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martedì 24 novembre 2015

LA SOTTILE LINEA LAPPONE. 71°10'21''

Ci sono posti (e/o persone) che vivi in testa per anni prima di venirne a contatto; e a volte non ti ci confronti neppure, dici «che senso ha spostarsi nell'epoca di internet» o trovi mille altre giustificazioni, perché giustificare le nostre mancanze è un dono innato e tanto vale sfruttarlo. Fortuna che son fuorilegge e non ascolto i buoni consigli manco quando provengono da me, così dal momento che il romanzo in stesura tratta anche l'aurora boreale ho pensato "E se andassi in Lapponia, che già a dire Lapponia sento l'odore della neve pizzicarmi il naso e intravedo il cielo lisergico?"
Ci sono andato, dunque.
E niente, insomma: io della Lapponia ho otto cose da dire.




Il primo impatto è stato confrontarmi con Helsinki – che occhéi non è Lapponia ma è iniziato tutto da lì.
Una volta sbarcato non mi sono reso conto che avrei dovuto salutare il sole autunnale; registrare le mie abitudini in un luogo che si prepara all'oscurità è un qualcosa che per assurdo non avevo preventivato.
Eppure sono l'Imperatore delle zucche vuote, l'autunno incarnato, il buio non dovrebbe preoccuparmi no? E invece, a pensarci adesso, il crepuscolo al primo pomeriggio è da vivere sulla propria pelle, se avessi provato a descriverlo senza averlo visto dal vero avrei vomitato le solite sillabiche ovvietà. Salvo per un pelo.
Comunque.
Il finto buio tutto intorno è la sciarpa che ti protegge dai mostri che vivono alla luce del giorno.
Helsinki è una ragazza bionda che scuotendo la testa riflette il crepuscolo, è una città a primo impatto insipida, di quelle che quando l'abbandoni d'istinto dici «non c'è nulla» e mentre rumini la frase osservando il molo da dietro la vetrata della camera d'albergo avverti il retrogusto del "cosa succederà sotto la superficie?"



 

Guardo la gente e immagino la loro vita monocromatica, i giorni che si dilatano annullando il concetto di tempo. Svegliarsi lavorare uscire di casa rientrare a casa sempre e solo col buio. Persone che non posseggono un'ombra. E via così, fino a sviluppare l'istinto di sopravvivenza in una nuova forma di buio interiore; essere così oscuro che il crepuscolo in confronto è l'arcobaleno.
E una volta imparato ciò il tempo cambia le carte in tavola e diventa luce per mesi.
Luce che non cala mai ma senza scaldare dentro, luce che rende l'essere umano obliquo come i raggi che fungono da sciarpa all'oscurità creata in precedenza.
Vivere in questi luoghi dev'essere come entrare nella casa degli specchi.





Al pomeriggio, quando l'oscurità troneggia, nulla è per davvero invisibile.
Come insegna lo yin/yang, c'è sempre – anche quando fiocca la neve e tutto pare anni luce dal Mediterraneo – una sorta di bagliore che accenna i contorni.
Minimo, a volte, ma palpabile. La neve stessa riflette la non oscurità. È un bagliore che c'è e non c'è, distante, come se qualcosa oltre l'orizzonte alimentasse il fuoco di un calderone dai cui fumi fuoriesce l'essenza delle religioni.
«È una possibile aurora in avvicinamento», dicono.
«È la tua mancanza», dico.
Mi domando se quel bagliore si presenterebbe se tu fossi ora qui a vederlo.
E se sì, che tonalità avrebbe.
E se sì, allora che cos'è.
E se sì, perché.







Guidare al limite. Sentire le braccia intorpidite, le scosse di adrenalina che dalle zampe dei cani scorrono sulle corde della slitta e da lì salgono fino agli occhi del guidatore, il sottoscritto.
E li guardo in un assurdo gioco di potere, fingendo di essere io a comandare in un turbinio di segnali, parole e movimenti. E invece, chissà.
Certo, dovrei lasciarmi andare ancora di più, "liuk gli husky sono bellissimi ricordati la storia di Balto e blablabla", ma a casa c'è una gatta che mi aspetta e sento il peso del paragone, la bilancia che pende a favore dei felini.
Guidare una slitta è un rito, una prova di forza, l'uomo che si impone sulle creature a proprio vantaggio.
Sicuro che i lapponi per farlo avranno i loro validi motivi, giustificazioni, che se liberi o allontanati dal branco magari quei cani perderebbero motivazioni d'essere, probabile. È solo che una volta sceso dalla slitta gli ululati vengono zittiti da pensieri ambigui: dov'è l'armonia del mondo se l'essere più debole domina i più forti? È buona norma procedere cauti, la neve ha il potere di ricoprire tutto e in quel tutto i passi possono pur sempre finire in un lastrone ghiacciato. Forse è questo l'insegnamento lappone: il cervello, l'intelletto va curato costantemente (la sola forza fisica serve a poco), consapevoli però che a ogni nuovo livello di conoscenza raggiunto un vago senso di malessere – la puntura di un fiore del male, l'idea di agire egoisticamente contronatura, il tacito desiderio di essere punito per la propria presunzione... – ti si accollerà sulla schiena in silenzio. Rimarrà lì, latente, e prima o poi ti busserà sulla spalla per farti voltare e allora insieme, tu e la puntura, scoprirete se il seminato avrà prodotto prati armonici o cumuli di nulla. Quando scoprirai con sgomento di camminare sul lago ghiacciato, beh, potrebbero anche piacerti quei crrrrrriiiiicccc, e chi lo sa? È l'anima pesante che fa affondare.
Più in alto ti elevi, più visuale del tuo dominio puoi mirare. Pure gli alberi qua sono spilli giganti, per dire.
Più in alto ti elevi, più le vertigini potrebbero schiantarti senza appello.
Ma più in alto è il destino, più in alto comunque è la meta da raggiungere, punto.
Poi va beh, guidare la slitta è elettrizzante: è solo che per me un ululato non vale le fusa feline, ecco.





È una danza.
È il torcicollo.
È un pittore che abbozza il cielo da dietro le nuvole.
Il lago ghiacciato a contorno, l'accenno di manto stellato che sfuma in arcate verdognole senza preavviso e fai appena in tempo a sospirare che già si sposta chissà dove.
L'aurora boreale non aspetta.
L'aurora boreale è il desiderio espresso dalle stelle cadenti. 
L'aurora boreale val bene una messa. A fuoco.








L'illusione che il ghiaccio sulla superficie del mare trattenga in stand by la vita, un dito sulla reflex che preme lo scatto a metà alla ricerca di una messa a fuoco definitiva.
E poi il vento a smuovere la superficie ghiacciata del mare in mille ghirigori, a modellare la neve che a questa latitudine diventa una immensa duna in costante metamorfosi.
Un passo controvento è una conquista come poche altre.
Perché e fortissimo, ti squaglia i pensieri.
Vorrei che la distesa di neve e ghiaccio da qua al mare glaciale artico si trasformasse in un mulinello e mi portasse via, o almeno mi cristallizzasse la coscienza.
Sotto quel ghiaccio c'è un mare che accoglie molluschi e predatori, plancton e capodogli. Sotto quel ghiaccio ci sono io, ci siamo noi, la nostra essenza che non ne vuole sapere di farsi riconoscere in volto, di scoprirsi se non durante il nostro affacciarsi sull'abisso.
Cammini a Nordkapp e percepisci per davvero che stai calpestando un confine, fisico e mentale.
E come in ogni confine, il vento incessante non lascia spazio per i pensieri: i confini vanno vissuti, per poi essere superati.






Lago ghiacciato. Alberi che spingono esilmente dal terreno come migliaia di antenne wifi, la neve li preme giù ma stoici sostengono col tronco la loro esistenza.
Sono fili che sfidano la gravità incuranti delle occhiate stupite dei troll a passeggio durante la notte. O meglio, in ciò che io chiamo notte. La natura qui avrà sicuramente altri nomi per definirla, non importa.
Cammino imperterrito nella neve battendo nuovi sentieri, il respiro irregolare diventa apnea quando sento l'eco di un fiume o il richiamo di qualche animale. Non mi vedo, ma so di essere bellissimo sereno e in pace con me stesso.
Straniero è una parola senza significato quando ti rendi conto che la tua casa è il mondo.
La Lapponia è un innevato post it gigante con su scritto "Camminare è la soluzione".
Fiocchi di neve scivolano sul cappuccio e sembra che da sopra la mia testa si stiano sbriciolando pacchi di polistirolo: nevesterolo.
A terra le impronte di lepri, renne e chissà quali altre entità. Impronte di Lapponia. A terra le impronte dei miei scarponi.
A differenza dell'inarrivabile Islanda, i silenzi lapponi non ti allertano i sensi nell'attesa di una qualche entità. Si gode il nulla e basta, che già di per sé è un qualcosa di gratificante oggigiorno.
Il viaggio è il viaggiatore, il luogo è la somma dei passi percorsi: io sono leggenda, io sono Lapponia.






Sotto di lei ti senti ancora più piccolo, un granello di sabbia nella clessidra del tempo, immerso in una bolla di placenta che non puoi toccare.
L'aurora si muove, sfugge, irride il torcicollo e la ginnastica improvvisata per sgusciare dalla morsa del freddo; prima di giungere in questa terra credevo che lei fosse la risposta, in realtà è di più: l'aurora ingloba e soffia e attrae e disperde una quantità impressionante di risposte, così tante che a disfare la matassa per riconoscere quella adatta c'è da impazzire, al punto da dimenticarla, la domanda.
E allora, cosa conta scervellarsi se la domanda che vorremmo porre risulta sfuggevole come l'attimo presente?
Nell'intravedere l'aurora mi sono reso conto per davvero di quante parole ancora dovranno essere inventate per definire le sensazioni umane.
Siamo un divenire, siamo noi stessi dei vocaboli erranti sulla punta della lingua di chissà quale entità.
L'aurora boreale, un po' come gli altri grandi fenomeni in giro per il sistema solare e oltre, non ha religione, abbraccia chi persegue il bene e chi il male senza distinzione, se ne frega di chi la ignora e di chi la ama.
Lei è, e c'è molto che dovremmo imparare da ciò.
Non sarebbe malaccio (visti gli ultimi avvenimenti, tra l'altro) per un po' tutti insieme mettere al primo posto delle nostre rapide e mortali vite la gioia, la condivisione della bellezza, l'armonia. Anche solo per un breve periodo, vedere che succede.
Il resto in fondo scivolerà, che lo si voglia o meno. Anche la gioia, certo, ma ripensare ai vari spettacoli che la natura ci offre ogni giorno senza pretendere preghiere in cambio – che sia l'alba, un raggio di sole che filtra tra le nuvole, una brezza di buongiorno, la luna piena, un girasole, quel che si preferisce – dovrebbe farci ricordare quanto siamo fortunati a infestare un pianeta simile e che per ringraziarlo potremmo semplicemente distribuirci senza troppe cerimonie atti d'amore e di gentilezza l'un l'altro, a casaccio.
Ma poi io che ne so, perseguo nella mia incoerenza di fondo, dicevo così per dire, un abbraccio ogni tanto va bene ma non troppi che poi mi manca l'aria.
È solo che ammirare l'aurora in silenzio ti fa sentire bene – sì, bene è generico, servono davvero altre nuove parole per questo spettacolo, ho tanto lavoro da fare!!! - e ti spinge a cercare una risposta a:
Se la natura è armonica, in ogni sua forma lieve o crudele, perché mai ostinarsi a vivere stonati?


In fondo girovagando per il pianeta il messaggio che percepisco è sempre lo stesso...






 






P.s. Ora sono tornato, ho una sfilza di idee per il romanzo ma soprattutto dovrò superare l'ansia da prestazione per via di questa cosa molto bella che mi succederà a breve qui http://bottegadinarrazione.com/ C'è da lavorare parecchio e confrontarmi con persone più brave ed esperte di me, che stimolo! Ho deciso di mettermi in gioco, con questa esperienza: inseguire i sogni va bene però a volte è necessario realizzarli.

venerdì 1 maggio 2015

KATHMANDU, WTF.




In più momenti nell'adolescenza ho creduto che solo la solitudine potesse mantenere intatta la forza interiore, che affezionarsi a cose o persone - amanti, figli, amici... - rendesse più deboli, che con più oggetti o sentimenti da curare e difendere le energie per te stesso si disperdessero nell'oceano delle incomprensioni. Il che non vuol dire comportarsi da asociale, per crescere e fare esperienze alcune scene come la passeggiata sulle rotaie con gli amici à la Stand by me vanno semplicemente vissute: a invecchiare senza mai togliersi i guanti bianchi per sporcare le mani si finisce col ritrovarsi un mimo. Il dividi et impera va a farsi fottere quando a comandare non è la testa.
 

 
Crescendo ho scoperto scrittori e filosofi che parevano dare man forte alle mie convinzioni, loro e quegli aforismi che mi tingevano di nero le pagine della Smemo come il "The one you love and the one who loves you are never, ever the same person” di Palahniuk o “L'unico modo di salvaguardare la propria solitudine è ferire tutti, a cominciare da quelli che amiamo” di Cioran.
Qué alegría.
Credevo di essere nel giusto, senza sapere che privo di cicatrici un uomo – o un luogo – è semplicemente astemio di vita. Forse è per questo che gli squarci vissuti in Nepal e in Islanda mi hanno turbato più di altri posti.
Così, tanto per contraddirmi, col mio carico di pessimismo travestito da pensiero illuminato ho iniziato a viaggiare e senza rendermene conto ogni paesaggio a me straniero mi si è appiccicato nell’anima; di riflesso, da buon Pollicino vagabondo, frammenti di me si sono aggrappati alle opere alla natura e alle ombre allungate da albe e tramonti. 
Viaggiando ci si moltiplica, è un po’ come quando da bambino aspettavo le giostre del paese per giocare a Pang e in seguito a ogni colpo vincente mi domandavo dove fosse sparita la pallina colpita.


Dicevo: i viaggi. Dopo ogni ritorno, mi sentivo paradossalmente sempre più forte e completo, al punto da fingere di non sapere che alcuni luoghi restano a portata di retina, nel bene e nel male, e a sentirli nominare si finisce col ripercorrere la strada a senso unico dei ricordi.

Ognuno ha un rifugio mentale, il mio è la valle di Kathmandu.




Quando apro il portafogli, tra i 5 euro spiegazzati c'è un mondo di scontrini e numeri telefonici di chissàcchi e in mezzo spunta - non posso fare a meno di guardarlo ogni volta - il biglietto d'ingresso a Bhaktapur. Per chi non l'ha mai visitata, Bhaktapur è (era?) una delle cittadine più affascinanti del pianeta. Sul biglietto è scritto "Wel-come to the cultural city - Bhaktapur, Nepal - Let us preserve our common heritage" e al centro l'immagine della piazza principale che anche solo accennata rimane incantevole. "Wel-come, preserve, heritage..." ...già. 


  
Vedere le immagini della devastazione è straziante.
La sensazione di trovarmi a casa che ho provato calpestando quelle vie e assaporando i sorrisi sinceri delle ragazze nepalesi mi annebbia i pensieri, non riesco a credere che i templi nelle Durbar Square di quelle città siano crollati. Vivo i giorni della non accettazione, a volte succede.
Crollare è un verbo definitivo, tanto in contrasto con la poetica del continuo mutamento induista che davvero non sembra possibile. Certo, “Edificare è abbattere”, però che caspita!, della piazza principale di Kat è rimasto poco più che il ricordo. Forte, vivido e tutto quello che vuoi, ma pur sempre un ricordo.




Guardando le immagini riferite alle conseguenze del terremoto ho pensato al monito lasciato anni fa dal buon vecchio zio Salinger a proposito del non affezionarsi, del non raccontare niente a nessuno per evitare future nostalgie. Perché il Nepal è infido, ti si inocula sottopelle come un mal d’Africa in trasferta e non puoi che arrenderti alla bellezza: tempo di avvertire un sentore di magia nell’aria e taaac, addio a tutti i tuoi propositi sul non farsi trascinare dalle situazioni, sei già sei sotto incantesimo.
La convinzione è che il popolo nepalese, proprio grazie ai sorrisi che la polvere dei calcinacci non può cancellare del tutto, rifiorirà; loro sì, sapranno interpretare il segno occultato tra le scosse che in questi giorni continuano a sconquassare Shangri-La. Ci vorrà tempo, ora che case e scuole (di acquedotti non ne ricordo neppure prima, in realtà) sono al pian terreno, ma sono fiducioso che una cultura come la loro non potrà che tornare in superficie. La terra vive e ogni tanto spurga il pus ma le ferite del terreno si ricompongono. Relatività umana del tempo, in un paese che pulsa storie senza età.
In uno dei templi di Kat ricordo di aver trascorso un mezzo pomeriggio di inizio autunno seduto sui gradini, io e la mia moleskine, scrivendo frasi a casaccio, lasciando che il Nepal mi scardinasse a forza di incenso & namasté le stupide convinzioni da occidentale indotte dai telegiornali.
Da quei gradini ricordo una ragazzina che trascinava l’aquilone come fosse un fratellino da accudire e nei suoi gesti – ma poi boh, sono di parte, per me il Nepal non è uno stato ma un luogo dell’anima, descriverlo a parole è difficoltoso e si finisce a usare quei termini cretini tipo “emozione” o “indescrivibile” – m’è parso di riconoscere la dea Parvati alle prese con l’amore universale. 
Era tutto lì, il Segreto. 
Bastavano gradini e aquiloni per essere in pace col mondo. 



E ora di quella piazza non è restata che una sola moltitudine, un cumulo di sporcizia a comporre la scritta Panta Rei. 
Chissà se quella ragazzina si è salvata o se da sotto le macerie la sua anima è volata via, tra le braccia spietate e caritatevoli di Shiva.

 
Ha ragione Salinger, fa male quindi affezionarsi e ricordare i luoghi tanto quanto le persone; eppure è inevitabile e sempre più spesso mi accorgo che il coltello usato per staccare i brandelli di anima in cambio di nuovi ricordi è composto non di acciaio e veleno ma miele baci e cioccolato. 


Buena suerte Kathmandu, gli aquiloni presto o tardi torneranno a festeggiare la tua rinascita.
Dicono che esista per davvero il mal d'Africa. Io non so, credo di essermi infettato visitando il Nepal - si sa che i virus e i sentimenti sono scarsi in geografia. Kathmandu la voglio ricordare così: una bambina colorata che porta a passeggio tra la Storia l'aquilone della gioia di vivere.


It's funny. Don't ever tell anybody anything. If you do, you start missing everybody.

sabato 18 aprile 2015

TOKYO KYOTO e altri anagrammi (parte 1 di 3)

 
((Ero in cerca di risposte, al solito, che viaggiare limitandosi a spostare la propria massa da un luogo all'altro è stupido e controproducente; carico di aspettative, più si avvicinava la partenza e più le vocine mi dicevano che no, non avrei trovato nulla al di fuori di ulteriori domande. E invece. Ta-daan!, puff!, ...l'ho trovata. L'immagine definitiva. Tra i ciliegi, per giunta. Tra i ciliegi, moi! La vita è buffa, quando ti si rivela.))


01. GEISHA.



Camminare per Kyoto e dimenticarsi, così, semplicemente.
Nella via di Pontocho – una buona mezzora fermo immobile in attesa sotto la pioggia all'entrata di un vicoletto, il vicoletto delle sale da thé - capita di vedere quelle che prima della partenza avrei definito geishe ma sbirciando tra i vari appunti scopro chiamarsi maiko (giusto per fingere di essermi documentato).
Geisha è un termine che comprende grazia bellezza misura nei gesti annullamento dell'usura del tempo candore e desiderio di innamorarsi, in ordine sparso –pallore artefatto à la Robert Smith escluso, of course.
C'è un qualcosa che m'inquieta quando le fisso; un po' come se, come se sotto quel cerone ce ne fosse un altro e poi un altro ancora, infiniti strati di faccedapoker che nascondono pensieri troppo criptati per intuirne anche solo un indizio. Roba che ti vien voglia di prendere uno straccetto bagnato e sfregarlo forte, se solo non fosse blasfemia.
Passano, camminano, eppure giurerei di non aver visto una singola orma. Fluttuano, perlopiù, loro e quei ghigni repressi da maliziosi joker in vacanza. L'impressione è di trovarmi di fronte a entità invulnerabili, almeno fino a quando le loro labbra non si lasceranno comprendere.
Certo, il sorriso giapponese va interpretato, eppure in quello della geisha non ci si può che arrendere. Ha un accenno esplosivo, è l'evoluzione dei batteri coriacei che sono sopravvissuti all'atomica, è la spinta necessaria per dire «La vita è bella e merita di essere vissuta.» 
Se le risposte risiedono nei dettagli, la geisha è lo scrigno della conoscenza.
Accanto, donne che passeggiano in kimono, incuranti delle religioni che sparse per il globo tendono a disintegrare la bellezza.



  Kyoto è donna, punto.


Per questo sopravvive.



02. TORII ROSSI

I torii rossi (che poi va beh proprio rossi non appaiono) sono gli ennesimi portali che ho incontrato; migliaia di entrate consecutive modellate come un'unica galleria verso il nirvana, infinite variazioni di passaggio dal percorso principale che alla fine portano alla vetta – al compimento del proprio essere – e da lì ridiscendono agli inferi del declino.


Lo shintoismo giapponese mi si presenta così, un insieme di scalini e passaggi verso altre dimensioni; così come gli stupa visitati in Nepal, anche questa religione orientale non costringe i fedeli al rinchiudersi all'interno di costruzioni e la cosa mi garba parecchio. Da profano certe attitudini shintoiste mi appaiono affini alle odierne pratiche wicca ma non avendo ancora approfondito l'argomento resto in silenzio di fronte ai torii e mi godo il paesaggio, che male non fa.



Dicevo: quando ci si imbatte nelle biforcazioni principali del percorso appaiono spesso due volpi, solenni come angeli custodi. Lì per lì non è che ci ho fatto troppo caso, mi son limitato giusto a fotografarle in segno di sfida prima di continuare la salita, poi è scattato il solito qualcosachenonso e l'impressione di non essere solo ha iniziato a raffreddare le folate di vento. Scalino dopo scalino, ho avvertito l'occhiata rapida della volpe. Giuro. Non avevo bisogno di girarmi a controllare, non l'avrei vista e non mi sentivo pronto per l'eventuale incontro: troppi manga negli anni passati, mannaggia, oramai la volpe (se non ricordo male in giapponese si dice kitsune) la collego a Ushio e Tora. Fatto sta che mi osservava, e allora: cosa avrà pensato di me, un trentaquattrenne imbacuccato nel k-way con un taccuino pieno di punti interrogativi in una mano e la macchina fotografica nell'altra? Cosa, non è dato sapere. Non ancora. A pensarci adesso, quei momenti sono stati il benvenuto in Japan, una sorta di prova iniziatica prima di incontrare il corvo sul ciliegio. In fondo nello shintoismo la volpe è di buon auspicio –ma questo l'ho scoperto dopo.
Nel dubbio ho continuato a macinare passi ancora per un po' e non mi è dispiaciuto, al momento della discesa, realizzare di aver scordato i passaggi. Era come ripercorrere a casaccio i momenti della vita, scalino dopo scalino. Ogni cosa attorno, compresi gli ideogrammi impressi sui torii di cui ancora adesso ignoro i significati (dubito che comunque significassero "Scemo chi legge" o "Tua madre l'affitta su Amazon") acquistava una valenza da "Sei tutt'uno col pianeta", quel tipo di imprescindibile pace interiore che ho già provato in altre situazioni – ricordo qualcosa di simile passeggiando per Falstaff o guardando le stelle al Maasai Mara, per dirne due al brucio. 

 
Fermarmi a guardare il paesaggio, recuperare il tempo saltando gli scalini, girarmi ad aspettare l'arrivo di un'altra persona e accelerare il passo per raggiungerne una differente, una volta di più i torii sono comparsi oggi per un motivo ben preciso, un monito, una lanterna a rischiarare le mie zone buie.
E lo spirito della volpe se ne stava nell'ombra a ricordarmi che l'obiettivo, in fondo, non è mai così importante. Neppure il cammino è indispensabile, checché sia un concetto da newageveganonaturacazzimazzi&palazzi molto in voga negli ultimi anni, uno di quegli argomenti stile aria fritta che se ben trattati durante i sabati sera alcolici con qualche ragazzetta indie finisce pure che si fa un figurone e poi magari chissà.
Comunque, dicevo. A conti fatti, neppure il singolo passo – o il primo! - ha chissà quale importanza, ai fini del destino. Ma l'intenzione, quella sì fa la differenza. Il volere compiere un qualcosa, l'idea, l'utopia, è ciò che ci spinge a sopravvivere in una vita di cui sappiamo sempre troppo o troppo poco. Tutto è energia, e l'energia nasce dall'idea che abbiamo di essa, esattamente come tu sei bella nella misura in cui io ti idealizzo e io esisto quando ciò che sta attorno realizza la mia multidimensionalità.
E a percorso inverso – "gli altri esistono perché io lo voglio" – la vita stessa, l'odio, l'amore, ogni cosa perde valenza.
Quel che rimane in ogni caso è una volpe, o chi per essa, che ci osserva mimetizzata tra i torii rossi delle nostre scelte, i portali che inconsciamente attraversiamo durante l'esistenza. Lo shintoismo made in Japan è un po' tutto qua: non ha bisogno di essere studiato, esso è.

(Torii rossi per teeeeee ho comprato staseeeraaaa..)


giovedì 26 marzo 2015

YEN NE VA PLUS.

Da almeno un mese il risveglio mi agita.
Sai no: l’amaro in bocca, le labbra spaccate, un senso di boh nel ricordare almeno un sogno, le ferite provocate da Zooey durante il dormiveglia che non si rimarginano in fretta, le stesse montagne dietro la finestra, cose così.
Su internet ho letto che potrebbe essere rabbia, ma al di là della concezione poetica da nipotino di Palahniuk della rabbia in sé, non credo sia questa la causa. Tremarella, piuttosto. Sindrome da Conto alla Rovescia. 
Dopo anni di viaggi – amori - concerti attivi&passivi - romanzi letti&scritti - addii e baci rubati sotto la pioggia, a torto mi sento un po’ come l’alpinista che intravede la cima, il Re del Nord che conquista la barriera, Gunma Akagi che supera l’ombra. Il paradosso è che al solito la fifa mi riempie di energia - tra l'altro è primavera e gli ormoni sono mentos & coca cola a braccetto – ed è imbarazzante far discorsi seriosi sulla legge di Planck o i testi dei baustelle o lo shiatsu, atteggiarsi da artista sorseggiando cocktail con lei e nel mentre pensare al sapore che potrebbero avere le sue labbra. Ma succede, that’s life.
Mi aspetta il viaggio che ho sempre sognato (e con sempre intendo 'già dal periodo delle elementari', duetre vite fa oramai..) e invece di godermi l’attesa o le situazioni da manga che mi potrebbero capitare le uniche domande che mi gironzolano in testa sono una sfilza di fastidiosissimi “e poi?”.
E poi: e se mi svegliassi al mattino seguente, quello dopo aver completato ‘il quadro’ dei viaggi che sentivo necessari, scoprendo di non avere chiodi pareti o una cornice decente per appendere i ricordi nella memoria? E poi: appenderli per fare cosa? E poi: Per contare i granelli di polvere che si accumuleranno? E poi: a cosa serve realizzare i sogni? E poi: quanto sono originali i desideri? E poi: dormi liuk, va’, è meglio.


Certo, posso continuare a trascorrere la pausa pranzo al laghetto con la compagnia di un taccuino e una ventina di anatre che in fin dei conti fa tanto giovane Holden, però insomma!, ho trentaquattro anni e le anatre non sbiadiscono, i sogni, quelli sì.
Andrò laggiù (wow wow wow wow non mi sembra vero!), a completare una ricerca iniziata otto anni fa sulla ring road islandese. Fremo, sìssì. Me l'ero promesso: apri cuore e anima a ciò che sta oltre la tua valle e quando sarà il momento, prima di sistemarti, cammina per i sentieri di filosofi e samurai.
A breve i ciliegi fioriranno, ne vedrò a centinaia!, sarà una battaglia silenziosa tra liuk e la banda dei diecimila petali –e a ognuno darò un nome, perché in fondo a cosa serve accumulare esperienza se poi la si tiene nel cassetto quando serve? 
Mischierò le sfumature del rosa col sangue rappreso per le strade di Kathmandu. 
Col mascara colante di quel ghepardo kenyota che sorrideva ai cuccioli. 
Col rosso aragosta dell’alba alla Monument Valley. 
Col bianco sporco dell’intonaco sulle vecchie pareti holdeniane. 
Le renderò un pizzico malinconiche come le gambe aperte di una mia ex. 
Saranno imperscrutabili come l’inchiostro che mi colava fino al gomito mentre scrivevo il capitolo dei dialoghi in Per Adesso No
Saranno abbaglianti come le luci che mi escludevano l’orizzonte mentre suonavo sul palco dell’Hiroshima. 
Blu ghiaccio come la meth di Walter White e la mia t shirt presa all'ultimo concerto di Neil Young.
Cose così.
Il desiderio è di tornare a casa con un restyling di me meno tendente all’infelicità; certo io e le aspettative non andiam d’accordo ma tant’è, anche la sfortuna non è infallibile. 
Cancellare con la gomma pane i puntini sulle i che ho continuato a mettere sui sentimenti durante gli anni. 
Dire che “Ok liuk hai tenuto fede alla promessa che ti eri fatto allora, in fondo non sei poi così una cattiva persona. Se non avessi avuto il coraggio di intraprendere quest'ultimo viaggio, un giorno ti saresti trovato a bofonchiare giustificazioni fittizie sulle tue mancanze e la tua ipotetica futurissima figlia avrebbe intuito che dietro alle tante delicate parole da scrittore si nasconde un uomo, un padre, che non ha avuto il coraggio di affrontare il suo sogno. E sì, finirebbe col provare compassione. E si allontanerà. L'estremo oriente, il traguardo, lo dovevi a te stesso. Sorridi ora, lei, lei sarà fiera di te.”


Mancano pochi giorni eppure è come se fossi già laggiù (il viaggio inizia prima della partenza, diceva qualcuno). Sto a un passo dal fermarmi a ruminare il passato e iniziare ad accettare il fatto che non sono più un ragazzino. Brrrrr. Tornerò con un flacone di super attack & buone intenzioni, l’ennesimo liuk 2.0 sempre più consapevole di un qualcosa che non so (il Nepal mi ha insegnato quanto sia necessaria l’entropia dell’anima, senza però spiegarmi il significato di entropia e anima…) e affascinante come ciò che sta per sfiorire. 
Chissà cosa succederà: ogni viaggio è un’incognita che mi aiuta a convivere con le mie storture, anche se a causa loro la Musa mi ha liquidato da quasi un anno oramai. 
Fa male, ma da buon lemming devo continuare a muovermi verso l’ignoto. 
Affanculo tutto, la pentola d’oro alla fine dell’arcobaleno la troverò!, me lo sono promesso tempo addietro. 
Magari è nascosta dietro l’entrata di un ryokan o tra le pagine di un manga, e che ne so. 
Meglio controllare :-)
Il resto non conta, è fuffa, è ‘Progresso’ & ‘Riforma’ in bocca al politico di turno. 
La vita è altrove. 
La vita è oscena. 
E il mio futuro prossimo è lì, dove deve essere: verso oriente. 
Mi sta aspettando da anni, come la morte.


Piuttosto: Musa o non Musa – chissà se un giorno mi parlerà ancora? – il nuovo romanzo ambientato tra Husavík e il Maine piano piano procede. L’idea è di riprendere anche il primo e restaurarlo per trovare un nuovo editore (questa volta serio) che lo renda cartaceo ma non ho fretta, ora è l’attuale “La creazione dell’Autunno” a comprimermi i polpastrelli. I personaggi principali sono tre, bella sfida eh? Si tratta di Jón Haust (l’Onirico), Richard (l’Alcolizzato) ed Elín (la Rancorosa, che tra l’altro ho abbozzato durante una sosta alla Freak Street di Kathmandu e mi garba parecchio). Mi stanno insegnando molto, sull’autunno l’amore la disillusione i colori i virus le lumache le costellazioni e tutte quelle cose che ancora non comprendo appieno.
“Liuk stai scavando in profondità", direbbero i sapienti. O forse Enrico la talpa --non sono bravo con le citazioni.
Comunque sia son preso bene dall’evolversi del tutto, sono forte quando scrivo. È un altro modo per viaggiare, in fondo.
Chissà, forse i paesaggi del paese che visiterò saranno utili anche per questo, mi doneranno ulteriori occhi nuovi (ebbene sì, i polifemi non sono bravi scrittori.)
L'idea è di essere un tutt'uno con la natura che è un po' il concetto base dello shintoismo (anche se da profano mi pare più wiccan...); non vedo l'ora di interrogare i sacerdoti - o come si chiamano laggiù - in merito, magari dopo aver assistito a un allenamento di sumo giusto per sentirmi ancora più samurai (lo stuzzicadente, intendo). Sono curiosisssssimo! 
E niente, c’est tout.

Chiudo gli occhi, 
deglutisco, 
non immagino più nulla, 
c’è una voce che mi chiama e non so distinguerla, 
forse sei tu. 
Ora basta divagare, 
c’è una mini valigia da preparare, 
moleskine da riempire, 
vita da bruciare, 
punti interrogativi da cancellare, 
parentesi da chiudere
e una foto in Radiohead style da farmi scattare...


A testa alta e col sorriso verso l’ignoto, mentre aggiungo un altro passo verso l'orizzonte.
Ora e per sempre: people rockin’ in a free world.


 さようなら

martedì 18 novembre 2014

ESTETICA ANESTETICA (dialoghi romani)



Passeggiando per Roma, il colosso che rappresenta il Danubio nella Fontana del Bernini si volta mi avverte che «Liuk!, quello che sai – ed è ben poco per fortuna – lo devi all'arte, metà di ciò che hai vissuto in modo parziale lo devi all'istruzione postuma, l'altra metà lo devi all'ottusità del credere di sapere. In futuro da buon fuorilegge farai esplodere tutto, ma questo è un altro discorso.»
Io faccio sì con la testa, non a voce che c'è gente e mi vergogno. Non ho capito granché ma credo abbia ragione, penso proseguendo la passeggiata verso Campo De' Fiori, s’è pure preso la briga di dirlo, boh.
I colossi, strana gente.
In effetti però se avessi scritto il primo romanzo dopo aver letto Madre Notte di Kurt Vonnegut, per dirne una, con quanta più facilità avrei scavato nell'animo di uno dei personaggi! O se avessi letto DeLillo prima del viaggio direzione States, insomma, le sfumature sarebbero state differenti. Hai ragione, colosso senza nome. Ma pazienza. Continuo a camminare, svolto l'angolo evitando l'ennesimo venditore di asticelle per innalzare un iPhone che non possiedo e una voce rauca dal troppo fumo, che scopro appartenere alla statua di Giordano Bruno, gracchia «Non ti preoccupare oltremodo, ragazzo!, di tutti questi se che ora ti stanno riempiendo la testa. Il se è una puttana, così come prima e dopo altro non sono che una corda tesa da tusaichi col solo intento di far inciampare il presente. Farlo inciampare e dall'alto canzonarlo col Te l'avevo detto!”
Uff, che impresa passeggiare per Roma, tutta questa storia che parla parla parla parla... 


Alzo lo sguardo verso la statua, sbatto le palpebre veloce due volte sperando colga il mio “Hai ragione Giorda', ma che ce posso fa'?” mentre cerco una Chiesa per rifugiarmi con l'urgenza dell'appestato.
Tutto ciò che siamo si riduce all'arte, continua a ripetermi in loop la capitale, che tu lo voglia o meno. Musica Dipinti Libri RepertiStorici Film Sculture SconfitteEpiche Ricordi e Sudore di qualcuno vivente o vissuto per me eppure ignorando me, per te eppure ignorando te. E buona parte dell'arte che incontri durante la vita è terribile.


«Anche l'amore lo è», aggiunge un San Matteo dalla tela di Caravaggio, all'angolo della Chiesa di San Luigi. «Ami una persona e non pensi a come sia diventata ciò che vedi, alla sua formazione, poi piano piano scopri che il plagio abita in lei come un cancro, un parassita che tenta di spurgarsi. Leitmotiv scopiazzati da un film, un atteggiamento che ricorda il suo cantautore preferito, una camminata particolare, una città, un gesto o una esclamazione ‘a mò di’. Ogni persona che ami è l’inconsapevole dottor Frankenstein di se stessa, mio caro!»
Al Santo non rispondo, mi verrebbe da chiedergli “E tu che ne sai di Frankenstein” ma è imbarazzante, inoltre la luce a tempo posta a lato del quadro si è spenta e non ho i 50 cents da inserire; sfuggo al sermone e mi confondo tra le ombre verso l'uscita. Niente da fare però, arrivo lanciato all'ingresso ma qualcuno la monetina l'ha inserita e il Santo riesce a individuarmi.
«Smettila di pensare a come riempir di vesciche la pelle del mondo con le parole!», lo sento urlare.
Mi giro e ho come l'impressione che sia lì lì per scendere dalla cornice, al solito mi guardo intorno fingendo indifferenza, simulo sorpresa nello scoprire una scarpa slacciata anche se così non è. Tra l’altro la frase delle vesciche mi ha pure colpito.
«Stringi la mano di chi ti sta accanto, stupido! E ogni tanto lasciati andare alla vita, balla, balla, balla come se nessuno ti stesse guardando!»
Uff, 'sti santi bidimensionali sempre pronti a dare consigli...
Poggio la mano sulla bocca com'è di moda agli allenatori e rispondo che «Vabbene Matthew, farò il possibile, giurin giurello.»
Esco dalla Chiesa sorridendo a chi ho di fronte, in testa mi si sta ingrossando una matrioska a forma di punto interrogativo che ingloba la domanda 'Cos'è la felicità' ma questa volta decido di desistere per davvero, mi godo la passeggiata.
E poi dietro l'angolo c'è la caffetteria Sant'Eustachio - dicono che fanno pure la cremina! - che sia questa la felicità?

lunedì 13 ottobre 2014

KATHMANDU PENSACI TU parte 2 di 2

15
Fine giornata, una di quelle che forse è la pioggia, forse il mio continuo restare invisibile schivando testardo le secchiate di colori che mi gettano alcune persone, forse è il ripetersi di monasteri senza ancora aver formulato in testa La domanda, insomma: mi sento a mio agio in Nepal. Ma sono fuoriluogo anche qua.

16
Arrivato di fronte a una fontana, mi donano una moneta.
"Lanciala nel secchio in mezzo. Se lo centri, il tuo desiderio si esaudirà."
Ho visto un bel po' di gente lanciare senza successo, so di avere una discreta mira eppure quando la ragazza accanto a me si è rabbuiata per aver sprecato il lancio le ho donato la moneta d'istinto.
"Tieni. Ti cedo il mio desiderio", le ho detto.
Che frase da sciocco!
Tra l'altro, cosa potrei desiderare se manco so chi sono? Ad agosto l'ho vista la stella cadente dal balcone di casa e anche allora non ho pensato a nulla.
Mi suona strano desiderare qualcosa in una terra che il destino ha voluto visitassi forse proprio per staccarmi dal desiderio.
Cosa dovrei dire, cosa si aspetta la gente che dicessi?
"Ti prego (chi, poi, con esattezza?!?) fai in modo che venda milioni di copie col romanzo?"
Che tristezza, non è un desiderio, è una imposizione verso gli altri.
Molti desiderano la felicità per i propri famigliari, ma pure in questo caso mi sembra una forzatura, un concetto troppo soggettivo.
Nepal, ho capito che mi stai risintonizzando le frequenze; io non pretendo grandi cose, giusto un segnale che possa perlomeno intuire. Era la ragazza scomparsa nel fumo, il segno? Che stupido.
Liuk, divertiti. Mi han detto che la felicità sarà una naturale conseguenza, che imparando a sorridere uno poi non è più sconvolto dai sorrisi di risposta.

17
"Non essere troppo cerebrale. Non interpretare ciò che leggi per filo e per segno. Dimentica la storia dei desideri, pensa piuttosto a ciò che vorresti essere. Il medico che vorrebbe essere giardiniere non è un medico felice."
Sono ancora indeciso se giudicare i nepalesi troppo saggi o fancazzisti: tergiverso. Magari è la stessa cosa.




18
Oggi sono stato in un tempio tibetano femminile di Vattelapesca, non ricordo il nome del paese.
Ho avvertito un'energia differente, gli occhi che pulsavano. Non è suggestione. Oramai sono in questa terra da qualche giorno e inizio a capire quali leve devo spingere. Davanti a una statua coi denti aguzzi ho domandato non più chi sono ma chi potrei diventare.
Il tutto come sempre a occhi chiusi – voglio dire: nei templi c'è silenzio e si cammina scalzi, dopo un po' si impara anche a vedere senza guardare.
La statua mi ha risposto.
Ok, sto imparando pure che la risposta è dentro di me e quindi ciò che ho sentito in reatà sono le mie parole con la sua voce e blablabla, non importa. Ho visto tutto in modo chiaro. Sono sereno.
All'uscita ho imbrattato un poco il moleskine guardando i bambini monaci giocare a palla schiava.
Non so ancora chi sono ma ora so chi potrei diventare.



19
È l'ultima notte di settembre e oggi ho visto come si forma un lago di sangue: se avessi avuto una telecamera avrei potuto formare un time lapse un pochino splatter ma dubito che i più apprezzerebbero il risultato. In effetti lo straaap di una gola è impressionante, anche dopo averne sentiti decine.
Dicevo: è l'ultima notte di settembre, sono a Bakthapur, un paese splendido.
Mi hanno avvertito di dormire coi tappi, che dalle 4 i monaci e i fedeli inizieranno le preghiere nel tempio dedicato a Shiva, casualmente proprio accanto all'ostello.
Potrei fingermi lui e per placare la mia ira richiedere 108 caprette da sacrificare ma insomma, di sangue e sgozzamenti vari ne ho visti fin troppi oggi, può bastare. Mi hanno spiegato che sacrificare animali per quest'occasione non è solo un onore ma anche il modo per mangiare carne. Per un popolo poverissimo che vende gli animali allevati per ricavare qualche rupia, la festa in questione è l'unico giorno dell'anno in cui avranno un menù non da vegetariani coatti. Natale e Pasqua in una botta sola.
Oggi è stata dura: vedevo i figli dei macellai sguazzare a piedi nudi nelle strisciate di sangue, intorno a file infinite di fedeli che aspettavano il turno di venerazione con il loro animale e la ciotola delle offerte. Si narra che dopo la morte, se non abbiamo compiuto una buona vita, ci si dovrà reincarnare 8 milioni e 500 mila volte in altre forme prima di tornare umani e avere una seconda possibilità. Il sacrificio animale è visto anche come un modo per velocizzare il tutto.
L'induismo, pur se primitivo per alcuni aspetti, è affascinante. E i gong continui sono estatici.
Questa è la mia ultima impressione di settembre 2014: siamo un continuo divenire.


20
Una donna rende lo zaino e il portafoglio dimenticato da un turista.
Sento dire "Certo che sono onesti, per essere così sporchi."
"È più sporco il denaro", commento.
E riprendo a camminare, per le strade di una cittadina ricostruita dopo il terremoto del '34, a pochi chilometri dal confine col Tibet. Continuare a camminare, sorridere ai bambini, sorridere a me stesso, amare il Nepal, amare te, amare me. E dopo, superata la risaia, riprendere il cammino. Con un nuovo dettaglio da aggiungere al Mandala della vita.


21
Come ogni viaggio esige, questa volta seduto su un furgoncino Wolksvagen anni 70 ascolto The times are a-changin' attraversando un villaggio davvero bellino. Il caso vuole che sia capitato durante la raccolta del riso. Sono seduto e osservo, con l'armonica di Dylan a scandire il ritmo della giornata. È una bella sensazione.


22
Bhaktapur. Vista dalla terrazza, noto che il cielo è un'esclusiva per falchi e aquiloni da battaglia.
Vedo l'ombra di un rapace volteggiare tre volte sopra di me, sopra la quiete della città. Immagino sia la mia Lady Hawke. Non alzo lo sguardo per controllare.

23
Il Nepal è uno specchio frantumato e in ogni riflesso c'è un io differente.
Masticare il Nepal: concepire la violenza estraniando l'atto in sé dell'uccidere. Non è sadismo ma un gesto di ineluttabile sopravivenza collettiva. Compreso questo, il ci-ciak delle suole quando calpestano il sangue rappreso non è che uno dei mille suoni che accompagnano gli eventi.

24
Luca, devi focalizzare.
Focalizza, liuk.



25
L'obiettivo di oggi è la Pagoda per la pace nel mondo. Per raggiungerla sto attraversando una foresta tropicale, piena di zanzare libellule giganti farfalle blu scimmie...
Fa caldo, quel caldo che sudi solo nel pensarlo. Eppure. Chissenefrega. C'è questo panorama che, insomma..., si domina la valle di Kathmandu, e dire "Kathmandu" continua a riempirmi la bocca di sogni. Sono fermo al bar fissando l'Universo, qua a Pokhara è un via vai continuo di farfalle!
Leggo che il luogo è stato scoperto dagli hippie durante gli anni 70, c'è un senso di pace che nessuna umidità può distorcere.



26
Sua Maestà, Everest.
L'Annapurna, la Dea dell'Abbondanza, mi è apparsa un giorno alle 5 della mattina, così, come le cose belle, senza chiedere permesso.
L'Everest è pazzesco, si erge dietro un'altra vetta come un discolo in punta di piedi che nella foto di fine anno si piazza in ultima fila, non tanto per vergogna quando per poter fare le corna a quello davanti.
Vedere tutta la catena distesa al di sopra delle nuvole non mi ha annullato come credevo, piuttosto ho provato un qualcosa simile a gratitudine.
E poi, l'alba: se esistono momenti che nonostante il perpetuarsi ancora non si riesce a descrivere con esattezza, lei è tra questi. Ogni volta si manifesta con dettagli differenti, è Angelina Jolie che ti si presenta firmata Armani, nuda o Desigual a seconda di variabili sconosciute.
L'Everest che trapassa le nuvole e senza movimenti percettibili saluta con l'ostentazione del pavone mi ha riempito gli occhi. Era lì, a un passo dai cumulonembi e a pochi metri da me. Per un po', giusto il tempo di preparare la macchina fotografica, ho pensato che il rapporto che si stava instaurando tra l'Everest e me era pressoché identico a quello tra me e l'amore: entrambi, per motivi differenti, siamo orizzonte.

27
Cosa mi ha insegnato il Nepal; le statistiche dicono che è la settima nazione più povera del pianeta. Kathmandu la seconda al mondo più inquinata. Potrei sciolinare notizie ricavate dai siti italiani (eggià, il belpaese dei sessanta&rotti milioni di abitanti che si credono superiori e al sicuro dai cattivi mistificati al tg...), la domanda che mi porterò al rientro sarà sempre la stessa:
può essere considerata inferiore, rispetto alla tua – sì, alla tua, di te che ora leggi – una nazione popolata da individui – non importa se donne uomini vecchi bambini – che vedendoti provano la naturale Gioia Empatia Cordialità nel pronunciare a mani giunte – con la bocca e con gli occhi – Namasté? Io, io credo di no. Davvero. Non a caso Buddha è nato in Nepal. Non a caso la nazionale nepalese di calcio è la più scarsa del mondo. Ma questa è un'altra storia...

28
Una sola solitudine
Tra irrealtà bucoliche.


29
La situazione che credevo di dover risolvere, anche grazie al viaggio, era l'eliminazione – o perlomeno un abbassamento – delle aspettative da parte degli altri, soprattutto quando compio gesti a me inusuali. Il Nepal mi sta insegnando tantissimo. Ho iniziato a capirlo quando ho ceduto il mio desiderio a quella ragazza: è stata a mente fredda una azione che non ha spostato gli equilibri del mondo, eppure nei film qualcosa sarebbe accaduto.
La vita, per fortuna, non è un film.
E il Nepal, con la fierezza dei suoi dei – Shiva, in primis – mi ha aperto con la forza gli occhi, in attesa che mi spunti il tezo (oltre a quello che ho tatuato sulla spalla).
"Agli altri di ciò che fai non frega niente, ma proprio per questo sii buono, giusto, soprattutto – nel bene o nel male – cosciente e consapevole delle tue azioni. Fallo per te, ricorda allo stesso tempo che non sei che sabbia che fluttua nel vento cosmico, l'ennesima entropia di te stesso."


30
Non credo che la sporcizia di Kathmandu sia sintetizzabile come semplice pattume, che non sia un qualcosa di casuale, al di là della religione e altre considerazioni razionali. Il propagarsi di virus non è, nel caso di questa città, un qualcosa di fine a se stesso.
Kathmandu non è un ricettacolo di virus,
Kathmandu È un agente scatenante.
È probabile che come buona parte delle cose inoculate invisibilmente durante la nostra vita, al ritorno a casa, quando il maldigola e il raffreddore saranno ricordi lontani, senza preavviso esploderà.
Già mi immagino, sveglio in ritardo con l'ansia di andare al lavoro, bagnarmi la faccia e rialzando il volto leggere KATHMANDU sullo specchio.
Non c'è medico che tenga, quando ti svegli e scopri d'essere ammalato di vita.

31
Dall'aereo la mappa afferma che il volo di ritorno è iniziato da 3 ore e 16 minuti. Dallo schermo davanti riguardo – e che effetto maestoso quando si rientra - Into the wild. Ma mi attira di più il finestrino: amo l'immenso quando decide di rivelarsi.
Durante i primi viaggi mi soffermavo a osservare le nuvole, su come l'istinto ti volesse sopra di loro a correre senza scarpe. Ora ho imparato a trapassarle: le coordinate dicono che sto sorvolando l'Iran, ed è bellissimo. Bel-lis-si-mo. Chissà attraversala a piedi, quante cose avrà da insegnarmi. Si notano le catene montuose, le strade che chissà dove vorrebbero accompagnare i viaggiatori.
A volte compare quello che potrebbe essere un agglomerato di case. Vorrei vederle, sì.
Il Nepal ha spazzolato via la pelle morta che mi portavo appresso coi pregiudizi.
Riguardo quella strada tortuosa dal finestrino; è la strada dentro ognuno di noi, ne intravedo le biforcazioni continue e i punti ciechi e le buche e il brillio dorato dietro la montagna dove pare la strada finisca.
Ma poi, chissà. Da quassù non si capisce bene se il dorato è dopo, all'arrivo, o è la strada stessa.
Il pianeta che calpestiamo contiene diversi livelli di percezione (il Nepal è strada ma pure cultura, sorrisi, sangue, odori...) ed è fantastico rendermi conto che sono cosciente di sporcarmi di vita. Puoi, posso, arrivare ovunque, quando il viaggio parte dal cuore.
Si diviene immensi, proprio come le distese offerte dal finestrino dell'aereo.
...
Spero che un giorno leggerai anche questi pensieri, Persona-che-incontrerò, magari ti piaceranno.
Nel frattempo divertiti, amore mio. Io ora torno a casa, ho una gatta che mi aspetta.
Namasté.