Visualizzazione post con etichetta Music. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Music. Mostra tutti i post

martedì 12 agosto 2014

PLOT MACHINE, #ILMARE E L’ELENCO PERDUTO.

 
Quindi, da buon uroboro (o forse oroboro? Comunque, quella cosa lì), i cumulonembi estivi mi hanno rovesciato addosso gocce di pioggia e mestolate di apatia, tanto da scivolare al punto zero. Ma quel punto zero che è dentro di noi, un po’ differente dalla matematica. È più la concezione di aver fatto involontariamente un passo indietro pur mantenendo lo sguardo in avanti, credo che su questo modo di vivere molti coreografi abbiano ideato decine di balli estivi (un passo in avanti, un passo in avanti, un passo indietro, un passo in avanti e hop!, unduettrèquattro e giro…)
Quindi (e due) dopo un paio di settimane e chiedermi come poter scrollare il tutto, arriva un messaggio dalla Giorgia su una giornata aggratis all’I-Scream sponsorizzata dalla Holden, una di quelle folgorazioni che ti fan dimenticare i “perché” e li sostituiscono coi “perché no?”
A lezione, dunque. E son stato pure fortunato, che a spiegare c’era la Lucia, davvero grandiosa! Voglio dire: rendere interessante già dal principio l’Ode al pomodoro non rientra tra le cose più semplici, perlomeno per me. È stata una lezione clandestina, di occhiate invisibili e gesti che si sono appiccicati a mò di post-it senza chiedere permesso –come la maggior parte delle cose belle e significative, in fondo.
C’erano foglie accartocciate, brividi a tradimento e tanti tanti elenchi sinceri, un riordino mentale sulle cose che ognuno di noi ha, o quantomeno crede di avere, da dire.
Poi, il caso.
Libromania - sì sì, la casa editrice dell’ebook, casomai qualcuno ancora non lo sapesse... - ha parlato di un concorso su Rai Radio1 di nome Plot Machine, dicendo che per partecipare bastava inoltrare un racconto breve con a tema i social network o la radio.
Senza pensarci – e d’altronde col mio telefonino che continua a non chiamarsi smartphone la scelta è stata ovvia – ho provato a sfruttare l’onda lunga made in Holden ampliando un punto dell’elenco di Lucia. Così, anche se per via di una foglia fuori stagione ho continuato a pensare a tutt’altro, è uscito dal punto 15 quello che ora i più chiamano “Il racconto di Riccardino.” Tra l’altro nelle votazioni libromania mi ha sostenuto, son dettagli che fanno molto piacere visto che nel loro progetto ci credo.
E niente, per ridere ho pensato di chiudere il cerchio (sempre da buon u/oroboro) e rendere il racconto in stile Salinger, senza pretese.
Invece: mi hanno telefonato dalla radio, alle 5 di pomeriggio, con chiamata anonima –e ho pure risposto! L'hanno letto in diretta, con una voce di quelle che rimangono, è stata una soddisfazione, davvero. Alla fine per motivi sconosciuti son arrivato secondo nazionale e non so come prendere il risultato, ma un po’ tutti dicono “è un ottimo piazzamento” quindi (e tre) credo sia andata bene.
"Meglio che primo”: di solito rispondo così.
Il programma è stato divertente, in più l'assemblamento in una storia di vari tweet in tempo reale è stata affidata a Chiara Marchelli, e se qualcuno ha tempo di leggere la sua biografia, parla per lei.
Mi sembra sempre una ladrata vedere il nome in una classifica, non so come spiegare. Sono abituato alle stroncature sul romanzo, non ai complimenti. E iniziavo ad abituarmici, ecco; ci saranno sempre le critiche, per fortuna. 
Scrivere vuol anche dire sputare i propri sentimenti su un foglio, e quanto orribile sarebbe scoprirli condivisi da tutti? L’opinione contraria è un sintomo che non si sta scrivendo qualcosa di ovvio, se non altro. Poi sta allo scrittore distinguere le critiche al testo da quelle alla persona, ma questa è un’altra storia.
Di solito quando ho un libro sottomano e mi chiedono il nome dell’autore, le risposte sono
A) ah sì lui mi piace, ho letto qualcosa
B) ma chi? Quello? Che schifo! Pensa che una volta ha scritto “blablabla” e diceva che “blablabla”, per non parlare di quella volta in tv quando ha detto che “blablabla…
Sì, passa il tempo ma “Chi disprezza compra” resta sul podio degli intramontabili. Sono a metà dell’opera, mi affido alle strategie di libromania per il “compra”. 
(Nel dubbio, il link Per Adesso No. è lì ad aspettarti) :-)
Fa strano abbandonare un romanzo quando ancora non lo si vede camminare da solo, ma la Musa è stronza e come questo tempaccio estivo se ne frega dei programmi altrui.
Cooomunque, il racconto era appunto scritto pensando ad altro, non capisco come possano averlo scelto. Ma liuk!, non farti fisime e raccogli, invece di sparare frasi da fighetto stile “Io non miro al numero uno. Il mio obiettivo è battere il numero uno”


Buon periodo, dunque. E cosa fa l’idiota quando le cose iniziano a migliorare?
Ho dato un colpo alla Bussola delle Buone Intenzioni fino a quando l’ago si è spostato da “Scrittura” a “Musica”.
Non so, ho l’idea che sia il momento di stoppare il nuovo romanzo; visto che stavo trattando di autunno, lacrime e foglie che ingialliscono, gli ultimi avvenimenti casuali mi hanno un attimo distolto l’attenzione, mettiamola così. Le coincidenze esistono in ferrovia, per quanto ne so.
Lascio quel centinaio di pagine a svolazzarmi in testa ricomponendosi come preferiscono, che tanto quando dico “smetto di scrivere” ho la credibilità dei tossici sotto casa.
E poi il primo romanzo è stata una necessità, col secondo vorrei ragionarci su. Un finto stop, ecco. Solo per il gusto di non creare aspettative a me stesso. 
Ho tolto i chiodi alla Musa e ora aspetto che smetta di svolazzarmi intorno per ripicca, devo avere pazienza e riannodare con cura il retino.
È che negli ultimi tempi i sogni di quando mi inciampavo tra i cavi degli amplificatori sul palco si stanno rifacendo vivi. Entrano e non chiedono ‘per favore’, o se c’è qualche altro sogno in composizione.
Trovo che suonare sia più solitario rispetto alla scrittura, anche perché la chitarra la suono in casa mentre il moleskine lo imbratto al bar.
Un altro passo indietro con sguardo in avanti, a pensarci ora.
La cosa buffa è che in questi dieci anni è cambiato un po’ tutto, per quanto mi riguarda: ricordo di non aver mai partecipato, per pigrizia, a un soundcheck. O il solito “sì sì” quando il fonico di turno mi chiedeva se i suoni erano bilanciati. Volevo solo salire sul palco, rivestirmi di una nuova personalità e tanti saluti. Adesso che ho in testa un progetto invece dovrò giostrarmi da solo e non ho idea di come muovermi.
Un altro mondo, sì.
M’è capitato di vedere Neil Young in concerto, un paio di settimane fa. Credo lui abbia la risposta.
Una di sicuro la possiede: leggendo la sua autobiografia, ho sottolineato la frase “Se una cosa non è fantastica, lascia perdere”.
È difficile ma vorrei tramutarla in realtà.
Vederlo suonare col sorriso, a sessantanove anni, di per sé è già una di quelle risposte a prescindere. Lo si poteva fotografare in primo piano e spedire il tutto alla Perugina, con scritto “Un’espressione vale più di mille parole”


Comunque. Il progetto è in fase embrionale, diciamo. Vorrei rivestire di nuovo alcuni brani della mia vecchia vita, credo che una spolverata decisa li possa far rivivere. Ma è la parte nuova a elettrizzarmi, per quanto nebulosa.
Che suonare e scrivere testi di per sé è una stupidaggine. Cioè, se una cosa la sa fare pure l’Apicella di turno, non vedo chissà quali problemi insormontabili.
È che vorrei… insomma, qualcuno ha mai letto Oceano Mare?
Ricordate il pittore, Plasson, che dipingeva il mare con il mare?
Ecco, vorrei un qualcosa del genere. A livello di testo, o a livello di ascolto per chi non fa caso alle parole. Credo sia complicato, o forse lo sarà fin quando crederò che lo sia davvero.
Creare canzoni che abbiano una storia, che siano esse stesse un racconto breve, accompagnate da suoni adatti a rimandare l’ascoltatore nell’immaginario della vicenda. Come per la parte psichedelica di Whole lotta love, dove chiudi gli occhi e sei trasportato in un tunnel stile pallina da flipper.
E nello stesso tempo non ho intenzione di creare cose inascoltabili o brani monostrofa alla Dylan/De Andrè (e chi ci riuscirebbe più, tra l’altro…).
Non so, forse stare sul filo tra il cantautore con aspirazioni punk (ma che ascolta in privato i primi dischi di Ruggeri) e i Baustelle senza barba in prima fila al concerto dei Sigur Ros. Creare, per quanto possibile, un nuovo tipo di sonorità. O un altro punto di vista della musica, che a conti fatti è un po’ quello che provo a fare con le parole.
Dipingere il mare con il mare, e con un buon amplificatore resistente all’acqua.
In fondo dicono che per scrivere un romanzo ci si concentra, da buon pugile che fa a botte con le parole, alla resistenza sui dodici round. Dicono anche che il racconto breve dovrebbe stendere il lettore per KO.
Ecco, scrivendo canzoni/storie vorrei puntare a trasformarle in sali per rinvenire.
Anche se l’essermi comprato un programma (Ableton) per registrare tutto da solo manda in panico, mi ci abituerò. Al panico, intendo. Per qualsiasi cosa siamo accerchiati da eserciti di bipedi che ne sanno più, tanto vale approfittarne.
Idee nuove, quindi (e quattro).
Al solito, ho ripensato alla lezione Holden e agli elenchi, dicendomi “E perché non sfruttarlo? È lì.”
Così ne ho preso uno a caso e senza accorgermene la Musa ha lasciato qualche scaglia sul retino, come incoraggiamento (stile il 6- a scuola dopo una sfilza di insufficienze). Ed è uscito un testo, una canzone già pronta per trequarti, dal titolo #ilmare.
Tanto per tornare a Plasson e il suo dipinto.
È la storia di Jenny, una ragazza che passa la vita a osservare gli altri, dissolvendosi nel riparo di una finestra. E si crea una campana di vetro anche quando esce, quando vede il mare, fino al punto di non rendersi conto che la casa in cui abita è crollata.
La parte che mi interessa di più è strumentale e inizia quando la protagonista preferisce aggrapparsi alla boa invece di immergersi a guardare le meraviglie sott’acqua.
Pensavo al la minore ripetuto in loop per rimandare l’ascoltatore alle onde e a un assolo lungo e semi ipnotico che profumi di sabbia bollente, alghe, della finta libertà offerta su cauzione dal pedalò. Cose così. Ci provo, almeno.
Come al solito, è tutta questione di praticità, come per l’amour.
Per dire: avete presente le farfalle nello stomaco?
È dalla lezione degli elenchi che ci penso (sempre per via della foglia eccetera eccetera)
Credo sia una questione di cura, alla base del successo. Ok, detto così fa molto Piccolo Principe con la Rosa, ma all’incirca il significato è quello.
All’inizio le farfalle iniziano a svolazzarti nello stomaco solleticandolo. La sensazione è piacevole, i colori più vividi, le emozioni acquistano nuove forme, pure la sveglia mattutina ha un ché di armonico. E poi, che accade se lasciamo le farfalle al loro destino, senza neppure un trespolo per riposare? Perdono l’equilibrio, poverette. Il solletico si trasforma in eritema, senza una cura più o meno costante.
Le farfalle precipitano ineluttabilmente, bam bam bam dritte nell’inferno dei succhi gastrici.
E se non si curano i sentimenti, le uniche testimonianze degli attimi di felicità saranno sempre e comunque gli attacchi di acidità allo stomaco.
Quindi (e cinque) tempo al tempo, trespolo innaffiatoio moleskine e pazienza sotto braccio, vediamo l’evolversi.
E tanti belli elenchi da trasformare in qualcosa di concreto, che di cose da raccontare ne abbiamo tutti più o meno consapevolmente.
C’è così tanto, là fuori, pronto a essere colto.
Dovrei parlarne pure io, prima o poi.

"Di lei che rigira una foglia secca fissando un foglio bianco.
Del riflesso di una lacrima quando te l’ho raccolta sul dorso della mano.
Del cortometraggio di Bruce Springsteen che ho visto solo per metà al TG.
Del tizio che nasconde soldi nelle spiagge californiane.
Del tavolo che traballa quando scrivo.
Della vita che traballa quando non scrivo.
Del non distinguere l’indaco guardando l’arcobaleno.
Di Zooey che mi porta un piccione sul letto una volta a settimana.
Di quando guardo gli altri scrivere e mi viene voglia di scappare.
Del parco giochi sotto casa pieno d’erbacce, di come i bambini le strappano per tirarsele addosso.
Delle musichette in sala d’attesa dal dentista.
Della Croce del Sud, di quanto sia alienante notare costellazioni non tue quando oltrepassi l’equatore.
Del divenire invisibile quando sporgi lo scontrino del caffè alle commesse dell’Autogrill.
Di quanto sia bello il termine Mellifluo prima di leggerne il significato.
Di Riccardo che lavora con me e ogni tanto sorride da solo e quando chiedo “Che c’è” non sa rispondere.
Di quanto sia tempo perso amare una persona quando ti corrisponde.
Dei finali incomprensibili di certi romanzi.
Delle antenne delle lumache.
Del malditesta che mi prende se so di dover guidare tanto.
Delle voci degli altri quando cammino con l’iPod spento.
Dell’accordatura di Neil Young usata in Cortez the killer.
Della tonalità pastello nei vestiti dei gerarchi nazisti.
Del finale alternativo di Breakin’ bad.
Del rifugio che credevo segreto quando scappavo dall’oratorio e di come mi sento scemo ogni volta che sento le voci di altri bambini provenire da lì.
Della stupidità del “Ora che sei maggiorenne…”
Dei riflessi del marmo rosa nel Campanile di Giotto.
Della ring road islandese.
Della ragazza che annega nei pensieri degli altri.
Del ragazzo che dice di non avere un senso mentre guarda un documentario sull’ornitorinco.
Di quando ti dicono “La vita è una ruota che gira” e sentendoti quella di scorta domandi al nulla dove hai dimenticato le chiavi del bagagliaio.
Del dare per scontato che gli altri siano migliori, senza mai però voler scambiare un tuo giorno con uno loro. Mai.
Del pugile che a metà combattimento si rende conto di non reggere altri round e la consapevolezza lo libera dal dolore.
Di quanto sia stupido stilare elenchi, se mentre li scrivo tu non sei accanto a me."

[…]

Ecco, questo è quanto. E giusto per smentirmi, ho come l’impressione che domani poserò la chitarra per riprendere il romanzo nuovo. Di posare il romanzo nuovo per farmi furbo, beh, non è ancora il momento, ecco.
I capelli bianchi iniziano dal cuore, ma perlomeno finché non li scoprirò in testa potrò fingere che le forze per realizzare i sogni siano più che sufficienti.
“Le cose belle sono proprio dietro l’angolo!”, sentenzia sardonico l’u/oroboro.

ENJOY

domenica 9 febbraio 2014

SULLA PSICHEDELIA.

(Ri-flessioni approssimative e frasi slegate sulla psichedelia in attesa che termini il download di Inside Llewyn Davis, fuori c'è vento la gatta gratta sulle lenzuola ed è finita la schiuma da barba.)



E sono uno straniero infelice

contento di scappare per le strade del Messico -

I miei amici sono morti su di me, le mie

amanti svanite, le puttane bandite,

il mio letto sbattuto e sollevato dal

terremoto -
(J.Kerouac)






La Redazione di Studio Aperto, quando commenta una qualche tragedia avvenuta durante un rave, non manca di ricordare che "i giovani si arrendono alla droga per poter sopportare ore di musica"; tralasciando la tristezza del programma in questione, la sintesi fa pensare a quanto il rapporto tra musica e droga si sia ribaltato col tempo.
Di fatto, comprendere alcuni generi musicali estrapolandone la componente chimica risulterebbe insipido come farsi raccontare quadri di Picasso da professori strabici.
Inutile girarci attorno: qualunque tipo di musica deve, al tipo di droga appropriata,
ispirazione
ritmo
vestiti
stile di vita.
Ci sarà pure un motivo se Bob Marley non è morto iniettandosi eroina, in fondo.
Seguendo il principio artistico del "Se stai bene, non crei" l'uomo trova nella droga un tempo più o meno ragionevole di libertà interiore. Prima e dopo l'assunzione, il musicista tende a comporre testi e melodie, rendendo indirettamente la droga madre e regina della scala pentatonica.
La psichedelia fu l'unico genere musicale che sconvolse gli equilibri utilizzando tutti e cinque i sensi: in quel momento storico non si trovarono solo musicisti più o meno illuminati ma, come nel caso di Lou Reed nei Velvet Underground, non scrivevo dell'eroina, scrivevo nell'eroina.
I testi psichedelici, oltre a essere trattati di ricerche sull'io (cosa che non avvenne in altri generi musicali) sono quindi trattati non sulla droga ma scritti direttamente per mano dell'acido lisergico.
Ma se per il musicista le sostanze psicotrope fanno parte di un percorso ascetico, la musica non solo ne assume la valenza (Musica=Droga) ma oltre a essere la cura ne diviene anche la malattia: sì, la musica è una malattia, tanto che nelle biografie di band conosciute una delle prime informazioni è "Gruppo INFLUENZATO da".
In linea di massima, con la musica psichedelica si inizia a diffidare degli artisti che nemmanco conoscono il termine ganja.
Per comprenderne la rivoluzione culturale bisognava quindi trovarcisi immersi o quantomeno averne saggiato pro e contro: affrontare testi come Lucy in the Sky with Diamonds senza strapparsi le unghie grattandone la superficie risulterebbe soddisfacente quanto mangiare kiwi non sbucciati.


Walt Disney, nel riprodurre un mondo di zii e nipoti, mostrò tramite topi e papere la distanza che intercorreva tra un genere musicale e l'altro.
Perché fiorisca un genere musicale occorrono due fattori:
1 Instabilità politica
2 Perdità di appartenenza verso il genere musicale predominante
(In quest'ultimo caso la ribellione psichedelica si manifestò attraverso l'Edificare è abbattere di Arthur Rimbaud, uno dei maggiori poeti non beat che influenzarono il movimento.)
A metà degli anni 60, negli Stati Uniti il folk la faceva da padrone (Tim Buckley, Crosby Still & Nash – ancora privi di Neil Young -, i Traffic, solo per fare tre nomi) pur iniziando a perdere le simpatie di una nuova generazione, impegnata nella ricerca di un qualcos'altro per esprimere i loro pensieri. Integrazione razziale, marce pacifiste contro la guerra in Vietnam, un'insieme di ribellioni che centrifugarono la visione di canzone come semplice marea, inondandola di concetti filosofici rivolti verso un ammmore che è uno ed è tutto.
Ribellione, dunque.
E dove c'è ribellione solitamente c'è violenza, rappresentata platonicamente con l'introduzione di feedback e suoni noise fino all'apoteosi dello stupro di Jimy Hendrix all'inno nazionale.


Dal punto di vista musicale, gli artisti sentivano la necessità di nuovi suoni, di un qualcosa che li portasse a esprimersi in un livello più profondo. Senza riflettori, inizialmente.
Tant'è che gli albori della psichedelia si ritrovano in quelle che i posteri hanno denominato garage band.
Il buio di un garage come contrapposizione all'accordatura aperta di Crosby.
Il porsi domande in contrapposizione al credo dei marines "Io voglio servire il mio Paese"
La poesia beat, musica sincopata in times new roman.
La non violenza.
Lo yoga, non il passo del giaguaro.
I colori accesi del caleidoscopio sparati addosso al grigiume della società.
E ancora: l'utilizzo di strumenti non abituali al rock. I 13th Floor Elevators riprodussero il suono dei colli di bottiglia (cosa che inconsapevolmente perpetua l'ubriaco in pizzeria, per dire.)


L'utilizzo del Theremin


e del sitar (presenza fissa nei Beatles del dopoIndia).


Nuovi effetti, anche: il delay, il reverse (cioè la riproduzione inversa di parti registrate in precedenza: il tanto caro messaggio satanico subliminale che nelle varie generazioni ha riempito la bocca ai bigotti)


I discografici capirono ben presto la potenzialità del nuovo filone e cavalcando il periodo dell'oro musicale riuscirono nel compromesso storico, dove le band sfornavano hit da classifica per giustificare le loro sperimentazioni.



Perché sperimentare è il verbo su cui si fonde tutta la struttura. La dilatazione del tempo, alla ricerca di verità sprofondate sotto il fango delle proprie insicurezze.
Due accordi ripetuti all'infinito, suoni adatti a sparare l'anima in un tunnel diretto verso l'AltroQuando – Camera. Cuffie. Notte. Whole Lotta Love a tutto volume. Occhi chiusi. Welcome to Plutone.
Da lì, l'esplosione psichedelica invase gli altri generi musicali come un virus (una cura)?
Il ride the snake blueseggiato in The end dai Doors – caro a Conrad in Cuore di Tenebra – il bello stile degli Iron Butterfly con In a gabba da vida,


il brano sperimentale dei Beatles Tomorrow never knows basato su un solo accordo, particolarità riproposta con la canzone mononota degli Elii.


Poi, l'apoteosi, il senso mancante: la psichedelia di fatto toccò la vista, eliminando la distanza tra immagine e sonorità. Andy Warhol e Storm Thorgerson furono due figure chiave; il primo perché tra le varie innovazioni coi Velvet Underground introdusse le luci stroboscopiche, l'altro per le copertine e la promozione dei dischi targati Pink Floyd.
Colori accesi, dunque.
Chi non ricorda con nostalgia i poster pischedelici ogni volta che guarda un anonimo rettangolo giallastro di TicketOne?


Woodstock rappresentò la resistenza dell'uomo di fronte all'ineluttabilità del proprio destino guerrafondaio.
Il rock&roll è una cosa talmente grande che la gente dovrebbe cominciare a morire per lui. Voi non capite: la musica ti restituiva il tuo stesso battito, e ti permetteva di sognare. Un’intera generazione che correva insieme a un basso Fender. La gente dovrebbe morire per la musica. Tanto si muore per qualsiasi altra cosa, perché non per la musica? Muori per lei. Non è carino? Non moriresti volentieri per qualcosa di carino? Forse sono io che dovrei morire. In fondo, tutti i grandi del blues sono morti. Ma la vita va meglio, oggi. Io non voglio morire. Giusto? (Lou Reed)

E segnò un momento di distinzione tra la psichedelia (l'inno americano di Hendrix è l'emblema) e ciò che sarebbe accaduto a breve. Il paradosso è che gli hippie erano in contrapposizione ai volontari marines pronti al Vietnam, salvo poi essere entrambi ghettizzati in un futuro prossimo da quella stessa società; in questo senso, rappresentazioni come Hair e Rambo non sono così differenti.
Il movimento psichedelico, dopo aver esaurito la carica iniziale (1966/69) ha lasciato che le spore germinassero altri generi/nipoti tutt'oggi validi, spostando la sperimentazione col tempo in una modalità inizialmente chiamata Progressive.



Se è vero che esiste un albero genealogico della musica, il ramo usato dalle scimmie/musicisti per le evoluzioni più improbabili è stato senza dubbio quelo psichedelico.
Di fronte alla musica siamo la bambina portoghese di Guccini che resta in piedi per affrontare l'oceano: ogni canzone è una bottiglia che lanciata da chissà dove potrebbe spiaggiarsi a pochi passi da noi, desiderosa di scoprire il messaggio all'interno. Che ne so, ascoltare Paranoid Android senza conoscere Bohemian Rhapsody è come mangiare patatine fritte con le posate.
Bussa al cielo e ascolta il suono!
La psichedelia è moda passeggera per chi non ricorda i sogni al risveglio, 
la psichedelia è realtà armonica per chi semplicemente, della discussione filosofico esistenziale del chi piscia più lontano, se ne frega.
Peace, Flowers & Love

scrivendo una poesia

& sentendomi assurdo

per questa attività senza sugo

sono andato alla finestra

& ho visto un mingherlino

cappelmatto barba di tarme

baffo alla Groucho

ghignante

mormorante

a se stesso

contemplava

le cartoline di auguri

alla finestra

della imprimerie

git-le-coeur

All'improvviso

con una rapida

calligrafia sul muro

ridendo di soppiatto

& scuotendo la vecchia testa

(bislacco solitario

vestito un po' da prete

topesco & nero) lui

ha scritto

& ho dovuto vedere

& sono corso sotto

& ho letto



STIAMO CERCANDO

RAGIONI RAZIONALI

PER CREDERE

NELL'ASSURDO 
(H.Norse)

lunedì 12 agosto 2013

OGNI STOP È SOLO UN ALTRO START.

SOUNDTRACK OF THE DAY

Badlands – Bruce Springsteen
Oggetto piccolo (a) – Virginiana Miller
Surrender – Cheap trick



Poco fa son sceso a far spesa e in buca c'era una grossa busta marrone ad attendermi, di quelle che fai mente locale, pensi a cosa hai combinato negli ultimi tempi e la sfiori col sudore freddo che sfida l'afa. Dentro c'era il diploma della Holden. Spiegazzato, of course.
Anche quel sogno si è realizzato –o meglio: il diploma è un pezzo di carta che sta lì a pizzicarti le guance per svegliarti, che il mondo competitivo se ne fa ben poco di chi adora la fase onirica.
Anche Zooey me lo ripete ogni mattina, tra un meow e un morso sulla mano.
E così, a livello letterario, sono di nuovo orfano.
E ora? Il romanzo è terminato ma l'attesa di un editore no, tanto che al posto di prendermi una pausa mi sono impregnato di mille progetti. Così facendo posso rispondere a mia nonna, quando ogni giorno mi ricorda che è ora di trovarsi una ragazza bella e intelligente, che «Ora ho altro da fare.»
E che sarebbero queste scuse?
Ho iniziato a studiare il russo, per esempio.
A forza di lavorarci insieme mi son detto che se loro mi parlano in italiano, sicuro il russo lo saprò pure io. E che cavolo. Beh, è tosto in effetti. Per di più sto imparando da solo, anche se in autunno da qualche parte un corso lo troverò e ogni tanto una simil collega mi corregge volentieri gli strafalcioni.
Il loro alfabeto è, come dire, affascinante. Lo giuro. Scrivere C ma pronunciare S. Scrivere P e pronunciare R. Cose così.
Ma una cosa è davero stupenda: a differenza nostra, ogni suono ha un simbolo ben preciso. Voglio dire: noi scriviamo G e la leggiamo GI o GH a seconda della parola (che ne so... gioco, gatto), loro hanno due simboli ben distinti. È un po' una metafora dell'umanità: a ognuno di noi corrisponde un suono univoco, ma solo imparando tutti i suoni con le loro differenze si può comprendere la comunità. Così al momento ho imparato a leggerlo, pur non sapendo ancora COSA leggo. Mi sembra di tornare indietro di anni ai tempi delle superiori, quando studiavo i testi di diritto penale senza capirci nulla! smile
Che altro? Ah sì, a volte mi sveglio la notte con l'eco di un frrrrr frrrrr potente. Capita che a fianco ci sia Zooey ma più probabilmente la colpa è del sogno ricorrente di accarezzare il ghepardo che ho visto qualche mese fa.
L'Africa è subdola, tu lavori vivi mangi urli scopi giochi ma quando ti addormenti dimentichi che è lei ad avere le chiavi dei tuoi sogni. E non posso che accettarla, accoglierla in me.
Pure se il giorno dopo al lavoro avrà a che fare con progetti di granito ed edifici russi: l'Africa, della realtà, se ne frega. Che abbia ragione lei?
L'ho visitata per trovare certezze e ora convivo con un altro campo mentale seminato di dubbi e domande. E ogni volta che chiudo gli occhi ghepardi aquile elefanti e leonesse potano le erbacce e curano i baobab. Bah. Comunque.
Il romanzo è terminato, dicevo.
Mancava un tassello, in verità: visto che parla indirettamente della cultura hippy e visto che nelle domande ci sguazzo allegro mi sono deciso di sorvolare l'oceano e vivere i posti dove tutto ha avuto inizio. California, Route 66, Grand Canyon, Far West... parole che a breve trasformerò in immagini che diverranno emozioni e forse mi chiariranno alcune domande sul perché infestiamo questo pianeta. Credendoci superiori agli altri esseri viventi, tra l'altro.
Che possiamo fingere saggezza all'infinito, ma le risposte importanti ci vengono sempre fornite dalla natura, mai dagli uomini (Bruce Springsteen, perdonami smile ).
Già so che al ritorno avrò ancora più dubbi, ma se riuscissi a trovare anche solo un barlume di senso a tutto questo sperperare attimi, beh... vi terrò aggiornati.
Male che vada finirò col confondere Navajo e leoni, nel dormiveglia.
E poi a Los Angeles c'è Tim Burton, se davvero quella è la terra delle opportunità allora lo incontrerò. Poi chissà. Ah, son preso bene!, anche se abbandonare la Zooey per qualche giorno mi stringe il cuore (ora mi sta fissando col dentino fuori, agguato in vista).


E quindi via!, di nuovo in viaggio verso me stesso col mio fido moleskine, alla ricerca di ispirazione per il prossimo romanzo (che girerà attorno alla domanda «E se in una lacrima fosse racchiusa tutta la tua storia e di chi ti sta accanto?») e di un qualcosa.che.non.so in grado di rendermi un uomo migliore.
Alla ragazza che un giorno incontrerò farà piacere, forse.
A mia nonna sicuramente.

STAY TUNED

martedì 15 gennaio 2013

LABIRINTITI.

SOUNDTRACK OF THE DAY
Territorial pissing – Nirvana
La verità che ricordavo – Afterhours
Hoppipolla – Sigur Ros

Succede che dal nulla capto parole in grado di modificarmi la giornata, di solito nei momenti in cui ho le orecchie in dormiveglia, tipo durante riunioni pranzi lezioni fila in posta o in quel limbo dei discorsi trascinati dove "tu mi parli io ti guardo convinto ma penso a tutt'altro".
A volte invece dò importanza a frasi del tutto innocenti buttate a casaccio – mi capitava anche coi testi delle canzoni, leggevo quelli stranieri convinto che la chiave di lettura della mia vita fosse tutta lì tra gli spazi bianchi delle lettere. Quando i Nirvana hanno inciso NeverMind avevo 11 anni, ricordo che alle medie durante l'ora di disegno chi voleva (io) portava una cassetta da sentire. Era il 91/92, tutti in valle crescevamo sotto il carisma della scia di Freddie Mercury e ascoltare qualcosa di diverso dai Queen (o dal pazzesco esordio di Elio & le storie tese) era impensabile, così scarabocchiando imparavo le traduzioni dei Nirvana. Finii col leggere "Just because you're paranoid / Don't mean they're not after you" e rimasi un poco traumatizzato. A pensarci adesso forse è anche per questo se ho un occhio tatuato sulla spalla, non si sa mai. smile
L'altro ieri invece è successo che me ne stavo tranquillo tra i miei viaggi mentali a pensare a chissàché mentre a lezione si stava procedendo con l'editing di chissàchi e chissàcome mi son ritrovato a scarabocchiare sui fogli di un capitolo di qualche collega. Labirinti, di vari generi. Dai classici quadrati tipo la settimana enigmistica a quelli rotondi, con un occhio a controllare il prof e l'altro che le righe fossero diritte.


 
E avanti così per un dieci minuti, credo. Finché la mia vicina (che quel giorno era tra l'altro una psicologa) prende il foglio, passa col dito su alcuni tracciati poi dice - Ma son tutti senza uscita. Così non ti troveremo mai -.
Credo di aver fatto la solita espressione da ebete per mascherare l'imbarazzo, un mezzo sorriso mentre per recuperare ho disegnato una crepa su un muro a mò di uscita: il risultato, un labirinto inguardabile. Tipo l'impressione che ci fanno le nostre facce quando la sera dopo ci mostrano foto scattate a tradimento in discoteca e l'idea di esser stati fighi si frantuma osservando smandibolate o le pupille commosse.
Così dopo aver richiuso il sorriso e il foglio mi son rimesso a fingere interesse per la lezione, nel mentre controllavo se nella spalla sinistra fosse già ricomparso il solito diavoletto a dirmi che sta storia del labirinto non è campata in aria, che sono asociale, che me ne rimarrò ad annoiare me stesso, che "stai zitto scemo non ti accorgi di pensare ad alta voce?".
E dal labirinto mi è venuto in mente il parco giochi sotto casa dove una volta un qualcosa del genere c'era, anche se l'altezza era credo sul metro e più che a nasconderci si giocava salendo sopra al muretto per correre in equilibrio sul perimetro. Ovviamente cadevo, credo che nel periodo delle elementari abbia lasciato più sangue e croste solo sull'asfalto del campo da calcio all'oratorio. 
Così sono passati gli anni e da allora, per un motivo o per l'altro, è sempre stato un continuo togliersi le croste (delusioni, vittorie dimenticate, rate della macchina, regali da fare, regali da consigliare, balli rifiutati, addii lasciati a metà, bottoni strappati ai concerti, numeri di telefono scordati, corsi abbandonati per pigrizia, discorsi mentali perfetti trasformati in parole al momento sbagliato, fuochi d'artificio guardati al di là del vetro, viaggi di ritorno a fissare il finestrino), come se la vita fosse un perpetuo graffiare. 
E io continuo a mangiarmi le unghie.


Qualche sera fa per far conoscenza si parlava delle scelte, di quella sorta di percorso (per dirla come i poeti della domenica mattina) che è la vita. Nonostante le miriadi di errori (qui si dice "se 'l giu-u a saveisa e 'l vej a pudeisa", cioè all'incirca "se il giovane sapesse e il vecchio potesse") non ho neppure motivo di lamentarmi su chi sono ora – anche perché non sapendo che rispondere al "cosa vorresti fare da grande" sarebbe ridicolo. L'unico pizzico di nostalgia per ciò che non è stato è il guardarsi indietro sempre meno convinto che quelle strade nella nebbia siano vicoli ciechi ma piuttosto sia stato io a credere fossero interrotte tenendo gli occhi chiusi dalla paura.
Non resta che armarsi di sorrisi&chitarra e procedere un passo dopo l'altro verso questo straordinario e assurdo viaggio, magari con lo sguardo alto a intuire quanto è splendido vivere e condividere.
E se ogni tanto si ha la necessità di guardare a terra non è poi una brutta cosa, in fondo le pozzanghere ci riflettono sempre bambini.

sabato 5 gennaio 2013

MI PRENDO E MI PORTO VIA.

SOUNDTRACK OF THE DAY

Be mine - REM
Teenage riot – Sonic Youth
True Love waits - Radiohead

Ieri ho pranzato a Torino in Piazza Vittorio godendomi una splendida giornata fuori stagione, col sole che mi filtrava tra la frangia spettinata. Avevo appena concluso la pratica per il rinnovo del passaporto e prima ancora di decidere il viaggio immaginavo a come ne sarei tornato differente.
E' sempre la stessa storia: ancora non ho fatto qualcosa che già mi proietto compiuto, forse perché così credo di faticare meno nel compierla. Un po' come il ciccione che guarda mediashopping e si immagina già con la tartaruga da frùfrù.
Ricordo per esempio che da piccolo, rinchiuso in un armadio di mio zio c'era un mandolino.
--Era di mio padre-- mi disse una volta.
Mi incuriosiva, guardavo spesso quella strana chitarra bombata in miniatura e se non c'era nessuno provavo a suonarlo.
Ci usciva ben poco, lo capivo già allora, anche se negli anni successivi delle superiori mi son ritrovato ad ascoltare gruppi statunitensi che non avrebbero fatto molto di meglio.
Non dicevo però a me stesso che non ne ero in grado, per una strana associazione di idee se mio nonno aveva conquistato mia nonna con le serenate sotto casa allora un DNA da mandolinista dovevo averlo per forza. Bastava semplicemente trovare l'elica corretta. E negare che di suonarlo, in fondo, me ne importava zero. Avrei preferito completare l'album degli Sgorbions, piuttosto.
Col tempo poi formai varie rockband dimenticandomi di quello strumento e delle serenate, ma questa è un'altra storia.
Dicevo: era una giornata molto calda, aspettavo la birra la pasta pomodoro&olive e tutti i tavoli accanto erano occupati da gente chiacchierona. Mi sentivo bene, coi capelli a ripararmi gli occhi dal riverbero e dagli sguardi indiscreti.
Poi si sa la mente è sciocca e mi è bastato un accenno di un vecchio brano dei REM en passant che taaak!, sono ripiombato indietro di anni, come avessi visto passeggiare un giovane Liuk così estraneo all'io attuale che a testa bassa canticchiava "I’ll strip the world that you must live in
of all its godforsaken greed. I’ll ply the tar out of your feathers. I’ll pluck the thorns out of your feet. You and me. You and me".


Ho bevuto la birra pensando a questa fissa che la gente ha sul cambiare per forza, come se rimanere sé stessi fosse un'onta. Che se si resta uguale si è noiosi e se si cambia si è inaffidabili. Bah.
Se avessi incontrato davvero il Liuk di -diciamo- 5 anni fa, forse non gli avrei stretto la mano però fermato di certo. E lui, lo so, avrebbe alzato lo sguardo risentito spegnendo una qualche canzone dei Radiohead da quello stupido Mp3 che avevo a forma di supposta e sarebbe rimasto in attesa per qualche secondo, la mano in tasca a controllare se il portafogli non era ancora stato scippato.
--Fidati un po' più degli altri-- gli avrei potuto dire --Fai sì con la testa quando ti danno consigli. E non seguirli. Mai--
Se non dovesse scappare (difficile che accada, correre tra la gente lo reputava un qualcosa di poco cool) potrei consigliarli di iscriversi subito alla scuola che sogna e di non dare corda a certa gente virtuale (l'avrebbero utilizzata per un nodo scorsoio). O forse non glielo avrei detto: in fondo le facciate servono a crescere, come dice Brunetta.
Spero perlomeno di non scoprirmi peggiore, se dovessi incontrarlo. Non troppo, almeno. Che poi in fondo chissenefrega. La paura del cambiare non mi tange granché, temevo più di rovesciarmi la birra in quel momento.
Comunque. Alla Holden c'è una persona che scrive davvero bene: cioè, è una donna e scrive da uomo in un modo così, così boh, così wow, una versione femminile a metà strada tra il mio mito Ian McEwan e Salinger. Di solito non mi garba molto leggere racconti di scrittrici che conosco, finisco sempre coll'essere imparziale, riempio le loro storie con particolari di chi le scrive, voce tic vestiti profumi occhiate discorsi scollature efelidi. E del resto la gente in linea di massima continua a non interessarmi granché purtroppo, quindi di riflesso pure i racconti. Lei invece è l'eccezione che speravo di trovare, come quella blogger che blablabla eccetera eccetera. Credo di essere attratto dalle artiste, dalle anime danzanti. Maledizione.
Ri-comunque. La collega holdeniana a un certo punto piazza una frase del tipo "Dopo i trenta tutto è senza impegno, nel senso che nessuno si impegna in niente, e allora mi sono detto perché dovrei farlo io" e ho pensato che a leggerla ora è uno spettacolo, ora che inizia l'anno e uno vanamente stila la lista delle cose che "Cascasse una pannocchia quest'anno farò!".
Iscriversi in palestra, trovare una casa col giardino, pubblicare il libro e finirne uno di Pynchon e Foster Wallace, interrompere una ola allo stadio, chiedere un aumento di stipendio, sgambettare un'ombra, innamorarmi di un'idea e/o di una ragazza, cose così.
Beh, dovrei ringraziarla per i maldipancia che eviterò smile
Dicevo. A fine serata mi son infilato sul solito pullmann traballante e la velocità minima mi ha permesso di ammirare un cielo rosa al di là delle alpi da cartolina ("Troppo caldo, troppo rosa e troppo bello, tempo da terremoto", direbbe mia nonna).
Guardavo dal finestrino che già fremevo pensando ai miagolii che fa Zooey ogni volta che mi avvicino alla porta di casa, probabilmente avrò anche accennato un paio di sorrisi, di quelli che quando vedi qualcuno farli sul tram pensi "ma questo è scemo".


 
Forza Liuk, arriverà il tuo turno, va tutto bene. Hai pure comprato la camicia di Dylan Dog alla Rinascente e una a righe grigionera di CK che ti sta d'incanto.
Forza Liuk, va tutto bene.
Scriverlo in fondo non costa nulla.
Che poi, voglio dire: basta parole. E l'ora di sporcarsi di vita.
STAY TUNED

mercoledì 11 maggio 2011

PER UN ESTRANEO.

Ho comprato un libro per il compleanno di un'amica. Il libro l'ho acquistato domenica alla Fiera di Torino, stasera sarà regalato. Pochi minuti fa, beh, ho ceduto al diavoletto sulla spalla sinistra e l'ho sfogliato "Che sarà mai in fondo sfogliare un libro prima di regalarlo?"
Beh, leggendo una pagina a caso (è un libro di poesie) sono rimasto folgorato... come se, boh..., tra le righe fosse comparso un elfo millenario a dire "Hey Liuk!, se comprendi questa comprendi TUTTO" e poi, aprendochiudendoriaprendo gli occhi, puff!, fosse scomparso. In italiano (l'originale è in tedesco) recita all'incirca così

Capisco, sai, il tuo bestemmiare;
ma il mondo non cambia, niente da fare,
l'odio tuo non lo modifica di un pelo
gli uomini sono una schiatta intollerabile.
Ma tu, dimmi, sei forse meno esecrabile?
Proverei con l'amore a sciogliere il tuo gelo.


Non so, fa quasi male a leggerla, credo che sia il gesto più estremo in assoluto il voler mettere in atto quell'ultima riga: a uno sconosciuto poi!
Io non so cosa provano gli aspiranti rocker quando ascoltano i vecchi brani hard rock - quelli perfetti come Since I've been lovin' you dei Led Zeppelin, Bohemian Rapsody dei Queen, For those about to rock degli AcDc e, fortunatamente, molti altri--, forse in fondo al cuore sono invidiosi perché l'egocentrismo di chi suona li porta a pensare che "Cazzo!, quel pezzo dovevo scriverlo io!".
Però so che leggere più volte questa poesia mi provoca (e provocherà) sicuramente anche una punta di invidia, mi fa sentire arido nei suoi confronti...
Ieri pomeriggio ho avuto una discussione con una persona sfuggente a proposito della non evoluzione umana nel corso del tempo, lì per lì non sapevo come smontare le sue tesi (mi diverte stuzzicarla) e mi aveva quasi convinto del nostro perpetuo ripetersi degli errori, una vita dopo l'altra, e della nostra non ricerca di risposte verso le Domande che ci porterebbero a una sorta di evoluzione (da dove veniamo? chi siamo? perché siamo... e altri punti interrogativi che solitamente vengono fuori dal tepore della signorina charas per poi essere dimenticati al mattino seguente).
Mi è venuto in mente anche questo leggendo quella poesia, non so ancora bene perché ma ho sentito il bisogno di scrivere di getto per non dimenticarmi del momento attuale.
Ora so che almeno qualcuno si è evoluto, innalzato a un livello più alto, in un giorno del 1902 chissà dove, forse in camera sua con la finestra aperta sull'universo che passeggia aspettando l'ora del the.
Quell'uomo è Hermann Hesse.
Io devo, fin da ora, impegnarmi per diventare almeno comparabile a lui nel corso della mia vita - non come scrittore, quella è una guerra persa, ma come essere umano munito di coscienza.

sabato 23 aprile 2011

AVREI DOVUTO SAPERLO.


Stai leggendo, quindi "Eccoti".
Hai cinque minuti di tempo?, sei in casa o comunque riesci a ritagliarti uno spazio da sola?

Ieri stavo tornando alla base insieme a Rachel (la mia auto), avevo in testa quei mille pensieri che paradossalmente te la rendono vuota: l'inconscio mi guidava verso casa, l'io decise di ascoltare l'ultimo cd dei Foo Fighters per non assopirsi del tutto.

E, improvvisamente, ti ho pensata.

Cioè: non tu, o forse sì, non so, non ho idea di chi tu sia, forse ti conosco benissimo e senza saperlo aspettiamo che un motivo banale alimenti la passione, forse ci siamo visti ieri sera di sfuggita, forse ci siamo fumati insieme una sigaretta all'uscita dal lavoro, forse ci vedremo il prossimo mese, forse ci sfioreremo senza riconoscerci, forse non ci vediamo da un paio di settimane e giochiamo a dimenticarci, non è questo il punto: non ti ho idealizzata fisicamente - non mi interessa, ora.

Ma mi sei venuta in mente, questo conta.

E così ti scrivo, come fossi il professor Ismael di Oceanomare, perché tu un giorno possa leggere che ora - all'alba del 22 aprile 2011 - ho provato il desiderio di vederti eccetera.

Avevo la mente sgombra, l'auto col pilota automatico, il silenzio intorno e mister Dave che cantava.
Fino a qui tutto normale, insomma.

E poi le cose succedono, così, inaspettate, come se la vita stessa fosse una sorta di serendipità perpetua.
Ho sentito una canzone e ho pensato che la dovevo/devo/dovrò condividere con te, chiunque tu sia.

Sono così egoista da dire che è già la "nostra".

"Lay your hands in mine

Heal me one last time"


Mi piacerebbe che tu la ascoltassi: seduta, al buio, sola, a volume alto.

Forse pretendo troppo, ma ne vale la pena - almeno per me, per capire, per capirmi, per capirti.

E' un po' come se quella canzone mi avesse fatto comprendere che a mancarmi è una persona che non idealizzo.

Boh. In definitiva stamane mi son trovato un capello bianco e in ufficio la mia coinquilina siberiana sostiene che mi "devo" sposare, forse questi sono i primi segnali tangibili dell'apocalisse?

Manchi, essere che non riconosco.

"Through I cannot forgive you yet

No I cannot forgive you yet

To leave my heart in debt

I should have known"