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martedì 24 novembre 2015

LA SOTTILE LINEA LAPPONE. 71°10'21''

Ci sono posti (e/o persone) che vivi in testa per anni prima di venirne a contatto; e a volte non ti ci confronti neppure, dici «che senso ha spostarsi nell'epoca di internet» o trovi mille altre giustificazioni, perché giustificare le nostre mancanze è un dono innato e tanto vale sfruttarlo. Fortuna che son fuorilegge e non ascolto i buoni consigli manco quando provengono da me, così dal momento che il romanzo in stesura tratta anche l'aurora boreale ho pensato "E se andassi in Lapponia, che già a dire Lapponia sento l'odore della neve pizzicarmi il naso e intravedo il cielo lisergico?"
Ci sono andato, dunque.
E niente, insomma: io della Lapponia ho otto cose da dire.




Il primo impatto è stato confrontarmi con Helsinki – che occhéi non è Lapponia ma è iniziato tutto da lì.
Una volta sbarcato non mi sono reso conto che avrei dovuto salutare il sole autunnale; registrare le mie abitudini in un luogo che si prepara all'oscurità è un qualcosa che per assurdo non avevo preventivato.
Eppure sono l'Imperatore delle zucche vuote, l'autunno incarnato, il buio non dovrebbe preoccuparmi no? E invece, a pensarci adesso, il crepuscolo al primo pomeriggio è da vivere sulla propria pelle, se avessi provato a descriverlo senza averlo visto dal vero avrei vomitato le solite sillabiche ovvietà. Salvo per un pelo.
Comunque.
Il finto buio tutto intorno è la sciarpa che ti protegge dai mostri che vivono alla luce del giorno.
Helsinki è una ragazza bionda che scuotendo la testa riflette il crepuscolo, è una città a primo impatto insipida, di quelle che quando l'abbandoni d'istinto dici «non c'è nulla» e mentre rumini la frase osservando il molo da dietro la vetrata della camera d'albergo avverti il retrogusto del "cosa succederà sotto la superficie?"



 

Guardo la gente e immagino la loro vita monocromatica, i giorni che si dilatano annullando il concetto di tempo. Svegliarsi lavorare uscire di casa rientrare a casa sempre e solo col buio. Persone che non posseggono un'ombra. E via così, fino a sviluppare l'istinto di sopravvivenza in una nuova forma di buio interiore; essere così oscuro che il crepuscolo in confronto è l'arcobaleno.
E una volta imparato ciò il tempo cambia le carte in tavola e diventa luce per mesi.
Luce che non cala mai ma senza scaldare dentro, luce che rende l'essere umano obliquo come i raggi che fungono da sciarpa all'oscurità creata in precedenza.
Vivere in questi luoghi dev'essere come entrare nella casa degli specchi.





Al pomeriggio, quando l'oscurità troneggia, nulla è per davvero invisibile.
Come insegna lo yin/yang, c'è sempre – anche quando fiocca la neve e tutto pare anni luce dal Mediterraneo – una sorta di bagliore che accenna i contorni.
Minimo, a volte, ma palpabile. La neve stessa riflette la non oscurità. È un bagliore che c'è e non c'è, distante, come se qualcosa oltre l'orizzonte alimentasse il fuoco di un calderone dai cui fumi fuoriesce l'essenza delle religioni.
«È una possibile aurora in avvicinamento», dicono.
«È la tua mancanza», dico.
Mi domando se quel bagliore si presenterebbe se tu fossi ora qui a vederlo.
E se sì, che tonalità avrebbe.
E se sì, allora che cos'è.
E se sì, perché.







Guidare al limite. Sentire le braccia intorpidite, le scosse di adrenalina che dalle zampe dei cani scorrono sulle corde della slitta e da lì salgono fino agli occhi del guidatore, il sottoscritto.
E li guardo in un assurdo gioco di potere, fingendo di essere io a comandare in un turbinio di segnali, parole e movimenti. E invece, chissà.
Certo, dovrei lasciarmi andare ancora di più, "liuk gli husky sono bellissimi ricordati la storia di Balto e blablabla", ma a casa c'è una gatta che mi aspetta e sento il peso del paragone, la bilancia che pende a favore dei felini.
Guidare una slitta è un rito, una prova di forza, l'uomo che si impone sulle creature a proprio vantaggio.
Sicuro che i lapponi per farlo avranno i loro validi motivi, giustificazioni, che se liberi o allontanati dal branco magari quei cani perderebbero motivazioni d'essere, probabile. È solo che una volta sceso dalla slitta gli ululati vengono zittiti da pensieri ambigui: dov'è l'armonia del mondo se l'essere più debole domina i più forti? È buona norma procedere cauti, la neve ha il potere di ricoprire tutto e in quel tutto i passi possono pur sempre finire in un lastrone ghiacciato. Forse è questo l'insegnamento lappone: il cervello, l'intelletto va curato costantemente (la sola forza fisica serve a poco), consapevoli però che a ogni nuovo livello di conoscenza raggiunto un vago senso di malessere – la puntura di un fiore del male, l'idea di agire egoisticamente contronatura, il tacito desiderio di essere punito per la propria presunzione... – ti si accollerà sulla schiena in silenzio. Rimarrà lì, latente, e prima o poi ti busserà sulla spalla per farti voltare e allora insieme, tu e la puntura, scoprirete se il seminato avrà prodotto prati armonici o cumuli di nulla. Quando scoprirai con sgomento di camminare sul lago ghiacciato, beh, potrebbero anche piacerti quei crrrrrriiiiicccc, e chi lo sa? È l'anima pesante che fa affondare.
Più in alto ti elevi, più visuale del tuo dominio puoi mirare. Pure gli alberi qua sono spilli giganti, per dire.
Più in alto ti elevi, più le vertigini potrebbero schiantarti senza appello.
Ma più in alto è il destino, più in alto comunque è la meta da raggiungere, punto.
Poi va beh, guidare la slitta è elettrizzante: è solo che per me un ululato non vale le fusa feline, ecco.





È una danza.
È il torcicollo.
È un pittore che abbozza il cielo da dietro le nuvole.
Il lago ghiacciato a contorno, l'accenno di manto stellato che sfuma in arcate verdognole senza preavviso e fai appena in tempo a sospirare che già si sposta chissà dove.
L'aurora boreale non aspetta.
L'aurora boreale è il desiderio espresso dalle stelle cadenti. 
L'aurora boreale val bene una messa. A fuoco.








L'illusione che il ghiaccio sulla superficie del mare trattenga in stand by la vita, un dito sulla reflex che preme lo scatto a metà alla ricerca di una messa a fuoco definitiva.
E poi il vento a smuovere la superficie ghiacciata del mare in mille ghirigori, a modellare la neve che a questa latitudine diventa una immensa duna in costante metamorfosi.
Un passo controvento è una conquista come poche altre.
Perché e fortissimo, ti squaglia i pensieri.
Vorrei che la distesa di neve e ghiaccio da qua al mare glaciale artico si trasformasse in un mulinello e mi portasse via, o almeno mi cristallizzasse la coscienza.
Sotto quel ghiaccio c'è un mare che accoglie molluschi e predatori, plancton e capodogli. Sotto quel ghiaccio ci sono io, ci siamo noi, la nostra essenza che non ne vuole sapere di farsi riconoscere in volto, di scoprirsi se non durante il nostro affacciarsi sull'abisso.
Cammini a Nordkapp e percepisci per davvero che stai calpestando un confine, fisico e mentale.
E come in ogni confine, il vento incessante non lascia spazio per i pensieri: i confini vanno vissuti, per poi essere superati.






Lago ghiacciato. Alberi che spingono esilmente dal terreno come migliaia di antenne wifi, la neve li preme giù ma stoici sostengono col tronco la loro esistenza.
Sono fili che sfidano la gravità incuranti delle occhiate stupite dei troll a passeggio durante la notte. O meglio, in ciò che io chiamo notte. La natura qui avrà sicuramente altri nomi per definirla, non importa.
Cammino imperterrito nella neve battendo nuovi sentieri, il respiro irregolare diventa apnea quando sento l'eco di un fiume o il richiamo di qualche animale. Non mi vedo, ma so di essere bellissimo sereno e in pace con me stesso.
Straniero è una parola senza significato quando ti rendi conto che la tua casa è il mondo.
La Lapponia è un innevato post it gigante con su scritto "Camminare è la soluzione".
Fiocchi di neve scivolano sul cappuccio e sembra che da sopra la mia testa si stiano sbriciolando pacchi di polistirolo: nevesterolo.
A terra le impronte di lepri, renne e chissà quali altre entità. Impronte di Lapponia. A terra le impronte dei miei scarponi.
A differenza dell'inarrivabile Islanda, i silenzi lapponi non ti allertano i sensi nell'attesa di una qualche entità. Si gode il nulla e basta, che già di per sé è un qualcosa di gratificante oggigiorno.
Il viaggio è il viaggiatore, il luogo è la somma dei passi percorsi: io sono leggenda, io sono Lapponia.






Sotto di lei ti senti ancora più piccolo, un granello di sabbia nella clessidra del tempo, immerso in una bolla di placenta che non puoi toccare.
L'aurora si muove, sfugge, irride il torcicollo e la ginnastica improvvisata per sgusciare dalla morsa del freddo; prima di giungere in questa terra credevo che lei fosse la risposta, in realtà è di più: l'aurora ingloba e soffia e attrae e disperde una quantità impressionante di risposte, così tante che a disfare la matassa per riconoscere quella adatta c'è da impazzire, al punto da dimenticarla, la domanda.
E allora, cosa conta scervellarsi se la domanda che vorremmo porre risulta sfuggevole come l'attimo presente?
Nell'intravedere l'aurora mi sono reso conto per davvero di quante parole ancora dovranno essere inventate per definire le sensazioni umane.
Siamo un divenire, siamo noi stessi dei vocaboli erranti sulla punta della lingua di chissà quale entità.
L'aurora boreale, un po' come gli altri grandi fenomeni in giro per il sistema solare e oltre, non ha religione, abbraccia chi persegue il bene e chi il male senza distinzione, se ne frega di chi la ignora e di chi la ama.
Lei è, e c'è molto che dovremmo imparare da ciò.
Non sarebbe malaccio (visti gli ultimi avvenimenti, tra l'altro) per un po' tutti insieme mettere al primo posto delle nostre rapide e mortali vite la gioia, la condivisione della bellezza, l'armonia. Anche solo per un breve periodo, vedere che succede.
Il resto in fondo scivolerà, che lo si voglia o meno. Anche la gioia, certo, ma ripensare ai vari spettacoli che la natura ci offre ogni giorno senza pretendere preghiere in cambio – che sia l'alba, un raggio di sole che filtra tra le nuvole, una brezza di buongiorno, la luna piena, un girasole, quel che si preferisce – dovrebbe farci ricordare quanto siamo fortunati a infestare un pianeta simile e che per ringraziarlo potremmo semplicemente distribuirci senza troppe cerimonie atti d'amore e di gentilezza l'un l'altro, a casaccio.
Ma poi io che ne so, perseguo nella mia incoerenza di fondo, dicevo così per dire, un abbraccio ogni tanto va bene ma non troppi che poi mi manca l'aria.
È solo che ammirare l'aurora in silenzio ti fa sentire bene – sì, bene è generico, servono davvero altre nuove parole per questo spettacolo, ho tanto lavoro da fare!!! - e ti spinge a cercare una risposta a:
Se la natura è armonica, in ogni sua forma lieve o crudele, perché mai ostinarsi a vivere stonati?


In fondo girovagando per il pianeta il messaggio che percepisco è sempre lo stesso...






 






P.s. Ora sono tornato, ho una sfilza di idee per il romanzo ma soprattutto dovrò superare l'ansia da prestazione per via di questa cosa molto bella che mi succederà a breve qui http://bottegadinarrazione.com/ C'è da lavorare parecchio e confrontarmi con persone più brave ed esperte di me, che stimolo! Ho deciso di mettermi in gioco, con questa esperienza: inseguire i sogni va bene però a volte è necessario realizzarli.

martedì 17 giugno 2014

TEMPI DURI PER I FUORILEGGE.


(ovvero: voli pindarici senza paracadute e altri pensieri che non si concludono o meglio terminano solo quando decido che)



Saltuariamente (lo ammetto: scrivo questo post per poter dire di averne iniziato uno con "saltuariamente") mi dedico a un progetto di cucina, io che cucinare non so. Così, per sentirmi fuorilegge. Si tratta di "Solo un velo di farina" creato da Ljuba Daviè, per dire. 
Va beh, "collaboro" è eccessivo: lei mi manda la foto della ricetta, la lista degli ingredienti e se serve qualche informazione, io ricamo una storia di una o due pagine.
Tipo questa     Bagel di farro
e questa           Magic Cake
È distrazione creativa, o meglio: capitano i periodi in cui non hai stimoli per svolgere la tua attività, quando prendi una biro e pensi "Quindi. E ora?". 
Scrivere di un qualcosa a me estraneo è un ottimo banco di prova, mi aiuta ad allontanare i demoni quando Zooey è impegnata a cacciare le mosche.
È che da buon scorpione ogni tot devo confrontarmi con le insicurezze se no finisco col prendermi sul serio. Di solito quando accade di credere troppo in ciò che dico finisco col litigare perfino con la mia faccia. Vi assicuro che fare la barba a un viso imbronciato è snervante.
Quindi tanto vale mettersi in gioco: forse l'anima non è – se esiste – una semplice massa di elettricità, comunque sia per continuare a vivere necessitiamo di tensione. 
E poi scrivere a un pubblico prettamente femminile (i grandi chef che fanno i fighetti in tivvù sono uomini, ma la cucina è donna) mi porta a usare un registro differente, è una sfida pure questa.
Comunque.
Primo caldo, ferie premettendo (credo quest'anno mi tocchi l'autunno) inizierò a pianificare la destinazione con le solite tessere o i bigliettini. Le tessere mi ricordano Indovina chi?, e già da bambino mi pareva così definitivo il tirar giù caselle. Ero matto per il didò. O i Lego, quelli non a tema. O le mollette della nonna nel cestino sul balcone, costruivo robot giapponesi per liquefare i passanti e le farfalle. Tirerò a sorte nuovi nomi, nuovi posti, sicuro che se tornassi in Islanda ora la troverei differente. Come me, che pure quando evado rimango prigioniero di me stesso. Non vorrei ritornare laggiù a breve ma non so il motivo, sicuro non il timore di restar deluso: in fondo come un po' chiunque pure io mi deludo da sempre eppure continuo a convivermi. È altro, tipo il bisogno di tornare a sgranare gli occhi e riscoprire quant'è bello aprire il moleskine per condividere col pianeta le sensazioni. Esistono animali e posti bellissimi che ancora non ho vissuto con l'inchiostro a portata di penna. Focus e il National Geographic sono fonti inesauribili di curiosità e certe loro informazioni bisogna pur verificarle, prima o poi. 
Dicono che la lucertola Gesù Cristo cammini sulle acque della CostaRica. 
Dicono che le balene durante l'inverno in Baja California siano uno spettacolo, uno spet-ta-co-lo.
Dicono che i koala non siano romantici vegani impazziti ma abbraccino gli alberi per abbassare la temperatura corporea. 
Dicono pure che il Maelstrom norvegese non sia una licenza poetica.
L'unica è indossare il saio di San Tommaso e guardare, poi ascoltare a occhi chiusi e tirare le somme.
Sempre e solo, comunque sia, senza internet smartphone e altre parolacce al seguito. Nessun selfie col rinoceronte di passaggio mi rovinerà l'atmosfera di un tramonto equatoriale; capisco che se non posto nulla su feisbuk la vacanza sarà come se non fosse avvenuta però echeccazzo, niente instagram, nessun messaggio con sotto la dicitura ruffiana "Luca SkyWriter si trova nei pressi di...".
Altro? La Zooey cresce forte e sana, ultimamente ha sostituito il mio braccio destro al tiragraffi rendendomi una copia in t shirt azzurra di Edward ManiDiForbice, spero si stanchi presto. Potrei incatenarla sulla sedia a fissare i Mondiali ma non ho ancora capito qual è la sua squadra preferita.


Per il resto, credo che inciderò nuove canzoni, non so ancora quando. Ho lasciato trascorrere molto tempo dall’ultima volta, le tossine sono finalmente scomparse. È ora di riprendere. Magari iniziando col rivestire vecchi brani, vediamo cosa ne uscirà.
Di coinvolgere altre teste, visto la mia mancanza cronica di buonsenso nel reclutare presunti artisti, non è ancora il momento.
Artisti, strana razza. 
Da fuorilegge in affanno a volte non riesco a risalire la corrente, a volte nemmeno si capisce da che parte stia procedendo.
Certo, perlomeno gli artisti non stuprano l’arredo urbano come quegl’altri, eppure l’impressione è che di entrambi ogni giorno ne nascano migliaia. Schiere di neolaureati con in testa il progetto di un imprescindibile grattacielo sbilenco, musicisti che ti fracassano lo scroto obbligandoti a cliccare mipiace sul loro ultimo brano dalle rime più scontate di Poltrone&Sofà, scrittori che alle mie richieste rispondono con “All’ora, x prima cosa…” e “Ora non posso rispondere o l’esame”.
Artisti che spuntano come funghi, quando la civiltà avrebbe bisogno di stagioni ventose.
((fortuna che non mi legge nessuno se no dovrei smettere per dare il buon esempio))
Forse è solo che non capisco molto il prossimo. Anzi, “il prossimo” è un’espressione ridicola, non trovate? Prima, sempre e comunque c’è chi sta pensando (tu che leggi, io che scrivo), poi una linea di demarcazione e infine “il prossimo”. Tu e gli altri, non c’è da fare.

"Non tutti siamo ossessionati dal baseball o dalla pesca, però tutti siamo ossessionati da noi stessi. Siamo il nostro hobby preferito. Esperti di noi stessi." (C.P.)

E quindi? C’è comunque gente che continua a combattere l’illegalità, anche se tra Expo, Mose ed esili dorati in Italia si respira aria viziata da Prima Repubblica. C’è ancora speranza, ma anche lì Speranza sta diventando più che un ideale un bel nome da dare a una figlia. Mai che venga colto in flagrante un matematico, però: ci sarebbe da ridere sul senso di tangente.
Si sta perdendo il senso delle leggi: a cosa serve la legge quando oramai quasi nessuno più legge?
Le ragazze fan la fila per osannare Miley Cyrus e i ragazzi pregano affinché quelle ragazze imparino bene la lezione.
È un po’ triste, ecco.
Nell’epoca in cui la corruzione e i capelli bianchi partono dal cuore, il Vero Amore è merce proibita. Non che la cosa mi consoli, eh.
Anche il fuorilegge, la parte sana dell’inconscio, è spiazzata.

«Mi spiace d’averti irritato» disse lei. «Non sono tempi facili per chi è principessa.»
«Già. Non sono nemmeno facili per chi è fuorilegge. Non c’è più consenso morale. Nei giorni in cui più o meno si era tutti d’accordo su cosa era giusto e cosa sbagliato, un fuorilegge si limitava a fare le cose sbagliate che andavano fatte, per libertà, bellezza o divertimento. Adesso le distinzioni sono confuse, un gesto deliberatamente sbagliato – ma giusto per il fuorilegge – può essere considerato giusto anche da parecchi altri, il che deve per forza voler dire che a sbagliare è il fuorilegge. Non si possono inclinare i mulini a vento se si rifiutano di star fermi.»
(T.R.)

L’unica per ora è non arrendersi/mi, continuare a confrontarsi con gli altri cercando di capirli il più possibile prima di prendere decisioni, prima di viverne il grado di affinità e catapultarsi su un altro soggetto. Indipendentemente dal risultato.
Proprio come l’Indovina chi?, trovare il senso di cosa si è o di un ruolo consapevole nella società.
Dopo ogni esperienza elimini una tessera, magari con un po’ di fortuna arriverai al giorno in cui ne resterà solo una. È quello il momento che più rasenta la paranoia: il risultato finale, la somma, il momento in cui ti rendi conto che la consapevolezza odora di definitivo.
Per questo si legge, ci si confronta, si combatte: per avere un buon inchiostro quando saremo di fronte a quell’ultima tessera bianca. Quel che succederà dopo, come tutto il resto, è vita.
In fondo l’attività che più abbiamo a cuore (scrivere, giocare a calcio, cucinare, spippettarsi, mangiarsi le unghie, rubare i gessetti colorati, fotografare i gatti, calpestare castelli di sabbia…) aiuta a conoscerci meglio, e chissà se poi una volta di fronte a quell’ultima tessera qualcuno non decida di abbatterla.
In fondo non possiamo essere compresi dagli altri proprio per la nostra natura unica, perché mai dovremmo accettare per forza un ruolo?
Avete presente il discorso delle due metà, che una volta era parte del Simposio di Platone ma oramai i più conoscono come quello di Giacomo, il tizio del trio che fa Tafazzi?


Lì si parla delle due metà del nostro ricercare perennemente la parte a noi mancante per completarci appieno e blablabla (fingendo di non ricordare gli U2 e il loro “We are One but we’re not the same”)


C’è sempre però l’entropia a fottere le migliori intenzioni.
La mela è stata tagliata in due. Ok, un paio di volte nella vita capita di trovare la parte mancante. Ma insomma, nessuno fa caso al succo infinitesimale che è rimasto appiccicato al coltello? Forse è lì la risposta, il motivo delle nostre incomprensioni.
In una delle prime puntate di Breaking Bad, Walter White elenca i componenti del corpo umano e ogni volta a mancare è una percentuale minuscola.
Come se per comprendere ciò che siamo non sia importante analizzare le tessere che abbattiamo ma piuttosto decifrare gli spazi vuoti rimasti tra una tessera e l’altra.
Lavoriamo inconsapevolmente di fantasia, ogni istante.
Siamo gli spazi vuoti delle vignette.
Siamo succhi alla mela.
Siamo l’entropia di noi stessi.
Tempi duri per i fuorilegge, sì.
Per l’Amore, boh, ci sarà un momento, prima o poi. Io son qua.

«Tutti sognamo profusamente, eppure al mattino abbiamo dimenticato il novanta per cento di ciò che è successo. Ecco perché i poeti sono tanto importanti nella società. I poeti ricordano i sogni per noi.»
«Sei un poeta?»
«Sono un fuorilegge.»
«I fuorilegge sono membri importanti della società?»
«I fuorilegge non appartengono alla società. Però possono essere importanti per la società. I poeti ci ricordano i sogni, i fuorilegge li mettono in atto.»
(T.R.)