiedendo al nostro eroe se gli andasse di scambiare una sua sigaretta nepalese con una camel. L'eroe accettò più per cortesia che altro e quando la accese si accorse che della dea non c'era più traccia.
Il Nepal è anche questo, mi sa. Un viavai di dee e scambiatori di sigarette nazionali marcate Surya.

[CONTINUA...]