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venerdì 14 aprile 2017

LA BOTTEGA DI NARRAZIONE, O: SCRIVERE È FARE A BOTTE.



Se suonare è scopare, scrivere è fare a botte.
E per fare a botte con ChiLegge è importante lo stile (nei movimenti/frasi) la potenza (la parola precisa è un gancio, la frase fatta un accenno di spostamento d’aria) la velocità/il risparmio di energia (perché sprecare venti parole quando ne bastano cinque?)
Infine c’è la bellezza, che nello scrivere/fare a botte è secondo me un lusso, un di più, la ciliegina non edibile sulla torta panna e cioccolato. Serve, ma insomma. Troppe frasi consecutive che racchiudono bellezza o pensieri “corretti” mi ricordano quando da piccino picciò per recuperare il pallone son caduto tra le ortiche. Preferisco un jab scoordinato allo schiaffo esteticamente perfetto, trovo sia più sincero.
Insomma, durante l’ultimo anno trascorso alla bottegadinarrazione mi son ritrovato più volte a pensare “Ma liuk!, caspita!, perché ce l’hai tanto con la bellezza?, non sarebbe meglio farla tua e riempire di parole tutto quel vuoto che ti porti appresso?”
Così, tra una lezione e l’altra di Giulio Mozzi ho iniziato a ruminare, a interrogarmi sul perché di tant’acredine nei confronti della bellezza e su cosa considero – nella scrittura – un lusso, un elemento superfluo. Come spesso mi accade, rileggere Super nivem (IlMaleNaturale) ha dissipato non poco i dubbi in merito ("...se compiere il male è la mia natura è bene che io compia il male, e specularmente è male che io cerchi di compiere il bene, tanto più che tutto il bene che io cerco di compiere si trasforma alla velocità della luce in male, è già diventato male prima ancora che io lo compia.")
È tutto lì: se la bellezza/FraseAcchiappaLike non fa per me, inseguirla è sprecare energie.

Dicevo: per terminare la prima stesura del romanzo (giusto in tempo per la presentazione di gennaio) ho fagocitato tutta una serie di lezioni e consigli di sponda (Giulio direbbe: suggestioni) su alcuni modi per dare forma valore e senso agli argomenti trattati. Ho dovuto affrontarne di scomodi. Insomma: ho un problema con la gestione della bellezza. Non la mia, eh. Delle frasi. È che scrivendo voglio spostare al lettore il punto di vista delle cose e, per quanto mi riguarda, la bellezza in questo caso c’azzecca molto poco. Trovo invece che lo scrittore abbia necessità di venire alle mani coi lussi.





Alle mani, sì. In fondo scrivere un romanzo è spesso un atto di violenza. Le parole stampate, ciò che dovrebbe unire empaticamente ChiScrive con ChiLegge, sono una sorta di muro. Certo, “No non è così liuk perché quando leggo immagino tutto un mondo fantastico e di conseguenza mi avvicina all’autrice/autore e da lì poi eccetera eccetera”, però scrivere è potenza, è trasfigurare. Se scrivo frasi a casaccio tipo “Questa frase è di resina” “Questa frase ha rigato la lavagna con le unghie” “Questa frase è nata il 29 febbraio” “Questa frase sta per sputarti in un occhio”, ogni volta è ChiScrive a riempire l’immaginario passivo di ChiLegge. Che poi reinterpreta e tutto quanto, ma l'input arriva da lì. Ed è fantastico e fastidioso insieme, per chi sta dall’altra parte del libro. Ma soprattutto: ChiScrive dovrebbe quantomeno assumersi la responsabilità delle parole utilizzate, non c’è bisogno d’essere Peter Parker per capire che da un grande potere deriva una grande responsabilità, o giù di lì.
Ocio alle parole, dunque.
E a non credersi troppo yeahsupermegastrawow in quanto autori di frasi, che il rischio di autocompiacersi (darsi i pugni da solo) e/o scoprirsi dipendenti dagli applausi è sempre in agguato.
O per dirlo con una frase bella: L’inaspettato affila le armi nel punto cieco dei sorrisi.
Questo non vuol dire che ne butto giù di studiate per non compiacere ChiLegge (questo sì sarebbe stupido), dico solo che spostare l’occhio di bue su particolari o territori inesplorati alla lunga ravviva la vitalità di entrambi i soggetti. Se ChiScrive è "sincero", ChiLegge lo percepisce. Son dell'idea che le frasi di un romanzo o racconto o quel che è, se non trasmettono a ChiLegge un fremito, un "No, non sto semplicemente leggendo, sto danzando sotto le bombe!", son da eliminare. Pussa via, sciò!, frase sterile non sei benvenuta!
È catartico cancellare, fa molto "Un giorno credi di esser giusto / e di essere un grande uomo / in un altro ti svegli e devi / cominciare da zero."
Poi sì ok capita di terminare un capitolo, sentirsi dire "carino questo passaggio” e non eliminare nulla lo stesso. Esempio: nel romanzo attuale (in fase di editing) un personaggio vorrebbe urlare, ma a causa degli effetti dell’acido lisergico non riesce a muovere le labbra. Per “spiegarlo” m’è uscito un termine ai limiti della paraculaggine, me ne rendo conto, però rimane lì dov’è per motivi vari.

Il dodo riconosce la voce di Richard, ancora lui; le gambe trrremano, prova a s.o.s.pirare per non cedere alla provocazione ma capisce che il morbo del terrore s’è già insinuato all’interno del corpo: la bocca è cucita.
xxCUxxCIxxTAxx.

Quindi boh, se non urti ChiLegge perdi l’occasione di venire in contatto, di aprire una crepa in quel maledetto muro.
Voglio dire: quando leggi frasi che ti portano a dire“Anche io la penso esattamente così”, non percepisci una sorta di raggiro? Al contrario, scoprire le motivazioni di pensieri distanti o sfumature fino a prima inesplorate: quant’è godurioso? Lì sì che le parole bucherellano il muro, tanto da lasciarci passare le mani per toccare chi sta dall’altra parte.
Compiacere il lettore per un tornaconto è pericoloso; un po’ come le corse oltre il precipizio di Wile E. Coyote, che quando ha consapevolezza di camminare nel vuoto l’illusione sfuma e precipitaaaahh.



E forse nell'era del tweet non regge neppure più il: “Scrivo perché ho qualcosa da dire”. Non senza uno studio/scopo dietro, perlomeno. Che tu abbia qualcosa da dire mi pare il minimo, caspita!, mica è un vanto. Dice la canzone de I Ministri: "Volevi essere pagato perché avevi qualcosa da dire / ora che ce l'hanno tutti puoi star zitto per favore?") Il rischio di produrre cose mirate a farsi piacere è altissimo: senza motivazioni più “forti” si rischia di buttar giù qualche frase e se non si ricevono abbastanza MiPiace ci si sgonfia, tipo quelle storie d’amore patetiche che per Tom Robbins sono latrati alla luna.
E dato che scrivere è fare a botte col destinatario, ChiScrive ha quantomeno l’obbligo morale di non sollazzarsi troppo tempo nei lussi, che st’infami se ne stanno all’erta e una volta in circolo poi a toglierseli di dosso è un casino.
Sotto con le limitazioni per restare in tensione, dunque:
Non posso/voglio concedermi il lusso di usare frasi fatte,
di scordare il perché di alcune cicatrici,
di essere felice per troppo tempo,
di dirmi “Ok, buona la prima” (Suvvia liuk, stai scrivendo un romanzo non stai registrando un onetwothreefour punk),
di fingere che scrittura e musica siano distinte (ci sarà un motivo se alcuni scritti toccano le corde dell’animo, no?),
di essere sempre coerente, che senza errore non si evolve (sospetto che la Musa sia una puttana e che tutti quei paletti/limitazioni coi quali convivo siano facilmente spostabili, all’occorrenza. O forse la Musa è casta&pura, la colpa è di quando scivolo in periodi di sordità ai buoni consigli, tipo Don Camillo che parla al crocefisso senza ricevere risposta.)

E dunque: buon fight club letterario a tutti.
Io, nell’attesa di trovare un editore, faccio scorta di bende e cerotti.
Speranzoso di raggiungere un buon numero di lettori, perché no: le risse sono affascinanti.



 

martedì 24 novembre 2015

LA SOTTILE LINEA LAPPONE. 71°10'21''

Ci sono posti (e/o persone) che vivi in testa per anni prima di venirne a contatto; e a volte non ti ci confronti neppure, dici «che senso ha spostarsi nell'epoca di internet» o trovi mille altre giustificazioni, perché giustificare le nostre mancanze è un dono innato e tanto vale sfruttarlo. Fortuna che son fuorilegge e non ascolto i buoni consigli manco quando provengono da me, così dal momento che il romanzo in stesura tratta anche l'aurora boreale ho pensato "E se andassi in Lapponia, che già a dire Lapponia sento l'odore della neve pizzicarmi il naso e intravedo il cielo lisergico?"
Ci sono andato, dunque.
E niente, insomma: io della Lapponia ho otto cose da dire.




Il primo impatto è stato confrontarmi con Helsinki – che occhéi non è Lapponia ma è iniziato tutto da lì.
Una volta sbarcato non mi sono reso conto che avrei dovuto salutare il sole autunnale; registrare le mie abitudini in un luogo che si prepara all'oscurità è un qualcosa che per assurdo non avevo preventivato.
Eppure sono l'Imperatore delle zucche vuote, l'autunno incarnato, il buio non dovrebbe preoccuparmi no? E invece, a pensarci adesso, il crepuscolo al primo pomeriggio è da vivere sulla propria pelle, se avessi provato a descriverlo senza averlo visto dal vero avrei vomitato le solite sillabiche ovvietà. Salvo per un pelo.
Comunque.
Il finto buio tutto intorno è la sciarpa che ti protegge dai mostri che vivono alla luce del giorno.
Helsinki è una ragazza bionda che scuotendo la testa riflette il crepuscolo, è una città a primo impatto insipida, di quelle che quando l'abbandoni d'istinto dici «non c'è nulla» e mentre rumini la frase osservando il molo da dietro la vetrata della camera d'albergo avverti il retrogusto del "cosa succederà sotto la superficie?"



 

Guardo la gente e immagino la loro vita monocromatica, i giorni che si dilatano annullando il concetto di tempo. Svegliarsi lavorare uscire di casa rientrare a casa sempre e solo col buio. Persone che non posseggono un'ombra. E via così, fino a sviluppare l'istinto di sopravvivenza in una nuova forma di buio interiore; essere così oscuro che il crepuscolo in confronto è l'arcobaleno.
E una volta imparato ciò il tempo cambia le carte in tavola e diventa luce per mesi.
Luce che non cala mai ma senza scaldare dentro, luce che rende l'essere umano obliquo come i raggi che fungono da sciarpa all'oscurità creata in precedenza.
Vivere in questi luoghi dev'essere come entrare nella casa degli specchi.





Al pomeriggio, quando l'oscurità troneggia, nulla è per davvero invisibile.
Come insegna lo yin/yang, c'è sempre – anche quando fiocca la neve e tutto pare anni luce dal Mediterraneo – una sorta di bagliore che accenna i contorni.
Minimo, a volte, ma palpabile. La neve stessa riflette la non oscurità. È un bagliore che c'è e non c'è, distante, come se qualcosa oltre l'orizzonte alimentasse il fuoco di un calderone dai cui fumi fuoriesce l'essenza delle religioni.
«È una possibile aurora in avvicinamento», dicono.
«È la tua mancanza», dico.
Mi domando se quel bagliore si presenterebbe se tu fossi ora qui a vederlo.
E se sì, che tonalità avrebbe.
E se sì, allora che cos'è.
E se sì, perché.







Guidare al limite. Sentire le braccia intorpidite, le scosse di adrenalina che dalle zampe dei cani scorrono sulle corde della slitta e da lì salgono fino agli occhi del guidatore, il sottoscritto.
E li guardo in un assurdo gioco di potere, fingendo di essere io a comandare in un turbinio di segnali, parole e movimenti. E invece, chissà.
Certo, dovrei lasciarmi andare ancora di più, "liuk gli husky sono bellissimi ricordati la storia di Balto e blablabla", ma a casa c'è una gatta che mi aspetta e sento il peso del paragone, la bilancia che pende a favore dei felini.
Guidare una slitta è un rito, una prova di forza, l'uomo che si impone sulle creature a proprio vantaggio.
Sicuro che i lapponi per farlo avranno i loro validi motivi, giustificazioni, che se liberi o allontanati dal branco magari quei cani perderebbero motivazioni d'essere, probabile. È solo che una volta sceso dalla slitta gli ululati vengono zittiti da pensieri ambigui: dov'è l'armonia del mondo se l'essere più debole domina i più forti? È buona norma procedere cauti, la neve ha il potere di ricoprire tutto e in quel tutto i passi possono pur sempre finire in un lastrone ghiacciato. Forse è questo l'insegnamento lappone: il cervello, l'intelletto va curato costantemente (la sola forza fisica serve a poco), consapevoli però che a ogni nuovo livello di conoscenza raggiunto un vago senso di malessere – la puntura di un fiore del male, l'idea di agire egoisticamente contronatura, il tacito desiderio di essere punito per la propria presunzione... – ti si accollerà sulla schiena in silenzio. Rimarrà lì, latente, e prima o poi ti busserà sulla spalla per farti voltare e allora insieme, tu e la puntura, scoprirete se il seminato avrà prodotto prati armonici o cumuli di nulla. Quando scoprirai con sgomento di camminare sul lago ghiacciato, beh, potrebbero anche piacerti quei crrrrrriiiiicccc, e chi lo sa? È l'anima pesante che fa affondare.
Più in alto ti elevi, più visuale del tuo dominio puoi mirare. Pure gli alberi qua sono spilli giganti, per dire.
Più in alto ti elevi, più le vertigini potrebbero schiantarti senza appello.
Ma più in alto è il destino, più in alto comunque è la meta da raggiungere, punto.
Poi va beh, guidare la slitta è elettrizzante: è solo che per me un ululato non vale le fusa feline, ecco.





È una danza.
È il torcicollo.
È un pittore che abbozza il cielo da dietro le nuvole.
Il lago ghiacciato a contorno, l'accenno di manto stellato che sfuma in arcate verdognole senza preavviso e fai appena in tempo a sospirare che già si sposta chissà dove.
L'aurora boreale non aspetta.
L'aurora boreale è il desiderio espresso dalle stelle cadenti. 
L'aurora boreale val bene una messa. A fuoco.








L'illusione che il ghiaccio sulla superficie del mare trattenga in stand by la vita, un dito sulla reflex che preme lo scatto a metà alla ricerca di una messa a fuoco definitiva.
E poi il vento a smuovere la superficie ghiacciata del mare in mille ghirigori, a modellare la neve che a questa latitudine diventa una immensa duna in costante metamorfosi.
Un passo controvento è una conquista come poche altre.
Perché e fortissimo, ti squaglia i pensieri.
Vorrei che la distesa di neve e ghiaccio da qua al mare glaciale artico si trasformasse in un mulinello e mi portasse via, o almeno mi cristallizzasse la coscienza.
Sotto quel ghiaccio c'è un mare che accoglie molluschi e predatori, plancton e capodogli. Sotto quel ghiaccio ci sono io, ci siamo noi, la nostra essenza che non ne vuole sapere di farsi riconoscere in volto, di scoprirsi se non durante il nostro affacciarsi sull'abisso.
Cammini a Nordkapp e percepisci per davvero che stai calpestando un confine, fisico e mentale.
E come in ogni confine, il vento incessante non lascia spazio per i pensieri: i confini vanno vissuti, per poi essere superati.






Lago ghiacciato. Alberi che spingono esilmente dal terreno come migliaia di antenne wifi, la neve li preme giù ma stoici sostengono col tronco la loro esistenza.
Sono fili che sfidano la gravità incuranti delle occhiate stupite dei troll a passeggio durante la notte. O meglio, in ciò che io chiamo notte. La natura qui avrà sicuramente altri nomi per definirla, non importa.
Cammino imperterrito nella neve battendo nuovi sentieri, il respiro irregolare diventa apnea quando sento l'eco di un fiume o il richiamo di qualche animale. Non mi vedo, ma so di essere bellissimo sereno e in pace con me stesso.
Straniero è una parola senza significato quando ti rendi conto che la tua casa è il mondo.
La Lapponia è un innevato post it gigante con su scritto "Camminare è la soluzione".
Fiocchi di neve scivolano sul cappuccio e sembra che da sopra la mia testa si stiano sbriciolando pacchi di polistirolo: nevesterolo.
A terra le impronte di lepri, renne e chissà quali altre entità. Impronte di Lapponia. A terra le impronte dei miei scarponi.
A differenza dell'inarrivabile Islanda, i silenzi lapponi non ti allertano i sensi nell'attesa di una qualche entità. Si gode il nulla e basta, che già di per sé è un qualcosa di gratificante oggigiorno.
Il viaggio è il viaggiatore, il luogo è la somma dei passi percorsi: io sono leggenda, io sono Lapponia.






Sotto di lei ti senti ancora più piccolo, un granello di sabbia nella clessidra del tempo, immerso in una bolla di placenta che non puoi toccare.
L'aurora si muove, sfugge, irride il torcicollo e la ginnastica improvvisata per sgusciare dalla morsa del freddo; prima di giungere in questa terra credevo che lei fosse la risposta, in realtà è di più: l'aurora ingloba e soffia e attrae e disperde una quantità impressionante di risposte, così tante che a disfare la matassa per riconoscere quella adatta c'è da impazzire, al punto da dimenticarla, la domanda.
E allora, cosa conta scervellarsi se la domanda che vorremmo porre risulta sfuggevole come l'attimo presente?
Nell'intravedere l'aurora mi sono reso conto per davvero di quante parole ancora dovranno essere inventate per definire le sensazioni umane.
Siamo un divenire, siamo noi stessi dei vocaboli erranti sulla punta della lingua di chissà quale entità.
L'aurora boreale, un po' come gli altri grandi fenomeni in giro per il sistema solare e oltre, non ha religione, abbraccia chi persegue il bene e chi il male senza distinzione, se ne frega di chi la ignora e di chi la ama.
Lei è, e c'è molto che dovremmo imparare da ciò.
Non sarebbe malaccio (visti gli ultimi avvenimenti, tra l'altro) per un po' tutti insieme mettere al primo posto delle nostre rapide e mortali vite la gioia, la condivisione della bellezza, l'armonia. Anche solo per un breve periodo, vedere che succede.
Il resto in fondo scivolerà, che lo si voglia o meno. Anche la gioia, certo, ma ripensare ai vari spettacoli che la natura ci offre ogni giorno senza pretendere preghiere in cambio – che sia l'alba, un raggio di sole che filtra tra le nuvole, una brezza di buongiorno, la luna piena, un girasole, quel che si preferisce – dovrebbe farci ricordare quanto siamo fortunati a infestare un pianeta simile e che per ringraziarlo potremmo semplicemente distribuirci senza troppe cerimonie atti d'amore e di gentilezza l'un l'altro, a casaccio.
Ma poi io che ne so, perseguo nella mia incoerenza di fondo, dicevo così per dire, un abbraccio ogni tanto va bene ma non troppi che poi mi manca l'aria.
È solo che ammirare l'aurora in silenzio ti fa sentire bene – sì, bene è generico, servono davvero altre nuove parole per questo spettacolo, ho tanto lavoro da fare!!! - e ti spinge a cercare una risposta a:
Se la natura è armonica, in ogni sua forma lieve o crudele, perché mai ostinarsi a vivere stonati?


In fondo girovagando per il pianeta il messaggio che percepisco è sempre lo stesso...






 






P.s. Ora sono tornato, ho una sfilza di idee per il romanzo ma soprattutto dovrò superare l'ansia da prestazione per via di questa cosa molto bella che mi succederà a breve qui http://bottegadinarrazione.com/ C'è da lavorare parecchio e confrontarmi con persone più brave ed esperte di me, che stimolo! Ho deciso di mettermi in gioco, con questa esperienza: inseguire i sogni va bene però a volte è necessario realizzarli.

venerdì 30 ottobre 2015

L'IMPERATORE DELLE ZUCCHE VUOTE.

Nelle puntate precedenti:
Zooey ha infoltito il pelo in vista del freddo prossimo venturo e continua a confondere le mie braccia col tiragraffi.





Le vetrine dei negozi urlano "Halloween" ma il calendario sogghigna «È il tuo compleanno Liuk» e l'unica soddisfazione sarà strappar la pagina con su scritto "ottobre" il giorno seguente.
In 35 (scritto in lettere mi fa più senso, evito) anni se non altro ho raggiunto – almeno mi fa piacere credere sia così – alcune certezze, del tipo:
  1. "O bianco o nero" mi innervosisce, ma mai quanto le cinquanta sfumature di grigio. Di conseguenza: l'amore mostra i colori vividi ma i sentimenti sono in linea di massima daltonici e dopo una più o meno breve convivenza quando tu dici che qualcosa è blu io dico che è rossa e se io dico che è arancione tu dici che è verde, quindi alla soglia dei 35 continuo a sostenere che sia meglio l'LSD dell'amore. Cromaticamente parlando, perlomeno.
  2. La scrittura è nata coi sumeri e sta morendo coi somari.
  3. Stupidità e cattiveria son sorelle a braccetto.
  4. Gli elenchi numerati mi annoiano, soprattutto quando finiscono pari.

Negli ultimi anni mi son accadute un po' di cosucce buffe, di quelle che in teoria dovrebbero insegnare che l'unica cosa certa che si otterrà nel pianificare il futuro è la consapevolezza di aver sprecato tempo nella pianificazione stessa (ebbene sì, la regola dice che dai 35 puoi scrivere nonsense a ripetizione, proprio come gli over 70 parlano male ad alta voce mentre sono in coda al distributore dell'Acea sperando che fornisca vino e non acqua gassata).
Quando ai tempi delle superiori leggevo Rimbaud Baricco e compagnia bella sottobanco mi ripetevo che da grande sarei diventato un rocker, uno di quelli che la gente mentre sfoglia i testi pensa "ammappete che profondità!, più profondi del fondo degli occhi della notte del pianto", per dirla alla De Andrè. E per un po' lo sono stato, un fottuto rocker, almeno fino a quando lo scrivere i testi non m'è venuto a noia. E a pensarci ora, io che per anni mi addormentavo giusto per sognarmi sul palco, è paradossale.
Ma that's life, e nascere il 31 ottobre (ebbene sì: sono nato nella notte delle zucche e le zucche sono dolciastre. Sì, esatto, proprio come il sangue, embè?) include portarsi appresso l'essere scorpione, e cioè confrontarsi col ---> "ti senti realizzato? Bene, allora resetta tutto e reinventati che se no ti rammollisci in tempo zero."
E questa è la genesi del liuk-che-scrive, dove la sfida iniziale era pressappoco il realizzare un romanzo che non perdesse il ritmo dall'inizio alla fine, una sorta di lungo testo musicale. E dal momento che scrivere è 'na faticaccia della madosca, son andato giù di corsi alla Holden, ho visitato/vissuto più luoghi possibili del globo terracqueo – e che cavolo, uno scrittore per prima cosa deve sapere e non per sentito dire – e mi son confrontato con un bel po' di teste pensanti, alcune pure carine, tra l'altro. Tutto questo per poi dirmi: occhèi, adesso inventa un personaggio di quelli edificanti e dì ciò che pensi.
Per fortuna poi non è successo così, dal momento che:
  1. I personaggi escono dai polpastrelli quando caspita vogliono loro, non c'è santo che tenga.
  2. Pensare non è il verbo che mi rappresenta meglio.
Alla fine della fiera da quando sono entrato negli -enta ho creato principalmente quattro personaggi ma per paradosso sono stati loro a insegnarmi la vita, non il contrario. A volte mi domando se non siano proprio loro a comandare in silenzio i gesti che con la scrittura li costringo a compiere. Da uscirci pazzo, non so se rendo l'idea. Ma poi, chissenefrega.
Sì, capito, sto perdendo il filo.
Dicevo: scrivere è reinventarsi.
L'unico paletto che mi impongo quando creo frasi in un romanzo è scordare me stesso, per il resto non ho regole: se voglio aggiungere un due punti qui: lo aggiungo. Oppure che ne so, una virgola ad cazzum giusto per spezzare il ritmo della, frase? Fatto.
Il primo romanzo Per Adesso No è nato così, una esigenza, in stile «Ma scusa ti stavo parlando della fisica quantistica, perché mi hai baciata?» «Così, mi andava di farlo.»
Uno dei protagonisti dice "Più denso della Verità è l'Amore. E più dell'Amore è la Vendetta".
Caspita.
Quello che sto scrivendo ora – La creazione dell'Autunno – è più libero. Anche lì però sono i tre personaggi principali a muovere i fili, io sì è vero lo sto scrivendo eppure spesso mi sento più burattino che burattinaio, ma va benissimo così.
Proprio come dei seguaci di Quelo suggeriscono di non fossilizzarmi troppo nel ricercare le risposte ("La risposta è dentro di te epperò è sbagliata.") 
 


Uno dei tre continua a dirmi che dovrei lavorare sulle domande, "ma fai attenzione liuk!, le domande migliori sono scivolose, sfuggono come le code delle aurore boreali, tu le intravedi ma tempo di abbassare lo sguardo per preparare la reflex e loro son già via chissà dove, ste infami!"
Un altro dei tre invece mi ha fatto scrivere un qualcosa tipo "Se qualcuno eliminasse Speranza dal vocabolario, in quanto tempo sparirebbe dalla nostra vita?"
A saperla, la risposta!
Magari verso la fine del romanzo mi lancerà qualche indizio, incrocio le dita –non troppo se no a scrivere impiego il doppio del tempo.
Ma va beh, un passo alla volta.
In fondo siam quasi in quel di Halloween e mentre la gentaglia si crederà ganza con due canini affilati o un cappello da strega io mi limiterò ad augurarmi buon compleanno.
Un po' più consapevole dei miei obiettivi, se non altro.
Ognuno ha il titolo nobiliare che si merita, no?
Zio Charles Baudelaire, per dirne uno, era "comme le roi d'un pays pluvieux".




O che ne so, Adriano Celentano è "il Re degli Ignoranti".



E io, beh, essendo nato il 31 ottobre ogni volta che mi guardo intorno (e allo specchio) sono sempre più consapevole di essere l'Imperatore delle Zucche Vuote.



P.s. Quando terminerò la stesura di "La creazione dell'Autunno" giurin giurello che vi farò un fischio. Una casa editrice seria la troverò, sìssì. Vi piacerà 'na cifra questo romanzo, #sapevatelo.

giovedì 7 maggio 2015

TOKYO KYOTO e altri anagrammi (parte 2 di 3)

03. GAIJIN




Il Japan mi ha regalato la concezione di straniero. Il sentirsi inferiore agli occhi degli altri. Le occhiate di disprezzo, del 'vorremmo assomigliarti ma non ci riusciamo'. Vivere lo spazio ristretto durante gli spostamenti in metropolitana attento a non far rumore, a non risultare clandestino, fuoriposto. Rollare veloce una sigaretta nella smockin' area di Shibuya e una volta accesa accorgermi di essere l'unico occidentale e di avere più spazio attorno rispetto agli altri, quasi che non volessero respirare lo stesso fumo. In un negozio immenso di manga, nei pressi del quartiere di Akihabara, mentre mi accorgo di sfogliare pagine a casaccio l'istinto mi dice di non fissare nessuno negli occhi. Gli occhi, certo. Disegnano i personaggi con quegli occhioni grandi che solo Tim Burton s'azzarda a competere nei suoi lungometraggi; l'impressione è che -ahiloro!- vorrebbero assomigliare agli occidentali e questo mi lascia perplesso, non tanto per il voler essere qualcosa d'altro - quello in fondo capita più o meno spesso di pensarlo - ma perché ripensando veloce a un paio di idoli venerati durante l'adolescenza continuavo a sfogliare i fumetti e pensavo a roberto baggio e bud spencer e dire che sono diventati famosi per le loro occhiate mi pare fuoriluogo. Meglio che in Japan queste cose non le vengano a scoprire, i mangaka andrebbero in rovina. Piuttosto. 
Il sorriso dei Jap è tutt'altra cosa rispetto al namasté nepalese, è come se un seguace di Dalì avesse ridisegnato le loro facce dividendole in orizzontale: quando la bocca si esprime in un saluto servile gli occhi ti lanciano occhiate come se avessi impiccato i loro cani, stuprato le figlie o rigato la Wii.
Il Japan è quella terra di mezzo tra l'ucronia di Orwell e la psichedelia di Willy Wonka.
Soprattutto a Tokyo, così oggettivamente futuristica, ho avuto l'impressione di non trovarmi in mezzo a persone quanto piuttosto bande di avatar, bipedi creati su second life che da pixel si sono fatti carne e vagano per i quartieri - chi vestito in doppiopetto chi vestito da sailor moon - alla ricerca di azioni o bonus nascosti per passare di livello.



Detto questo: una volta scremata la concezione lisergica&fascistoide degli uomini, del Japan risalta il regno animale, storico e animista.
Sono gatti volpi e corvi i veri padroni dell'arcipelago.
Sono i ciliegi i veri pilastri della nazione.
L'uomo, quello per fortuna passerà e di tutta l'energia utilizzata nella perpetua sfida tra Tokyo e il buio notturno (la capitale all'imbrunire si traveste da Principessa Elettrica) non resterà che un ricordo primaverile destinato a una fugace gloria estiva prima della sfioritura autunnale.



04. METAMORFOSI


In Giappone ho percepito ben poche volte l'idea di essere umano; gli abitanti tendono a essere spesso un qualcosa di inanimato, impersonale. Un mezzo per raggiungere l'obiettivo, più che l'essere che concepisce l'obiettivo stesso. Sono alienati.
Per dire: durante gli spostamenti in metropolitana l'entità giapponese perlopiù dorme o giochicchia al cellulare (perché sì, il telefono si può usare ma è obbligatorio eliminarne la suoneria ed evitare le telefonate, pena la pubblica gogna) e mi è capitato di divenire un semplice oggetto che occupa una superficie o tutt'al più un cuscino per giapponesi particolarmente addormentati.
Sii un cuscino, Liuk.




Oppure. Durante certi attraversamenti pedonali, che chiamarli incroci è davvero riduttivo, l'essere umano perde nuovamente consapevolezza e visto dall'alto non è altro che uno sturmstuppen di formiche. Formiche disordinate.
Sii una formica, Liuk.



05. MARUNOUCHI, STAZIONE NORD (SENZA PASSARE DAL VIA)


Fermo a osservare il via vai nella stazione centrale di Tokyo, mi passano accanto centinaia di persone e io, non so, è come se li vedessi sfrecciare in modalità time lapse. Donne col kimono, ragazzi coi capelli verdi, cosplayer riadattate per qualche gioco di ruolo che in Italia ancora dovrà essere nominato, adulti incravattati e donne scosciate o compresse in tubini beige, volti che in qualche occasione notano la mia presenza per poi proseguire verso il compimento del loro destino frenetico.
Sono ufficialmente invisibile. 
Sono ufficialmente libero. 
Sono l'uomo che scrive all'angolo dell'ingresso nord. 
Sono l'uomo che le telecamere di sicurezza non registrano. 
Quello che la guardia non riprende. 
L'uomo che nota le tonalità dei saluti e riesce ad anticiparne la reale gioia.
Esisto davvero?, oppure oggi ho compiuto un altro passo verso l'essere il corvo dei ciliegi?
Guardo il tabellone dei treni e visualizzo il momento in cui al parco dei ciliegi una folata di vento mi ha ricoperto di petali. (Cronaca vera, giurin giurello.)



Roba da sentirmi dire "Non sparare cazzate, non sei credibile, a te non potrebbe accadere, mai. I petali ti scanserebbero."
Eppure. Eppure è successo, qualcosa ha fatto il solito zapping improvviso tra i programmi della vita senza chiedere permesso: in fondo siamo storie raccontate in libri che nessuno sa e da che mondo è mondo gli scrittori sono comprensibili al pari dei discorsi di Trapattoni.
C'era un corvo in quel parco, l'ho visto e lui ha visto me, nascosto tra i rami. 
Tra tutto quel rosa lui è sempre stato lì, nerissimo eppure invisibile, che bastava un'occhiata all'insù per accorgersene, porca paletta! 
È stata la rivelazione, la risposta che cercavo, caspita. Così attaccato alle parole da anni non mi sarei mai aspettato che questa si celasse in una immagine. Tutto quel rosa, quella gente attorno che a ogni folata diceva "Ooooh" come i bambini di povia. E quel corvo. Lui. Io. A scambiarci consegne e impressioni in silenzio. Un punto nero nel rosa. L'illuminazione mi si è rivelata non come un lampo di luce ma un punto di oscurità.
I petali scivolavano addosso e ognuno era una promessa prossima, un soffio di "Perché non mi baci?, perché non mi stringi le mani?" E io che potevo fare, io che sono autunno in trasferta, una volta compresa la risposta?
Nel frattempo in stazione altre centinaia di vite continuano a sfiorarmi eppure, eppure..., eppure non visualizzo altro che te, Donna-in-rosa-che-sussurra-tra-i-petali, Nostra Signora dei Ciliegi, e mi ritrovo ad arrabattare parole sul taccuino che vorrebbero divenire haiku per l'occasione:

"Fiori per strada
Rosa è il cammino
Di chi riflette."
 
"Infelicità:
Punto dal tuo gelo
Cado sfinito."

"Non ha più senso
L'infedeltà del mondo,
Dolce autunno."

Le sensazioni provate in Giappone riecheggiano forti; io, che prima della partenza ero ossessionato dal divenire tutt'al più un altro me meno tendente all'infelicità, ho vinto. Jackpot, yeah! Una vittoria inaspettata, un continuo riempimento di cestini con le biglie del pachinko. Convinto che questa fosse la meta finale, l'ultima spiaggia, torno a casa con la consapevolezza di aver vissuto in questi giorni il capitolo zero di un romanzo tutto da vivere, col desiderio di creare l'occasione per stringerti la mano un'ultima volta. Una volta sola. Una volta ancora. E poi, ancora. E poi, ancora. E poi...
Sei tu, la Primavera. Sei tu, la Prima Vera.
Con un altro tassello del puzzle, con un altro passo compiuto verso l'orizzonte tornerò a casa portando appresso un misto di fuso orario Japan Rail Pass scatti rubati al tramonto e taciti accordi di promesse indicibili, grato al corvo made in Japan che mi ha rivelato il contenuto del biscotto della felicità tra la rugiada dei suoi ciliegi in fiore. È tempo di riabbracciare l'Europa, riprendere con la stesura del secondo romanzo (il pdf che ho scaricato sul kindle dice che "La creazione dell'Autunno" è fermo a 167 pagine, ho ancora tanto tanto tanto lavoro da fare...) e dopo una carezza a Zooey guardarmi allo specchio senza limitarsi a cercare i capelli bianchi.
Sempre più consapevole di ciò che sei, mio caro corvetto Liuk.



さようなら

venerdì 1 maggio 2015

KATHMANDU, WTF.




In più momenti nell'adolescenza ho creduto che solo la solitudine potesse mantenere intatta la forza interiore, che affezionarsi a cose o persone - amanti, figli, amici... - rendesse più deboli, che con più oggetti o sentimenti da curare e difendere le energie per te stesso si disperdessero nell'oceano delle incomprensioni. Il che non vuol dire comportarsi da asociale, per crescere e fare esperienze alcune scene come la passeggiata sulle rotaie con gli amici à la Stand by me vanno semplicemente vissute: a invecchiare senza mai togliersi i guanti bianchi per sporcare le mani si finisce col ritrovarsi un mimo. Il dividi et impera va a farsi fottere quando a comandare non è la testa.
 

 
Crescendo ho scoperto scrittori e filosofi che parevano dare man forte alle mie convinzioni, loro e quegli aforismi che mi tingevano di nero le pagine della Smemo come il "The one you love and the one who loves you are never, ever the same person” di Palahniuk o “L'unico modo di salvaguardare la propria solitudine è ferire tutti, a cominciare da quelli che amiamo” di Cioran.
Qué alegría.
Credevo di essere nel giusto, senza sapere che privo di cicatrici un uomo – o un luogo – è semplicemente astemio di vita. Forse è per questo che gli squarci vissuti in Nepal e in Islanda mi hanno turbato più di altri posti.
Così, tanto per contraddirmi, col mio carico di pessimismo travestito da pensiero illuminato ho iniziato a viaggiare e senza rendermene conto ogni paesaggio a me straniero mi si è appiccicato nell’anima; di riflesso, da buon Pollicino vagabondo, frammenti di me si sono aggrappati alle opere alla natura e alle ombre allungate da albe e tramonti. 
Viaggiando ci si moltiplica, è un po’ come quando da bambino aspettavo le giostre del paese per giocare a Pang e in seguito a ogni colpo vincente mi domandavo dove fosse sparita la pallina colpita.


Dicevo: i viaggi. Dopo ogni ritorno, mi sentivo paradossalmente sempre più forte e completo, al punto da fingere di non sapere che alcuni luoghi restano a portata di retina, nel bene e nel male, e a sentirli nominare si finisce col ripercorrere la strada a senso unico dei ricordi.

Ognuno ha un rifugio mentale, il mio è la valle di Kathmandu.




Quando apro il portafogli, tra i 5 euro spiegazzati c'è un mondo di scontrini e numeri telefonici di chissàcchi e in mezzo spunta - non posso fare a meno di guardarlo ogni volta - il biglietto d'ingresso a Bhaktapur. Per chi non l'ha mai visitata, Bhaktapur è (era?) una delle cittadine più affascinanti del pianeta. Sul biglietto è scritto "Wel-come to the cultural city - Bhaktapur, Nepal - Let us preserve our common heritage" e al centro l'immagine della piazza principale che anche solo accennata rimane incantevole. "Wel-come, preserve, heritage..." ...già. 


  
Vedere le immagini della devastazione è straziante.
La sensazione di trovarmi a casa che ho provato calpestando quelle vie e assaporando i sorrisi sinceri delle ragazze nepalesi mi annebbia i pensieri, non riesco a credere che i templi nelle Durbar Square di quelle città siano crollati. Vivo i giorni della non accettazione, a volte succede.
Crollare è un verbo definitivo, tanto in contrasto con la poetica del continuo mutamento induista che davvero non sembra possibile. Certo, “Edificare è abbattere”, però che caspita!, della piazza principale di Kat è rimasto poco più che il ricordo. Forte, vivido e tutto quello che vuoi, ma pur sempre un ricordo.




Guardando le immagini riferite alle conseguenze del terremoto ho pensato al monito lasciato anni fa dal buon vecchio zio Salinger a proposito del non affezionarsi, del non raccontare niente a nessuno per evitare future nostalgie. Perché il Nepal è infido, ti si inocula sottopelle come un mal d’Africa in trasferta e non puoi che arrenderti alla bellezza: tempo di avvertire un sentore di magia nell’aria e taaac, addio a tutti i tuoi propositi sul non farsi trascinare dalle situazioni, sei già sei sotto incantesimo.
La convinzione è che il popolo nepalese, proprio grazie ai sorrisi che la polvere dei calcinacci non può cancellare del tutto, rifiorirà; loro sì, sapranno interpretare il segno occultato tra le scosse che in questi giorni continuano a sconquassare Shangri-La. Ci vorrà tempo, ora che case e scuole (di acquedotti non ne ricordo neppure prima, in realtà) sono al pian terreno, ma sono fiducioso che una cultura come la loro non potrà che tornare in superficie. La terra vive e ogni tanto spurga il pus ma le ferite del terreno si ricompongono. Relatività umana del tempo, in un paese che pulsa storie senza età.
In uno dei templi di Kat ricordo di aver trascorso un mezzo pomeriggio di inizio autunno seduto sui gradini, io e la mia moleskine, scrivendo frasi a casaccio, lasciando che il Nepal mi scardinasse a forza di incenso & namasté le stupide convinzioni da occidentale indotte dai telegiornali.
Da quei gradini ricordo una ragazzina che trascinava l’aquilone come fosse un fratellino da accudire e nei suoi gesti – ma poi boh, sono di parte, per me il Nepal non è uno stato ma un luogo dell’anima, descriverlo a parole è difficoltoso e si finisce a usare quei termini cretini tipo “emozione” o “indescrivibile” – m’è parso di riconoscere la dea Parvati alle prese con l’amore universale. 
Era tutto lì, il Segreto. 
Bastavano gradini e aquiloni per essere in pace col mondo. 



E ora di quella piazza non è restata che una sola moltitudine, un cumulo di sporcizia a comporre la scritta Panta Rei. 
Chissà se quella ragazzina si è salvata o se da sotto le macerie la sua anima è volata via, tra le braccia spietate e caritatevoli di Shiva.

 
Ha ragione Salinger, fa male quindi affezionarsi e ricordare i luoghi tanto quanto le persone; eppure è inevitabile e sempre più spesso mi accorgo che il coltello usato per staccare i brandelli di anima in cambio di nuovi ricordi è composto non di acciaio e veleno ma miele baci e cioccolato. 


Buena suerte Kathmandu, gli aquiloni presto o tardi torneranno a festeggiare la tua rinascita.
Dicono che esista per davvero il mal d'Africa. Io non so, credo di essermi infettato visitando il Nepal - si sa che i virus e i sentimenti sono scarsi in geografia. Kathmandu la voglio ricordare così: una bambina colorata che porta a passeggio tra la Storia l'aquilone della gioia di vivere.


It's funny. Don't ever tell anybody anything. If you do, you start missing everybody.