Zooey
ha infoltito il pelo in vista del freddo prossimo venturo e continua
a confondere le mie braccia col tiragraffi.
Le
vetrine dei negozi urlano "Halloween" ma il calendario
sogghigna «È il tuo compleanno Liuk» e l'unica soddisfazione sarà
strappar la pagina con su scritto "ottobre" il giorno
seguente.
In
35 (scritto in lettere mi fa più senso, evito) anni se non altro ho
raggiunto – almeno mi fa piacere credere sia così – alcune
certezze, del tipo:
"O
bianco o nero" mi innervosisce, ma mai quanto le cinquanta
sfumature di grigio. Di conseguenza: l'amore mostra i colori vividi
ma i sentimenti sono in linea di massima daltonici e dopo una più o
meno breve convivenza quando tu dici che qualcosa è blu io dico che
è rossa e se io dico che è arancione tu dici che è verde, quindi
alla soglia dei 35 continuo a sostenere che sia meglio l'LSD
dell'amore. Cromaticamente parlando, perlomeno.
La
scrittura è nata coi sumeri e sta morendo coi somari.
Stupidità
e cattiveria son sorelle a braccetto.
Gli
elenchi numerati mi annoiano, soprattutto quando finiscono pari.
Negli
ultimi anni mi son accadute un po' di cosucce buffe, di quelle che in
teoria dovrebbero insegnare che l'unica cosa certa che si otterrà nel pianificare il
futuro è la consapevolezza di aver sprecato tempo nella pianificazione stessa (ebbene sì, la regola dice che dai 35 puoi scrivere nonsense a
ripetizione, proprio come gli over 70 parlano male ad alta voce
mentre sono in coda al distributore dell'Acea sperando che fornisca
vino e non acqua gassata).
Quando
ai tempi delle superiori leggevo Rimbaud Baricco e compagnia bella
sottobanco mi ripetevo che da grande sarei diventato un rocker, uno
di quelli che la gente mentre sfoglia i testi pensa "ammappete che
profondità!, più profondi del fondo degli occhi della notte del
pianto", per dirla alla De Andrè. E per un po' lo sono stato,
un fottuto rocker, almeno fino a quando lo scrivere i testi non m'è
venuto a noia. E a pensarci ora, io che per anni mi addormentavo
giusto per sognarmi sul palco, è paradossale.
Ma
that's life, e nascere il 31 ottobre (ebbene sì: sono nato nella
notte delle zucche e le zucche sono dolciastre. Sì, esatto, proprio
come il sangue, embè?) include portarsi appresso l'essere scorpione,
e cioè confrontarsi col ---> "ti senti realizzato? Bene,
allora resetta tutto e reinventati che se no ti rammollisci in tempo
zero."
E
questa è la genesi del liuk-che-scrive, dove la sfida iniziale era
pressappoco il realizzare un romanzo che non perdesse il ritmo
dall'inizio alla fine, una sorta di lungo testo musicale. E dal
momento che scrivere è 'na faticaccia della madosca, son andato giù
di corsi alla Holden, ho visitato/vissuto più luoghi possibili del
globo terracqueo – e che cavolo, uno scrittore per prima cosa deve
sapere e non per sentito dire – e mi son confrontato con un bel po'
di teste pensanti, alcune pure carine, tra l'altro. Tutto questo per
poi dirmi: occhèi, adesso inventa un personaggio di quelli
edificanti e dì ciò che pensi.
Per
fortuna poi non è successo così, dal momento che:
I personaggi escono dai polpastrelli quando caspita vogliono loro, non
c'è santo che tenga.
Pensare
non è il verbo che mi rappresenta meglio.
Alla
fine della fiera da quando sono entrato negli -enta ho creato
principalmente quattro personaggi ma per paradosso sono stati loro
a insegnarmi la vita, non il contrario. A volte mi domando se non
siano proprio loro a comandare in silenzio i gesti che con la
scrittura li costringo a compiere. Da uscirci pazzo, non so se rendo
l'idea. Ma poi, chissenefrega.
Sì,
capito, sto perdendo il filo.
Dicevo:
scrivere è reinventarsi.
L'unico
paletto che mi impongo quando creo frasi in un romanzo è scordare me
stesso, per il resto non ho regole: se voglio aggiungere un due punti
qui: lo aggiungo. Oppure che ne so, una virgola ad cazzum giusto per
spezzare il ritmo della, frase? Fatto.
Il
primo romanzo Per Adesso No è nato così, una
esigenza, in stile «Ma scusa ti stavo parlando della fisica
quantistica, perché mi hai baciata?» «Così, mi andava di farlo.»
Uno
dei protagonisti dice "Più denso della Verità è l'Amore. E
più dell'Amore è la Vendetta".
Caspita.
Quello
che sto scrivendo ora – La creazione dell'Autunno – è più libero. Anche lì però sono i tre
personaggi principali a muovere i fili, io sì è vero lo sto
scrivendo eppure spesso mi sento più burattino che burattinaio, ma
va benissimo così.
Proprio
come dei seguaci di Quelo suggeriscono di non fossilizzarmi troppo
nel ricercare le risposte ("La risposta è dentro di te epperò
è sbagliata.")
Uno
dei tre continua a dirmi che dovrei lavorare sulle domande, "ma
fai attenzione liuk!, le domande migliori sono scivolose, sfuggono
come le code delle aurore boreali, tu le intravedi ma tempo di
abbassare lo sguardo per preparare la reflex e loro son già via
chissà dove, ste infami!"
Un
altro dei tre invece mi ha fatto scrivere un qualcosa tipo "Se
qualcuno eliminasse Speranza dal vocabolario, in quanto tempo
sparirebbe dalla nostra vita?"
A
saperla, la risposta!
Magari
verso la fine del romanzo mi lancerà qualche indizio, incrocio le
dita –non troppo se no a scrivere impiego il doppio del tempo.
Ma
va beh, un passo alla volta.
In
fondo siam quasi in quel di Halloween e mentre la gentaglia si
crederà ganza con due canini affilati o un cappello da strega io mi
limiterò ad augurarmi buon compleanno.
Un
po' più consapevole dei miei obiettivi, se non altro.
Ognuno
ha il titolo nobiliare che si merita, no?
Zio
Charles Baudelaire, per dirne uno, era "comme le roi d'un pays
pluvieux".
O
che ne so, Adriano Celentano è "il Re degli Ignoranti".
E
io, beh, essendo nato il 31 ottobre ogni volta che mi guardo intorno
(e allo specchio) sono sempre più consapevole di essere l'Imperatore
delle Zucche Vuote.
P.s.
Quando terminerò la stesura di "La creazione dell'Autunno"
giurin giurello che vi farò un fischio. Una casa editrice seria la troverò, sìssì. Vi piacerà 'na cifra questo
romanzo, #sapevatelo.
Quindi,
da buon uroboro (o forse oroboro? Comunque, quella cosa lì), i cumulonembi
estivi mi hanno rovesciato addosso gocce di pioggia e mestolate di apatia,
tanto da scivolare al punto zero. Ma quel punto zero che è dentro di noi, un
po’ differente dalla matematica. È più la concezione di aver fatto
involontariamente un passo indietro pur mantenendo lo sguardo in avanti, credo
che su questo modo di vivere molti coreografi abbiano ideato decine di balli
estivi (un passo in avanti, un passo in avanti, un passo indietro, un passo
in avanti e hop!, unduettrèquattro e giro…)
Quindi
(e due) dopo un paio di settimane e chiedermi come poter scrollare il tutto,
arriva un messaggio dalla Giorgia su una giornata aggratis all’I-Scream
sponsorizzata dalla Holden, una di quelle folgorazioni che ti fan dimenticare i
“perché” e li sostituiscono coi “perché no?”
A
lezione, dunque. E son stato pure fortunato, che a spiegare c’era la Lucia,
davvero grandiosa! Voglio dire: rendere interessante già dal principio l’Ode al
pomodoro non rientra tra le cose più semplici, perlomeno per me. È stata una
lezione clandestina, di occhiate invisibili e gesti che si sono appiccicati a
mò di post-it senza chiedere permesso –come la maggior parte delle cose belle e
significative, in fondo.
C’erano
foglie accartocciate, brividi a tradimento e tanti tanti elenchi sinceri, un
riordino mentale sulle cose che ognuno di noi ha, o quantomeno crede di avere,
da dire.
Poi,
il caso.
Libromania
- sì sì, la casa editrice dell’ebook, casomai qualcuno ancora non lo sapesse...
- ha parlato di un concorso su Rai Radio1 di nome Plot Machine, dicendo che per
partecipare bastava inoltrare un racconto breve con a tema i social network o
la radio.
Senza
pensarci – e d’altronde col mio telefonino che continua a non chiamarsi
smartphone la scelta è stata ovvia – ho provato a sfruttare l’onda lunga made
in Holden ampliando un punto dell’elenco di Lucia. Così, anche se per via di
una foglia fuori stagione ho continuato a pensare a tutt’altro, è uscito dal
punto 15 quello che ora i più chiamano “Il racconto di Riccardino.” Tra l’altro
nelle votazioni libromania mi ha sostenuto, son dettagli che fanno molto
piacere visto che nel loro progetto ci credo.
E
niente, per ridere ho pensato di chiudere il cerchio (sempre da buon u/oroboro)
e rendere il racconto in stile Salinger, senza pretese.
Invece:
mi hanno telefonato dalla radio, alle 5 di pomeriggio, con chiamata anonima –e
ho pure risposto! L'hanno letto in diretta, con una voce di quelle che rimangono, è stata una soddisfazione, davvero. Alla
fine per motivi sconosciuti son arrivato secondo nazionale e non so come
prendere il risultato, ma un po’ tutti dicono “è un ottimo piazzamento” quindi
(e tre) credo sia andata bene.
"Meglio
che primo”: di solito rispondo così.
Il
programma è stato divertente, in più l'assemblamento in una storia di vari
tweet in tempo reale è stata affidata a Chiara Marchelli, e se qualcuno ha
tempo di leggere la sua biografia, parla per lei.
Mi
sembra sempre una ladrata vedere il nome in una classifica, non so come
spiegare. Sono abituato alle stroncature sul romanzo, non ai complimenti. E iniziavo
ad abituarmici, ecco; ci saranno sempre le critiche, per fortuna.
Scrivere
vuol anche dire sputare i propri sentimenti su un foglio, e quanto orribile
sarebbe scoprirli condivisi da tutti? L’opinione contraria è un sintomo che non
si sta scrivendo qualcosa di ovvio, se non altro. Poi
sta allo scrittore distinguere le critiche al testo da quelle alla persona, ma
questa è un’altra storia.
Di
solito quando ho un libro sottomano e mi chiedono il nome dell’autore, le
risposte sono
A)
ah sì lui mi piace, ho letto qualcosa
B)
ma chi? Quello? Che schifo! Pensa che una volta ha scritto “blablabla” e
diceva che “blablabla”, per non parlare di quella volta in tv quando ha
detto che “blablabla…”
Sì,
passa il tempo ma “Chi disprezza compra” resta sul podio degli intramontabili.
Sono a metà dell’opera, mi affido alle strategie di libromania per il
“compra”.
(Nel
dubbio, il link Per Adesso No. è lì ad aspettarti) :-)
Fa
strano abbandonare un romanzo quando ancora non lo si vede camminare da solo,
ma la Musa è stronza e come questo tempaccio estivo se ne frega dei programmi
altrui.
Cooomunque,
il racconto era appunto scritto pensando ad altro, non capisco come possano
averlo scelto. Ma liuk!, non farti fisime e raccogli, invece di sparare frasi
da fighetto stile “Io non miro al numero uno. Il mio obiettivo è battere il
numero uno”
Buon
periodo, dunque. E cosa fa l’idiota quando le cose iniziano a migliorare?
Ho
dato un colpo alla Bussola delle Buone Intenzioni fino a quando l’ago si è
spostato da “Scrittura” a “Musica”.
Non
so, ho l’idea che sia il momento di stoppare il nuovo romanzo; visto che stavo
trattando di autunno, lacrime e foglie che ingialliscono, gli ultimi
avvenimenti casuali mi hanno un attimo distolto l’attenzione, mettiamola così.
Le coincidenze esistono in ferrovia, per quanto ne so.
Lascio
quel centinaio di pagine a svolazzarmi in testa ricomponendosi come
preferiscono, che tanto quando dico “smetto di scrivere” ho la credibilità dei
tossici sotto casa.
E
poi il primo romanzo è stata una necessità, col secondo vorrei ragionarci su.
Un finto stop, ecco. Solo per il gusto di non creare aspettative a me
stesso.
Ho
tolto i chiodi alla Musa e ora aspetto che smetta di svolazzarmi intorno per
ripicca, devo avere pazienza e riannodare con cura il retino.
È
che negli ultimi tempi i sogni di quando mi inciampavo tra i cavi degli
amplificatori sul palco si stanno rifacendo vivi. Entrano e non chiedono ‘per
favore’, o se c’è qualche altro sogno in composizione.
Trovo
che suonare sia più solitario rispetto alla scrittura, anche perché la chitarra
la suono in casa mentre il moleskine lo imbratto al bar.
Un
altro passo indietro con sguardo in avanti, a pensarci ora.
La
cosa buffa è che in questi dieci anni è cambiato un po’ tutto, per quanto mi
riguarda: ricordo di non aver mai partecipato, per pigrizia, a un soundcheck. O
il solito “sì sì” quando il fonico di turno mi chiedeva se i suoni erano
bilanciati. Volevo solo salire sul palco, rivestirmi di una nuova personalità e
tanti saluti. Adesso che ho in testa un progetto invece dovrò giostrarmi da
solo e non ho idea di come muovermi.
Un
altro mondo, sì.
M’è
capitato di vedere Neil Young in concerto, un paio di settimane fa. Credo lui
abbia la risposta.
Una
di sicuro la possiede: leggendo la sua autobiografia, ho sottolineato la frase
“Se una cosa non è fantastica, lascia perdere”.
È
difficile ma vorrei tramutarla in realtà.
Vederlo
suonare col sorriso, a sessantanove anni, di per sé è già una di quelle
risposte a prescindere. Lo si poteva fotografare in primo piano e spedire il
tutto alla Perugina, con scritto “Un’espressione vale più di mille parole”
Comunque.
Il progetto è in fase embrionale, diciamo. Vorrei rivestire di nuovo alcuni
brani della mia vecchia vita, credo che una spolverata decisa li possa far
rivivere. Ma è la parte nuova a elettrizzarmi, per quanto nebulosa.
Che
suonare e scrivere testi di per sé è una stupidaggine. Cioè, se una cosa la sa
fare pure l’Apicella di turno, non vedo chissà quali problemi insormontabili.
È
che vorrei… insomma, qualcuno ha mai letto Oceano Mare?
Ricordate
il pittore, Plasson, che dipingeva il mare con il mare?
Ecco,
vorrei un qualcosa del genere. A livello di testo, o a livello di ascolto per
chi non fa caso alle parole. Credo sia complicato, o forse lo sarà fin quando
crederò che lo sia davvero.
Creare
canzoni che abbiano una storia, che siano esse stesse un racconto breve,
accompagnate da suoni adatti a rimandare l’ascoltatore nell’immaginario della
vicenda. Come per la parte psichedelica di Whole lotta love, dove chiudi gli
occhi e sei trasportato in un tunnel stile pallina da flipper.
E
nello stesso tempo non ho intenzione di creare cose inascoltabili o brani
monostrofa alla Dylan/De Andrè (e chi ci riuscirebbe più, tra l’altro…).
Non
so, forse stare sul filo tra il cantautore con aspirazioni punk (ma che ascolta
in privato i primi dischi di Ruggeri) e i Baustelle senza barba in prima fila
al concerto dei Sigur Ros. Creare, per quanto possibile, un nuovo tipo di
sonorità. O un altro punto di vista della musica, che a conti fatti è un po’
quello che provo a fare con le parole.
Dipingere
il mare con il mare, e con un buon amplificatore resistente all’acqua.
In
fondo dicono che per scrivere un romanzo ci si concentra, da buon pugile che fa
a botte con le parole, alla resistenza sui dodici round. Dicono anche che il
racconto breve dovrebbe stendere il lettore per KO.
Ecco,
scrivendo canzoni/storie vorrei puntare a trasformarle in sali per rinvenire.
Anche
se l’essermi comprato un programma (Ableton) per registrare tutto da solo manda
in panico, mi ci abituerò. Al panico, intendo. Per qualsiasi cosa siamo
accerchiati da eserciti di bipedi che ne sanno più, tanto vale approfittarne.
Idee
nuove, quindi (e quattro).
Al
solito, ho ripensato alla lezione Holden e agli elenchi, dicendomi “E perché
non sfruttarlo? È lì.”
Così
ne ho preso uno a caso e senza accorgermene la Musa ha lasciato qualche scaglia
sul retino, come incoraggiamento (stile il 6- a scuola dopo una sfilza di
insufficienze). Ed è uscito un testo, una canzone già pronta per trequarti, dal
titolo #ilmare.
Tanto
per tornare a Plasson e il suo dipinto.
È
la storia di Jenny, una ragazza che passa la vita a osservare gli altri,
dissolvendosi nel riparo di una finestra. E si crea una campana di vetro anche
quando esce, quando vede il mare, fino al punto di non rendersi conto che la
casa in cui abita è crollata.
La
parte che mi interessa di più è strumentale e inizia quando la protagonista
preferisce aggrapparsi alla boa invece di immergersi a guardare le meraviglie
sott’acqua.
Pensavo
al la minore ripetuto in loop per rimandare l’ascoltatore alle onde e a un
assolo lungo e semi ipnotico che profumi di sabbia bollente, alghe, della finta
libertà offerta su cauzione dal pedalò. Cose così. Ci provo, almeno.
Come
al solito, è tutta questione di praticità, come per l’amour.
Per
dire: avete presente le farfalle nello stomaco?
È
dalla lezione degli elenchi che ci penso (sempre per via della foglia eccetera
eccetera)
Credo
sia una questione di cura, alla base del successo. Ok, detto così fa molto
Piccolo Principe con la Rosa, ma all’incirca il significato è quello.
All’inizio
le farfalle iniziano a svolazzarti nello stomaco solleticandolo. La sensazione
è piacevole, i colori più vividi, le emozioni acquistano nuove forme, pure la
sveglia mattutina ha un ché di armonico. E poi, che accade se lasciamo le
farfalle al loro destino, senza neppure un trespolo per riposare? Perdono
l’equilibrio, poverette. Il solletico si trasforma in eritema, senza una cura
più o meno costante.
Le
farfalle precipitano ineluttabilmente, bam bam bam dritte nell’inferno
dei succhi gastrici.
E
se non si curano i sentimenti, le uniche testimonianze degli attimi di felicità
saranno sempre e comunque gli attacchi di acidità allo stomaco.
Quindi
(e cinque) tempo al tempo, trespolo innaffiatoio moleskine e pazienza sotto
braccio, vediamo l’evolversi.
E
tanti belli elenchi da trasformare in qualcosa di concreto, che di cose da
raccontare ne abbiamo tutti più o meno consapevolmente.
C’è
così tanto, là fuori, pronto a essere colto.
Dovrei
parlarne pure io, prima o poi.
"Di
lei che rigira una foglia secca fissando un foglio bianco.
Del
riflesso di una lacrima quando te l’ho raccolta sul dorso della mano.
Del
cortometraggio di Bruce Springsteen che ho visto solo per metà al TG.
Del
tizio che nasconde soldi nelle spiagge californiane.
Del
tavolo che traballa quando scrivo.
Della
vita che traballa quando non scrivo.
Del
non distinguere l’indaco guardando l’arcobaleno.
Di
Zooey che mi porta un piccione sul letto una volta a settimana.
Di
quando guardo gli altri scrivere e mi viene voglia di scappare.
Del
parco giochi sotto casa pieno d’erbacce, di come i bambini le strappano per
tirarsele addosso.
Delle
musichette in sala d’attesa dal dentista.
Della
Croce del Sud, di quanto sia alienante notare costellazioni non tue quando
oltrepassi l’equatore.
Del
divenire invisibile quando sporgi lo scontrino del caffè alle commesse
dell’Autogrill.
Di
quanto sia bello il termine Mellifluo prima di leggerne il significato.
Di
Riccardo che lavora con me e ogni tanto sorride da solo e quando chiedo “Che
c’è” non sa rispondere.
Di
quanto sia tempo perso amare una persona quando ti corrisponde.
Dei
finali incomprensibili di certi romanzi.
Delle
antenne delle lumache.
Del
malditesta che mi prende se so di dover guidare tanto.
Delle
voci degli altri quando cammino con l’iPod spento.
Dell’accordatura
di Neil Young usata in Cortez the killer.
Della
tonalità pastello nei vestiti dei gerarchi nazisti.
Del
finale alternativo di Breakin’ bad.
Del
rifugio che credevo segreto quando scappavo dall’oratorio e di come mi sento
scemo ogni volta che sento le voci di altri bambini provenire da lì.
Della
stupidità del “Ora che sei maggiorenne…”
Dei
riflessi del marmo rosa nel Campanile di Giotto.
Della ring road
islandese.
Della
ragazza che annega nei pensieri degli altri.
Del
ragazzo che dice di non avere un senso mentre guarda un documentario
sull’ornitorinco.
Di
quando ti dicono “La vita è una ruota che gira” e sentendoti quella di scorta
domandi al nulla dove hai dimenticato le chiavi del bagagliaio.
Del
dare per scontato che gli altri siano migliori, senza mai però voler scambiare
un tuo giorno con uno loro. Mai.
Del
pugile che a metà combattimento si rende conto di non reggere altri round e la
consapevolezza lo libera dal dolore.
Di
quanto sia stupido stilare elenchi, se mentre li scrivo tu non sei accanto a
me."
[…]
Ecco,
questo è quanto. E giusto per smentirmi, ho come l’impressione che domani
poserò la chitarra per riprendere il romanzo nuovo. Di posare il romanzo nuovo
per farmi furbo, beh, non è ancora il momento, ecco.
I
capelli bianchi iniziano dal cuore, ma perlomeno finché non li scoprirò in
testa potrò fingere che le forze per realizzare i sogni siano più che
sufficienti.
“Le
cose belle sono proprio dietro l’angolo!”, sentenzia sardonico l’u/oroboro.
Oggi è il sedici marzo, e i numeri su
carta mi inquietano: son passati settantacinque giorni dall'inizio
dell'anno e ho già raggiunto la terza infatuazione. Di fatto mi
innamoro ogni venticinque giorni, che confusione. Detesto la
matematica, anche se la risoluzione di qualche incognita non mi
dispiacerebbe affatto.
Sono al parco vicino casa, è fine
inverno e il primo caldo mi ricorda che per qualche mese non avrò
bisogno durante la notte di Zooey in versione borsa dell'acqua calda.
Vedo i primi fiorellini e l'idea di non
conoscere tutti i nomi delle piante mi infastidisce; certo, questa
cosa fa molto Into the wild, ma il comandamento che mi sono imposto
tempo addietro "Lo scrittore deve sapere l'argomento trattato"
presuppone espandere la conoscenza a 360 e qualche grado – cioè
girarmi e alla fine vedere da un'angolatura lievemente differente –
anche se ciò al momento mi procura più malintesi che altro. Per
dire: pochi giorni fa durante un discorso sciocco con la Marty siamo
entrati nell'argomento milf, alché m'è scappato che esistono pure
le gilf. Da lì a giustificare che il saperlo non significa
ususfruirne, è stata dura. La realtà è che una protagonista che ho
in testa per il prossimo romanzo potrebbe essere un po' allegra, ma
rendendomi conto di quanto suonasse come scusa son restato a metà
tra il silenzio e il sorriso ebete, che in fondo è il leitmotiv di
quando trascorro la pausa pranzo con lei. Figurone!
Vabbè, dopotutto "Essere
compreso significa prostituirsi", diceva Pessoa.
Che poi, voglio dire: scrivere un
romanzo è solo l'inizio, una sorta di Stargate verso un universo che
lo scrittore affronta insieme ai lettori. Certo; ma qual è lo scopo?
Ogni volta che mi siedo su una panchina
a guardare la natura mi assalgono i "perché": dapprima con
cortesia, poi – accade spesso quando osservo il cigno del laghetto
seguito a distanza dalle anatre – i perché si trascinano
enfatizzando la erre con l'arroganza di un formigoni di turno, e lì
tendo a cambiare panchina senza rispondermi.
«Perché scrivi se poi nemmanco i tuoi
amici ti sostengono?»
«Perché ti poni domande, quando a
conti fatti è più facile scoprire un pianeta popolato da
tirannosauri con le braccia di giannimorandi piuttosto che un
conoscente legga il tuo romanzo?» (<---Ehi, aspetta un attimo,
signor invisibile generatore di perché: il romanzo non è mio,
e che cazzo, una volta messo in commercio di fatto l'ho donato
all'umanità. Mio mi innervosisce, right? E non chiedermi il
perché.)
A volte, lo ammetto, ho attimi di
sconforto: uno immagina sempre che il proprio operato venga
quantomeno preso in considerazione dagli altri, scordando non solo
che la realtà è differente, ma anche che comportarsi in modo
menefreghista è del tutto naturale. Anni fa ho letto che esiste
persino un termine tedesco – Schadenfreude – per definire lo
stato di gioia nel vedere un personaggio cadere in disgrazia. Bah. Mi
domando se non dovrei chiudere i rubinetti all'empatia prima che
questa paradossalmente col suo calcare mi incrosti il flusso di
emozioni.
Fregatene, Liuk. Pensa a cosa disse
Agota Kristof:
"Prima di tutto, naturalmente,
bisogna scrivere. Dopo di che bisogna continuare a scrivere. Anche
quando non interessa a nessuno. Anche quando si ha l’impressione
che non interesserà mai a nessuno. Anche quando i manoscritti si
accumulano nei cassetti e li si dimentica, pur continuando a
scriverne altri."
In realtà è tutto più semplice e
meno cervellotico: il senso di appagamento che si riceve una volta
completato un obiettivo (che sia un romanzo, una torta mimosa, un
figlio, un viaggio, un matrimonio, la Champions col Torino a pro
evolution) viene prima o dopo sostituito da un ancor più grande
senso di vuoto, che in alcuni casi fa scordare del tutto
l'appagamento precedente. Merda. Cosa mi è rimasto, a conti fatti,
di due anni trascorsi in esperienze e ricerche per la stesura di Per
Adesso No?
Un file in formato epub.
E la cosa buffa è che due anni fa
nemmanco sapevo cosa fosse un file epub, se me lo avesso domandato
avrei detto «Epub? È l'anagramma di Pube.»
Un po' come quando guardavo le ultime
puntate di Breakin Bad ed ero pervaso da una eccitazione malinconica;
imparavo alcune battute a memoria, analizzavo i filmati godendo delle
inquadrature manco fossi l'aiuto regista, esclamavo «Ma dai!»
«Nooo» «Figaaata» durante alcuni passaggi risolutivi e nello
stesso istante l'idea di una serie TV oggettivamente inarrivabile mi
inquietava. "Non vedrai più nulla del genere" mi diceva la
vocina rompipalle.
E già il vuoto di quella mancanza
insostituibile mi rovinava le immagini di Walter White e la sua
discesa. E adesso? "A che cosa si riduce tutto questo?",
cantano i Negrita
Mesi fa ho concluso i corsi alla Scuola
Holden ma solo da quando ho strappato quel cordone ombelicale si è
manifestata la consapevolezza di quante informazioni mi han
tramandato, di quanto quell'atmosfera fosse a me necessaria per
quella sorta di utopia che è il Vivere Bene.
Amicizie confronti punti di vista
differenti, tutte cose che ora non ritrovo. O forse ritrovo in
maniera differente senza rendermene conto.
Dev'essere la Sindrome di fabiofazio,
dove ciò che era è sempre migliore di ciò che è.
Mi piacerebbe tornarci e vedere quanto
sono cambiato, sì. Lo farò.
Il fatto è che a ogni risveglio ho
come l'impressione che qualcosa mi stia sfuggendo. Oltre a sei ore di
sonno, intendo. Gli obiettivi prefissi a inizio anno per fortuna al
solito non li sto raggiungendo, anche se la bocca impastata e le ossa
scricchiolanti ogni mattina mi ricordano che sarebbe bene iscriversi
in palestra ed eliminare il tabacco.
Per stare meglio ho pure tentato con
l'ammodernare la camera da letto (nuova tinta viola e un quadro di
Munch, La danza della vita, che tanto mi garba) eppure a sfuggire è
sempre quel nonsoché, come se ogni persona luogo cosa che incontro
sia destinata col tempo a non lasciare traccia. Destinati a
dimenticarci.
Quando sono più fuso del solito ho
l'abitudine a lasciarmi trasportare dai ricordi in modalità random:
una serie di immagini collage senza filo logico, tipo: l'odore di un
parco ligure seguito dal panorama mattutino color aragosta di Kayenta
e di quando alle elementari, travestito da Sioux, dimenticai il
monologo durante la recita, e ancora: la volta che con Francesca
rovinai una torta, quando sotto una foglia trovai diecimila lire, il
record a street fighter 2, la sera d'estate a vedere Matrix in un
cinema all'aperto sopra il cassone di un'ape, Stefania che mi parla
di iridologia mostrando libri dai titoli interessanti. Immagini così,
sconclusionate.
Eppure.
A volte mi chiedo se siano successe
davvero, se ripensandole il cervello me le proponga in modo artefatto
per ragioni che non comprendo.
Dovessi disegnarti, non ci riuscirei.
Finirei col costruire l'idea che ho di
te, non te.
Diventeresti un ibrido, che poi forse è
ciò che siamo agli occhi degli altri. Ibridi di noi stessi.
«Quello non sono io...» dico ogni
volta che guardo vecchie foto «...sorrido.»
Prima di condividere casa con una gatta
non è che avessi granché da sorridere, in effetti. :-)
Comunque sia, il parco dà troppi
pensieri, no doubt.
Guardo il cigno e penso che è l'ora di
organizzare un viaggio, ricaricare le pile. In fondo l'anno scorso in
questo periodo avevo gli occhi pieni di ghepardi ed elefanti, ora mi
restano tutt'al più i topi che si nascondono sotto le foglie per
salirmi sul braccio mentre sistemo il telo durante la pausa pranzo al
bacino di Villar. Caspita.
Credi di sfuggire e vai a sbattere
in te stesso, diceva Joyce.
Certo, i soliti Perché mi dicono che
vedere luoghi nuovi serve a ben poco se poi al ritorno il vuoto si fa
ogni volta più ampio, ma me ne frego.
In fondo è quasi primavera e fa bene
pensare che in Japan a breve fioriranno i ciliegi.
Sì ok non siamo lì, però sempre e
comunque ci sarà in qualche angolo un qualcosa in grado di
emozionarci l'anima. Se per esempio ora si materializzasse Joda o
Miyagi potrebbe sussurrare «Sii il ciliegio di te stesso, Liuk»,
perché no? Non sarebbe un'idea malvagia.
Divenire un ciliegio. E non dare
importanza ai soliti che sprecheranno tempo a denigrare i tuoi
petali, a dire che il loro tronco ha più anelli, che i loro rami
sono più grossi o a pisciare sulla nostra corteccia: se quel
ciliegio che sarai farà sorridere te e chi ti è caro, il resto non
conta. E se non sorrideranno, tu comunque ci avrai provato e
continuerai ad amarli (il Dare/Avere non lo reputavo importante
quando studiavo economia, figurarsi in amore!)
Tra l'altro la scorsa settimana ho
partecipato a un Funeral Party (che sarebbero feste splendide
organizzate da Giorgia – conosciuta alla Holden, te pareva – con
tema il rispolvero, attraverso film concerti esibizioni alcool, di un
personaggio che per forza di cose non risulta vivente. Il penultimo
Funeral Partuy era per e su Salinger, l'ultimo su John Belushi. Per
dire).
È proprio la Giorgia una di quelle
persone che danno un senso a tutte ste parole sparse per il post, a
proposito di vuoti ricerche matematica romanzi breakin bad
varie&eventuali; lei è una persona che conosco poco ma emana
quell'aura positiva che ti vien voglia di svegliarti dal torpore,
scuoterti e pensare "Toh!, guarda, e tutta sta polvere che avevo
addosso da dove arriva?" Quando la vedevo a scuola – di solito
lei era dietro la scrivania a dire "Ben arrivato" e io in
ritardo firmavo il foglio di presenza tutto già
agitatofintomenefreghista – ogni volta mi fermavo a pensare
"Wow, ma guarda un po' questa, un sorriso così splendente e
manco è photoshoppata."
È gratificante sapere che non solo
esistono persone simili ma che pure si possono conoscere
d'improvviso, magari tu sei di corsa al bar e ta-daan!, un sorriso ti
ripara la giornata.
E allora: Smile :-) Smile :-) Smile :-)
a tutti voi bella gggente!, oramai il sole è lì lì per tramontare
e l'aria del parco si raffredda, meglio ritornare a casa.
...e comprate/leggete il romanzo, mi
raccomando!, a tempo perso sto creando una pagina su feisbuk come farebbero i gggiuovini :-)
"Guess I got what I deserve
Kept you waiting there, too long my love
All that time, without a word
Didn't know you'd think, that I'd forget, or I'd regret
«Hai
tempo libero» è una delle frasi più gettonate, quando le persone
scoprono l’esistenza del mio primo romanzo; a me viene in mente una
vignetta di Snoopy ma non ribatto e mi limito al silenzio.
Durante
i due anni alla Holden ho sentito un oceano di definizioni sull’atto
dello scrivere, sugli scrittori, su quanto scrivere sia un atto per
comprendersi. Io ascoltavo, a volte prendevo pure appunti, eppure la
vocina in testa continuava a sussurrare la frase di Leslie Nielsen:
“Tutti a dire stronzate…”.
Scrivere è una tortura.
Scrivere significa odio smisurato per i polpastrelli.
Scrivere è scartavetrarsi le sicurezze fino a farle evaporare.
È sottomettersi controvoglia a una padrona feticista, un tacco a spillo sul palmo della mano e l’altro sull’anima.
Scrivere è flagellarsi l’autostima.
Scrivere
è prendere il cerchio del benessere e lanciarlo dal dirupo per poi
arrivare a fine capitolo e scoprire di essere imprigionato in un cerchio
differente, dimenticandosi di com’era quello lanciato.
Il foglio
bianco ti fa pensare a quanto bene vivessero i popoli antecedenti ai
Sumeri. Più volte mi chiedo «E allora perché…?», poi resto quei
trequattro secondi in silenzio e la risposta sgorga sotto forma di altre
domande.
E allora perché la mattina alle sette ti svegli per andare
in un ufficio dove la gente ti saluta per cortesia?, e allora perché hai
un televisore e a volte durante cena guardi carloconti?, e allora
perché quando esci per la pausa pranzo e le montagne ti invitano per una
passeggiata fingi di non sentire e rientri al lavoro?, e allora perché
non rompi il naso a certi saccenti che ti guardano con superiorità solo
perché loro hanno il Suv e tu la micra?
Per essere accettato e sopravvivere, fondamentalmente. Questa è la scusa.
Scrivere
è un poco diverso, in effetti. Potrei sopravvivere senza scrivere,
certo. Non potrei vivere, però. È questo il tormento: odiare ciò che fai
per vivere e non poterne fare a meno.
A Natale mio zio mi ha
regalato Open, la biografia di Andre Agassi. Io, che non so neppure
quanto possa pesare una racchetta, ho pensato “Va beh inizio a leggerlo
per cortesia”. Il 27 l’ho finito. Inizia dicendo che lui odia il tennis
con tutto il cuore e che nonostante tutto lo pratica, un po’ per quella
sorta di odioamore e un po’ perché è l’unica cosa in cui sente di
“riuscire bene”.
Io non so se scrivo bene, la cosa col tempo ha perso
importanza per quanto mi riguarda – in effetti basta aprire un libro
recente a casaccio e di frasi oscenamente ridicole e banali se ne
trovano in quantità – però quando succede anch'io, pressappoco, mi sento
vivo. Certo, dopo Matrix e Inception il concetto di sentirsi vivo ha
perso senso, ma tant’è.
Seminare dubbi e domande, credo che questa
sia la missione di uno scrittore. Di risposte se ne sentono troppe e
continuamente, ogni giorno per strada o in tv ci sono persone che –
beati loro… - possiedono la scienza infusa e ci tengono a ricordarcelo.
Casomai ce ne fossimo dimenticati.
Poi, e chi lo sa?, le domande ti
portano a vedere le cose – sì, esatto, quelle “cose” che vedi da una
vita e che credi di conoscere a memoria – da un altro punto di vista, e
spesso l’angolazione rivela ombre nascoste o aurore boreali da
condividere come Balto e la sua bella. "Evoluzione", direbbe Darwin, ma
io non avendo la mia faccia su qualche banconota mi limito a
"Deviazioni".
Trovo che una persona senza domande sia utile come gli spaghetti senza sale.
Quando
suonavo era tutto differente, salivo sul palco ed ero un’altra persona,
pensavo “Ahahah plebaglia ora sono io a fare le regole”; la scrittura
ti pone in un’altra dimensione, ti fa capire l’importanza della
condivisione.
Con amplificatore microfono e chitarra ero io davanti a
un tramonto splendido, ora che scrivo sono io davanti a un tramonto
splendido insieme a te.
Comunque. Com’è nato questo romanzo? Da un
errore. Come buona parte delle cose che creiamo, in fondo. Anni fa avevo
progettato un viaggio in Scozia, ma non avendo saputo dire di no ad
alcuni amici ho viaggiato con loro ed è stata un’esperienza spiacevole
(fa sorridere quanto il disastro presente sia molto spesso una vittoria
futura). A metà vacanza ripiegai in Grecia e lì ho conosciuto una
persona che mi ha psicanalizzato durante una trasferta su un catamarano,
al punto da farmi pensare che "va bene seguire inconsapevolmente la
propria strada, ma un faro o un’indicazione preventiva ogni tanto non è
che sia peccato mortale".
Da lì, mesi in cui nei sogni si plasmava un
tizio con le sue domande; un ragazzo qualunque a cui era stato affidato
il potere di modificare i pensieri altrui. Un ragazzo che lottava per
non imparare a usarlo, in realtà. E durante il giorno, davanti al pc,
guardando il telegiornale, in coda al semaforo, scontrandomi con la
gente al centro commerciale, avevo sempre la stessa domanda a frullar le
sinapsi: come si comporterebbe una persona di fronte all’occasione di
poter plasmare le coscienze altrui?
Così, senza fretta, io e quel ragazzo abbiamo iniziato a conoscerci.
Quando
scoprii che si chiamava River, gli dissi «Ma dai?, come River Phoenix» e
lui mi guardò storto. Raccontò della sua infanzia trascorsa in comunità
hippie per via del mestiere di sua madre, una guaritrice. "Strega",
disse una volta. Quando gli domandavo del padre era spesso evasivo, ma
col tempo mi accennò che non l’aveva mai conosciuto, che era morto di
overdose, che era leader di un gruppo psichedelico caduto in disgrazia
un attimo prima della celebrità. «Ma dai, come in Almost famous!» Anche
in quell'occasione fece la faccia grama.
"I protagonisti dei sogni non vogliono essere interrotti", scrissi sul moleskine.
Poi
le cose sono precipitate e non ho potuto far altro che raccontare la
sua storia, tentando di indovinarne i pensieri nascosti.
Trasformare la bic in un badile e scavare, scavare, scavare.
Una
volta per dissuadermi River mi disse «Io ho seguito l’arcobaleno.
Giuro. Fino a trovare la pentola. Davvero. Ma caro Liuk, davvero pensi
che dentro ci sia oro? No no, ho trovato solo un biglietto. Sai che
c’era scritto? Ritenta.»
Ricordo di aver fatto sì con la testa e di
aver continuato a seguire la sua storia: volevo capirmi, volevo uno
spunto di riflessione per chi poi quella storia l’avrebbe letta.
Scavavo,
dunque. Ho scoperto che River era perseguitato in sogno da esseri
tremendi, che al risveglio scopriva lividi. Se la passava piuttosto
male, a dire la verità. Poi un giorno, ed ero verso il quinto capitolo,
mi ha sorpreso: disse che voleva scoprire la provenienza dei suoi incubi
e ricordo di aver provato invidia. Il voler diventare protagonista
della propria vita credo sia il traguardo finale dell’esserlo già; a me,
come credo a molta altra gente, questa spinta spesso manca.
Indagando
sulle cause del malessere ho scoperto insieme a lui qualcosa sul padre –
che tra l’altro aveva trovato un nome alla sua band che mi garbava
parecchio: Soul stripped II times – ma mi accorgevo che River stava
semplicemente passeggiando in un dedalo di vicoli ciechi.
Un signore molto zen diceva che quando l’allievo è pronto compare il maestro.
Non
so quanto sia vera l’affermazione, ma so che d’improvviso una gatta di
nome Zooey è entrata nell’universo di River e so pure che una settimana
dopo aver concluso il romanzo quella stessa gatta è entrata in casa mia.
"Un regalo", mi sono detto. Ora che convivo con lei da mesi direi
piuttosto "Una benedizione."
Comunque sia, River e Zooey hanno fatto
da subito squadra, fino al punto – illuso d’un River! – di smettere con
le ricerche, convincendosi che al destino non si può porre rimedio. Fu
allora, ed ero a metà romanzo oramai, che in sogno ebbi un’interferenza.
Tre vecchiette mi accennarono di una situazione da risolvere che lì per
lì non capii, parlarono di un filo legato a due matasse, che avrei
avuto bisogno di una forbice affilata. Pensando che fosse un semplice
dopo sbornia, le ignorai.
Ignorare è la cosa più semplice per sopravvivere no? È difficile vedere un ignorante triste.
Fatto
sta che a River arrivò una lettera dal Sud America; la badante di un
nonno – il padre di suo padre – che non sapeva di avere lo voleva
convincere ad attraversare l’oceano. C’erano "cose fondamentali di cui
doveva essere al corrente", scrisse.
Non so voi ma quando entra in
gioco il verbo dovere ho sempre quel brivido stile “andare in bagno
scalzo a luci spente e nel corridoio pestare un qualcosa che potrebbe
anche essere uno scarafaggio”.
Comunque. River, sotto consiglio del
suo animale guida, decide di attraversare l’Atlantico destinazione
Buenos Aires, senza sapere nulla – neppure il nome – di questo
fantomatico nonno, spinto solo da un desiderio di scoperta a metà strada
tra Ulisse e una falena.
È stato interessante scoprire la storia di
quest’uomo, la sua visione della vita e dell’amore ancorata ai tempi del
nazismo, la convinzione che solo nella scienza si celano le risposte ai
perché passati e futuri.
Durante l’incontro tra i due quel signore
ha pronunciato una frase che mi è rimasta impressa, pressappoco fa “Più
denso della verità è l’amore. E più dell’amore è la vendetta.”
E pensare che per una serie di circostante River nel frattempo l’amore l’aveva pure trovato, che tempismo!
Quando
il romanzo si è terminato – ma poi si può definire conclusa una storia
il cui titolo è “Per adesso no”? – ho sentito un vuoto, un senso di
appagamento così totale da non esserlo affatto. L’ultimo “invio” è stato
un po’ come trasformarsi nella sigaretta fumata dopo l'amplesso, essere
la bollicina personale di champagne del vincitore del Tour de France.
Mi
hanno insegnato molto River e Zooey, al punto di pensare “bah, poteva
uscire peggio..” eppure quando è arrivata la proposta di pubblicazione
come ebook da Libromania (una nuova collana nata dalla fusione tra la
DeAgostini e la Newton) ho avuto una reazione da taxi driver, col "Are
you talkin’ to me?" ripetuto allo schermo del pc.
Va
beh. Sono soddisfazioni. Così come vedere il prezzo imposto a 1.99:
avevo ricevuto proposte cartacee a 16 euro ma non li avrei spesi neppure
io :-)
E niente, il romanzo – la mia parziale visione di cosa è
accaduto – è nato così, mi farebbe piacere potermi confrontare con te.
Se ti va di leggerlo di link dove poterlo scaricare ce ne sono parecchi
(ne allego uno a casaccio), mi pare che su google ci siano anche delle
pagine aggratis per farsi un’idea.
Il poterci confrontare piacerebbe anche a River, credo. Alle unghie di Zooey sicuramente.
Badlands – Bruce Springsteen Oggetto piccolo (a) – Virginiana Miller Surrender – Cheap trick
Poco
fa son sceso a far spesa e in buca c'era una grossa busta marrone ad
attendermi, di quelle che fai mente locale, pensi a cosa hai combinato
negli ultimi tempi e la sfiori col sudore freddo che sfida l'afa. Dentro
c'era il diploma della Holden. Spiegazzato, of course. Anche quel
sogno si è realizzato –o meglio: il diploma è un pezzo di carta che sta
lì a pizzicarti le guance per svegliarti, che il mondo competitivo se ne
fa ben poco di chi adora la fase onirica. Anche Zooey me lo ripete ogni mattina, tra un meow e un morso sulla mano. E così, a livello letterario, sono di nuovo orfano. E
ora? Il romanzo è terminato ma l'attesa di un editore no, tanto che al
posto di prendermi una pausa mi sono impregnato di mille progetti. Così
facendo posso rispondere a mia nonna, quando ogni giorno mi ricorda che è
ora di trovarsi una ragazza bella e intelligente, che «Ora ho altro da
fare.» E che sarebbero queste scuse? Ho iniziato a studiare il russo, per esempio. A
forza di lavorarci insieme mi son detto che se loro mi parlano in
italiano, sicuro il russo lo saprò pure io. E che cavolo. Beh, è tosto
in effetti. Per di più sto imparando da solo, anche se in autunno da
qualche parte un corso lo troverò e ogni tanto una simil collega mi
corregge volentieri gli strafalcioni. Il loro alfabeto è, come dire, affascinante. Lo giuro. Scrivere C ma pronunciare S. Scrivere P e pronunciare R. Cose così. Ma
una cosa è davero stupenda: a differenza nostra, ogni suono ha un
simbolo ben preciso. Voglio dire: noi scriviamo G e la leggiamo GI o GH a
seconda della parola (che ne so... gioco, gatto), loro hanno due
simboli ben distinti. È un po' una metafora dell'umanità: a ognuno di
noi corrisponde un suono univoco, ma solo imparando tutti i suoni con le
loro differenze si può comprendere la comunità. Così al momento ho
imparato a leggerlo, pur non sapendo ancora COSA leggo. Mi sembra di
tornare indietro di anni ai tempi delle superiori, quando studiavo i
testi di diritto penale senza capirci nulla! Che
altro? Ah sì, a volte mi sveglio la notte con l'eco di un frrrrr frrrrr
potente. Capita che a fianco ci sia Zooey ma più probabilmente la colpa
è del sogno ricorrente di accarezzare il ghepardo che ho visto qualche
mese fa. L'Africa è subdola, tu lavori vivi mangi urli scopi giochi
ma quando ti addormenti dimentichi che è lei ad avere le chiavi dei tuoi
sogni. E non posso che accettarla, accoglierla in me. Pure se il
giorno dopo al lavoro avrà a che fare con progetti di granito ed edifici
russi: l'Africa, della realtà, se ne frega. Che abbia ragione lei? L'ho
visitata per trovare certezze e ora convivo con un altro campo mentale
seminato di dubbi e domande. E ogni volta che chiudo gli occhi ghepardi
aquile elefanti e leonesse potano le erbacce e curano i baobab. Bah.
Comunque. Il romanzo è terminato, dicevo. Mancava un tassello, in
verità: visto che parla indirettamente della cultura hippy e visto che
nelle domande ci sguazzo allegro mi sono deciso di sorvolare l'oceano e
vivere i posti dove tutto ha avuto inizio. California, Route 66, Grand
Canyon, Far West... parole che a breve trasformerò in immagini che
diverranno emozioni e forse mi chiariranno alcune domande sul perché
infestiamo questo pianeta. Credendoci superiori agli altri esseri
viventi, tra l'altro. Che possiamo fingere saggezza all'infinito, ma
le risposte importanti ci vengono sempre fornite dalla natura, mai dagli
uomini (Bruce Springsteen, perdonami ). Già
so che al ritorno avrò ancora più dubbi, ma se riuscissi a trovare
anche solo un barlume di senso a tutto questo sperperare attimi, beh...
vi terrò aggiornati. Male che vada finirò col confondere Navajo e leoni, nel dormiveglia. E
poi a Los Angeles c'è Tim Burton, se davvero quella è la terra delle
opportunità allora lo incontrerò. Poi chissà. Ah, son preso bene!, anche
se abbandonare la Zooey per qualche giorno mi stringe il cuore (ora mi
sta fissando col dentino fuori, agguato in vista).
E
quindi via!, di nuovo in viaggio verso me stesso col mio fido
moleskine, alla ricerca di ispirazione per il prossimo romanzo (che
girerà attorno alla domanda «E se in una lacrima fosse racchiusa tutta
la tua storia e di chi ti sta accanto?») e di un qualcosa.che.non.so in
grado di rendermi un uomo migliore. Alla ragazza che un giorno incontrerò farà piacere, forse. A mia nonna sicuramente.
SOUNDTRACK OF THE DAY Territorial pissing – Nirvana La verità che ricordavo – Afterhours Hoppipolla – Sigur Ros
Succede
che dal nulla capto parole in grado di modificarmi la giornata, di
solito nei momenti in cui ho le orecchie in dormiveglia, tipo durante
riunioni pranzi lezioni fila in posta o in quel limbo dei discorsi
trascinati dove "tu mi parli io ti guardo convinto ma penso a
tutt'altro". A volte invece dò importanza a frasi del tutto innocenti
buttate a casaccio – mi capitava anche coi testi delle canzoni, leggevo
quelli stranieri convinto che la chiave di lettura della mia vita fosse
tutta lì tra gli spazi bianchi delle lettere. Quando i Nirvana hanno
inciso NeverMind avevo 11 anni, ricordo che alle medie durante l'ora di
disegno chi voleva (io) portava una cassetta da sentire. Era il 91/92,
tutti in valle crescevamo sotto il carisma della scia di Freddie Mercury
e ascoltare qualcosa di diverso dai Queen (o dal pazzesco esordio di
Elio & le storie tese) era impensabile, così scarabocchiando
imparavo le traduzioni dei Nirvana. Finii col leggere "Just because
you're paranoid / Don't mean they're not after you" e rimasi un poco
traumatizzato. A pensarci adesso forse è anche per questo se ho un
occhio tatuato sulla spalla, non si sa mai. L'altro
ieri invece è successo che me ne stavo tranquillo tra i miei viaggi
mentali a pensare a chissàché mentre a lezione si stava procedendo con
l'editing di chissàchi e chissàcome mi son ritrovato a scarabocchiare
sui fogli di un capitolo di qualche collega. Labirinti, di vari generi.
Dai classici quadrati tipo la settimana enigmistica a quelli rotondi,
con un occhio a controllare il prof e l'altro che le righe fossero
diritte.
E
avanti così per un dieci minuti, credo. Finché la mia vicina (che quel
giorno era tra l'altro una psicologa) prende il foglio, passa col dito
su alcuni tracciati poi dice - Ma son tutti senza uscita. Così non ti
troveremo mai -. Credo di aver fatto la solita espressione da ebete
per mascherare l'imbarazzo, un mezzo sorriso mentre per recuperare ho
disegnato una crepa su un muro a mò di uscita: il risultato, un
labirinto inguardabile. Tipo l'impressione che ci fanno le nostre facce
quando la sera dopo ci mostrano foto scattate a tradimento in discoteca e
l'idea di esser stati fighi si frantuma osservando smandibolate o le
pupille commosse. Così dopo aver richiuso il sorriso e il foglio mi
son rimesso a fingere interesse per la lezione, nel mentre controllavo
se nella spalla sinistra fosse già ricomparso il solito diavoletto a
dirmi che sta storia del labirinto non è campata in aria, che sono
asociale, che me ne rimarrò ad annoiare me stesso, che "stai zitto scemo
non ti accorgi di pensare ad alta voce?". E dal labirinto mi è
venuto in mente il parco giochi sotto casa dove una volta un qualcosa
del genere c'era, anche se l'altezza era credo sul metro e più che a
nasconderci si giocava salendo sopra al muretto per correre in
equilibrio sul perimetro. Ovviamente cadevo, credo che nel periodo delle
elementari abbia lasciato più sangue e croste solo sull'asfalto del
campo da calcio all'oratorio.
Così sono passati gli anni e da
allora, per un motivo o per l'altro, è sempre stato un continuo
togliersi le croste (delusioni, vittorie dimenticate, rate della
macchina, regali da fare, regali da consigliare, balli rifiutati, addii
lasciati a metà, bottoni strappati ai concerti, numeri di telefono
scordati, corsi abbandonati per pigrizia, discorsi mentali perfetti
trasformati in parole al momento sbagliato, fuochi d'artificio guardati
al di là del vetro, viaggi di ritorno a fissare il finestrino), come se
la vita fosse un perpetuo graffiare.
E io continuo a mangiarmi le
unghie.
Qualche
sera fa per far conoscenza si parlava delle scelte, di quella sorta di
percorso (per dirla come i poeti della domenica mattina) che è la vita.
Nonostante le miriadi di errori (qui si dice "se 'l giu-u a saveisa e 'l
vej a pudeisa", cioè all'incirca "se il giovane sapesse e il vecchio
potesse") non ho neppure motivo di lamentarmi su chi sono ora – anche
perché non sapendo che rispondere al "cosa vorresti fare da grande"
sarebbe ridicolo. L'unico pizzico di nostalgia per ciò che non è stato è
il guardarsi indietro sempre meno convinto che quelle strade nella
nebbia siano vicoli ciechi ma piuttosto sia stato io a credere fossero
interrotte tenendo gli occhi chiusi dalla paura. Non resta che
armarsi di sorrisi&chitarra e procedere un passo dopo l'altro verso
questo straordinario e assurdo viaggio, magari con lo sguardo alto a
intuire quanto è splendido vivere e condividere. E se ogni tanto si
ha la necessità di guardare a terra non è poi una brutta cosa, in fondo
le pozzanghere ci riflettono sempre bambini.
Sleep the clock around - Belle and Sebastian I qualunquisti - Zen Circus La moda del lento - Baustelle
ORE 7:42 (BAR) --Hey boss, hai visto che giorno è oggi? Il 12 12 12!!! E' proprio vero, la fine si avvicina. --Mmmmmh. See, see. Cappuccio e croissant, thanks.
ORE 7:54 (BENZINAIO) --Ciao Luca, hai visto che giorno è oggi? Il 12 12 12!!! E' proprio vero, la fine si avvicina. --Già. 20 euro, nel frattempo.
ORE 8:04 (AL LAVORO) --Capo, hai visto che giorno è oggi? Il 12 12 12!!! E' proprio vero, la fine si avvicina. --Così pare. Nel frattempo (segue lista infinita di compiti)
ORE 10:35 (TELEFONATA CON UN FORNITORE) --Buongiorno, ha visto che giorno è oggi? Il 12 12 12!!! E' proprio vero, la fine si avvicina. --Mh-mh. Dicevamo dei pagamenti...
Niente da fare, la gente è così abituata a dare i numeri che quando ne legge uno solo va in confusione.
Al
lavoro è il delirio: di solito in questo periodo non mi dispiace troppo
invecchiare in ufficio, non fosse altro per i fornitori che si
prodigano nel corrompermi con vino agende e altro vino: purtroppo con la
situazione attuale i regalucci son divenuti una chimera, mannaggia. Ho
tolto le pile all'orologio, così ogni volta vedo le lancette fisse sulle
16:57 e penso "dai un piccolo sforzo e me ne vò". Anni fa, nel mio trip
islandese, mi han fotografato durante la pennica in strada, non avrei
mai pensato però di scoprire la mia mente comportarsi così: parole dette
in automatico al telefono, ordini compilati al pc, schede varie
archiviate –e il cervello in standby a inseguire aurore boreali e un
amore che ancora non conosco.
Sto
sviluppando una sorta di allergia, mi esce ogni volta che le feste si
avvicinano. Sbadigli, puntini rossi tra il pollice e l'indice, occhiaie
che mi pesano pur non vedendole allo specchio. Tutti quei preparativi
obbligatori per capodanno, i regali, il sorriso stampato da joker, i
"come stai" intrisi di benevolenza incontrando dei pocopiùcheconoscenti
per strada, le entrate in discoteca da 200 euro ("ma c'è anche il
panettone eh!")... allergia. Sì, proprio così. Alla gente. Enrico
Ruggeri dice di essere allergico agli imbecilli, se non ricordo male.
Per molto tempo ho pensato di svilupparmi così anche io, finché ho
scoperto che in quel modo stavo diventando allergico a me stesso, la
situazione è imbarazzante. Sono allergico ai luoghi comuni. Per
il resto tutto bene, la Zooey ogni volta che apro la porta scappa per
poi girarsi a dire miaomiaomiao con tanto di bacino, è ammmore ne son
sempre più convinto. Poi la adoro nel vederla sfoggiare i suoi 1830
grammi con eleganza ogni volta che la gente dice "ma è piccolina" come
se non mangiasse, l'ultima volta han provato con superbia a presentarle
un gattone pesante quasi il triplo e questo è stato il risultato:
Fiero di lei, nessun dubbio. Il resto?
Alla Holden ho conosciuto (sto conoscendo) un paio di persone
interessanti, oro colato in un periodo sociale un po' così così. Una poi
scrive in un modo wow, tipo da invidia, poi va beh io al solito mi
innamoro subito dei particolari quindi non sono obiettivo Il
libro prosegue alla grande, nel senso che è finito ma con l'editing è
un po' come se stesse diventando qualcosa di diverso: il protagonista,
River, a ogni nuova stesura mi si alcolizza, povero ragazzo ahahah.
Scappa scappa, soprattutto da sé, ben sapendo che la paura non ha fissa
dimora. Ah già, l'amour: ho come l'impressione che un prossimo eventuale appuntamento finisca così:
Ho
bisogno di una vacanzaaaaaa-ah (o anche solo di qualcuno che mi faccia
compagnia per vedere la mostra di Dracula alla Triennale, da solo ho
paura ahahah).
SOUNDTRACK OF THE DAY
Padania – Afterhours
California queen – Wolfmother
Vera - Verdena
Non sono più così convinto dell'esistenza di un amore impossibile.
Lo
vedo ovunque, l'amore, anche in dettagli che mai avrei immaginato
–nella maglia coi cerchi disegnati, sul cancello ridipinto di una casa
col giardino, tra i gommini dei gatti, nella colla tra le unghie mentre
si strappa l'etichetta di un vino corposo.
Ho finito scuola: il
diploma non l'ho nemmeno guardato, giusto un'occhiata a controllare se
il nome era corretto. Dev'esser da qualche parte, boh, forse nel
cassetto della scrivania. Ho una montagna di appunti che forse un giorno
rileggerò, non sono fondamentali quanto i gesti e le parole della gente
che ha condiviso l'esperienza con me.
Credo di essere migliorato
molto, a forza di sentire professori con le loro convinzioni sul bello
stile e colleghi che difendevano la loro mediocrità, così ciechi e sordi
da scambiarla per bravura incompresa. Quante risate mi sono fatto
sentendo giustificazioni e quanto mi rendevano fiero i loro sussurrati
"non lo capisco. Scrive e capisce solo lui".
Prima di iniziare, per
anni, ho inteso quella scuola come un punto di arrivo, lo scoprire a che
livello ero confrontandomi con altre persone che dello scrivere si
facevano araldi. Ora so, il che mi fa tornare indietro di quasi
vent'anni quando ero convinto di conoscere le cose: ora so, dicevo, che
sapere e amare sono i due verbi più indefiniti nel vocabolario.
Ho
imparato a ridere. Addirittura mi hanno fotografato e guardandomi sto
superando l'iniziale istinto di bruciarle dicendo "quello è il mio
gemello scemo". Dovrò abituarmici, a volte sono l'amico immaginario di
me stesso. E quel tizio, spesso, ride.
Verso la fine della scuola mi
son preso una settimana di tregua, destinazione Lisboa. Anni fa, quando
l'ho salutata distratto, non avevo concluso un discorso, così ho
scarpinato un pomeriggio fino alla casa di Pessoa cercando di capire che
effetto mi avrebbe lasciato. Nel frattempo (era il 2001) sono successe
più cose di quante ne possa ricordare e temevo che rivedendolo non avrei
provato alcunché. Un po' come quando rivedi una fidanzata e non provi
nulla e quasi ti senti a disagio per l'aridità del cuore, nostro
pulsante capro espiatorio. Ora vedo l'amore, prima non lo consideravo se
non nella sua tragicità. Certo l'essermi accettato costa fatica e non
ho ancora raggiunto l'obiettivo, comunque sto bene. Tempo fa quel genio
di Aldo Nove ha scritto L'amore osceno, una sorta di autobiografia di un
tizio che nella sua vita disagiata non fa altro che ricercare la
purezza nella miseria. Per me quella è una poesia di cento pagine.
Trovare l'emozione non è difficile, mantenerla sì.
Uno dei
protagonisti del mio libro è, anche se non lo ammetterà mai, imbranato.
Persino nei sogni riesce a farsi picchiare, a volte neppure lì è
l'attore principale. Eppure nella sua mediocrità è riuscito a farmi
capire che non sempre lo scontro frontale coi proprio demoni risulta la
cosa migliore, mi ha insegnato una sorta di diplomazia. Così,
immergendomi nel buio, ho compreso che con un pizzico di malizia anche i
demoni del passato si possono tenere a bada. Ogni tanto graffiano e se
sono solo li lascio riaffiorare per bersi un thé o rollare un joint,
prima di ricacciarli nel limbo. Se tornano il giorno successivo, non li
ascolto oppure mangio un Lindor. Magari in futuro diventeremo amici.
C'è
così tanto amore intorno; resto ancora dubbioso se prendere un pezzo
per me o meno, non vorrei dissolvere tutta l'immagine strappandone un
tassello.
Ma che importano le conseguenze, finirò col prenderlo lo stesso!
La
bambina di Miss Little Sunshine alla fine del concorso si mette a
ballare in modo inappropriato e la presidentessadiplastica della giuria
interviene per fermare lo scempio: si avvicina al padre della ballerina
sputando la sua borghesia come fosse Verità, al punto di urlare "che
cosa sta facendo sua figlia!". Lui guarda il ballo –una sorta di strip--
con vergogna, guarda la vecchia, riguarda la figlia e si accorge
finalmente della gioia che la pervade, per la prima volta la vede
davvero felice e viva. E nella felicità altrui, essendo contagiosa, ci
si rispecchia. La vecchia continua a fissarlo e lui, con amore, risponde
"Vuol sapere cosa sta facendo mia figlia? Fa quel che cazzo le pare".
Finché sarò in grado di ballare sgraziato e felice fregandomene delle malelingue, l'amore mi sorriderà. E anch'io, di riflesso.
Questo
almeno è ciò che sostiene il mio gemello immaginario.
Basta rimanere
lucidi e ricordare cosa si voleva, una volta che la si sta per ottenere.
12:51 - The Strokes A vita bassa - Baustelle Il vitello dei piedi di balsa - Elii
<Come stai Luca?, ah ma sei ancora vivo!?!> Come
sto... qualche mese fa una persona mi ha fatto notare la difficoltà nel
rispondere a una domanda del genere, un po' per il disinteresse di
fondo nel sentire la risposta e un po' per la difficoltà
nell'intraprendere una rapidissima autoanalisi al fine di darla, quella
risposta ininfluente.
Ho letto uno splendido romanzo di Zafon che
si intitola Marina, scoperto la bellezza dei primi film di Woody Allen,
mi sono emozionato quando al ritorno dal lavoro sulla scrivania c'erano i
tre figli di Akka ad aspettarmi, sto così. In questo periodo sono
come sdoppiato, con il mio io visibile che si deposita stancamente nel
fondo di un gigantesco bicchiere e la mia ombra che sta lì a guardare le
forme che lascio per indovinarne il futuro, da buona caffeomante. Vedo
da distante la mia vita sociale di quest'ultimo periodo, decisamente
misera: i problemi (o meglio, le situazioni da risolvere) con la nonna,
l'abbandono di Rachel, lo stipendio che non arriva, un insieme di eventi
mi hanno portato a dimenticare l'esistenza del telefono, dei bar, degli
amici –che giustamente mi maledicono. Esco una sera a settimana
esclusivamente per vedere una ragazza che mi piace parecchio, finiamo in
pizzeria o in qualche posticino dove servono cocktail e non ci sono
persone che conosciamo per poter parlare liberamente di qualsiasi cosa
ci venga a tiro, dal rinvangare i tempi passati alle motivazioni per cui
non abbiamo ancora figli, dall'ultimo film in programmazione agli
assoli di Gilmour in Confortably numb, trascorriamo le ore così che
quando torno a casa rimango almeno per qualche tempo con stampato quel
sorriso ebete da joker; servisse a qualcosa mi prenderei a schiaffi,
perché mai passo il tempo a parlare con una ragazza così bella proprio
non riesco a spiegarmelo. L'ultima volta si è presentata che aveva il
paraorecchie, appena l'ho vista - continuo ad avere le fissazioni per i
dettagli e quel particolare è uno dei miei punti deboli - le sarei
saltato addosso, alla faccia dei discorsi intellettuali. Ho il cervello sotto sforzo, il libro che sto tentando di scrivere mi sta riscrivendo.
È
la prima volta che un qualcosa mi impegna a fondo: nonostante non
sappia bene quale sarà la sua storia mi diverte vederlo crescere,
osservo quasi stupito il passaggio polpastrelli schermo pc carta. Non ha
titolo, forse arriverà alla conclusione come quei genitori che non
danno il nome al loro nascituro fin quando non emette il primo vagito.
Parla di un orfano nato a Dusseldorf nel 1925, di medici nazisti, di un
rocker hippie militante in un gruppo folk-psichedelico (i Soul Stripped
II Times, arrivati a sfiorare il successo durante i primi anni 80
aprendo un concerto a Londra ai King Crimson), di un ragazzo di nome
Dylan che subisce l'attuale periodo di crisi e vive lasciandosi
scivolare i giorni addosso come i personaggi di Camus, di incubi
notturni che non sempre si dissolvono all'alba, di una gatta di nome
Zooey, di Firenze Glastonbury Christiania e dell'Argentina. Parla di un
po' di cose, devo ancora capire bene in che modo lo farà. Manca
appena un mese all'inizio del corso alla Holden e il senso di
inadeguatezza inizia ad amplificarsi, non mi sento pronto e allo stesso
tempo lo sono da anni. Brrrrr!, che ansia!, che tutto!, che ...boh. Me ne torno a risistemare un capitolo.