giovedì 14 marzo 2013

ROAD TO KENYA 2013

VIAGGIO (ANDATA)



Ascolto i Pixies. Ho terminato un libro di Palahniuk da meno di cinque minuti (Survivor, comperato nell'agosto 2003. Era quasi l'ora di leggerlo). Il protagonista dirotta un aereo. Dimenticavo: in questo momento sono sull'aereo. Turco, a esser preciso. Credo sia mezzanotte, lo schermo dice che mancano 3 ore e 47 all'arrivo. Nairobi è l'ennesima meta. Conto di ritrovare un altro pezzetto di me, laggiù dove si dice che l'essere umano sia nato.
Africa, dunque. Io e i leoni, quando appena questa mattina la Zooey se ne stava a dormire sul mio braccio, lei e il suo musetto che quando mi guarda sembra dire "Io mi fido di te ma tu non fare lo stesso errore".
Forse questo viaggio servirà ad affrontare la mia codardia; non ho impedito che lei, la gatta alla quale una sera di settembre ho sussurrato "Avrò cura di te", venisse sterilizzata. Certo sì vivo in appartamento, lei stava male eccetera, il fatto è che avrei dovuto imporre la mia volontà e farla diventare mamma, almeno una volta. Pestifera com'è, avrebbe avuto cuccioli da non potere che amare. E invece. Non me lo perdonerò mai. Così il viaggio serve per ritrovarmi. E nel frattempo scappare. Da lei e da quell'italietta che vota ancora una volta quel tale, da chi non ho, dal mio io che non ha impedito la procreazione a una creatura. Il tizio di nome Silvio, poi. Che cosa particolare. Ha passato così tanti anni a imbambolarci col Si-La-Do delle sue concubine che al momento di votare gli italiani si sono riscoperti Bemolli.
La vita è una serie perpetua di errori e fughe o scuse per perdonarsi e giustificare gli sbagli successivi.
C'è un po' di turbolenza, ora.
L'mp3 passa dai Pixies ai Sigur Ros e mi viene da ridere, penso alla sensazione che ho avuto quando ero sugli iceberg e guardo lo schermo davanti con disegnato l'aereo che attraversa l'Etiopia. E' sempre così: si compiono delle cose mentre si pensa ad altre cose. Un po' come il sesso quando se ne fa troppo o l'altra persona inconsciamente comincia a piacerti meno.
Comunque.
Mi auguro che da qualche parte, tra i fenicotteri rosa e i ghepardi e le giraffe e i cuccioli di elefante, ci sia una pozzanghera lì ad aspettarmi.
Chissà, nel riflesso potrei vedere anche te.


APPUNTI VARI

Appena superato l'equatore le palle hanno iniziato a girarmi in senso antiorario.



Passando col pulmino le persone si mostrano salutando. Parrebbe quasi che il segreto del potere stia nel farsi adorare da chi è più forte e numeroso di te.
Il sorriso dei bambini, così puro e innato da cancellare il degrado attorno. Forse è questo il segreto del sorriso. Forse è questo ciò che mi manca: distinguere nelle persone i sorrisi disinteressati dalle paresi melliflue.
I negozi hanno nomi splendidi, sono sicuro di aver visto pure un NAMELESS SHOP.
I saliscendi infiniti
I babbuni per strada
Le kenyote
Il monte Kenya che sta in mezzo a colline travestite da montagne che chi-sa chiama Rift Valley
Gli altopiani danno l'impressione di essere in movimento, quasi che di notte diventino come la roccia della Storia Infinita, in giro a predicare l'avvento del nulla
Lo gnu fotografato un quarto d'ora dalla nascita e ribattezzato gnu entry
I ponteggi in legno
Gli ingorghi di Nairobi
La pioggia. Vedo la terra incapace a trattenerla, i rigagnoli di minuto in minuto più imponenti, le ruote del pulmino che slittano come guidate da un babbo natale fuori stagione. E il cielo, wow!, le nuvole che a strati lo dipingono di un grigio che è blu che è azzurro sporco che è benedizione che è indifferenza-di-chi-bruca che è nero shakerato con l'amore di chi muove i fili della vita. E rimango a guardare quei goccioloni col solito sorriso interiore da ebete di quando mi accorgo che ancora una infinità di eventi saranno in grado di stupirmi, bloccando e allungandomi la crescita. Quell'acqua sporca mi ha purificato molto più delle bottigliette sigillate che bevo durante le pause al lavoro.


SHAPESHIFTER


 
Nottata insonne pensando alle parole giuste da dirle l'indomani prima che sia troppo tardi, alla situazione perfetta o malinconica o indimenticabile o.
Avrebbe detto sì, se solo fossi stato un altro me.
E così mi sono semiaddormentato; con la consapevolezza che le mie contraddizioni ancora una volta avrebbero avuto la meglio. In effetti è successo questo, coi miei dettagli che già vedevo scolorire nei suoi occhi, con le parole non dette e bloccate in gola a solleticare l'incapacità di farmi amare. Il diavoletto sulla spalla sorride pronto a darmi il cinque, l'angioletto scuote la testa più incazzato che deluso e questa volta concordo con lui: che senso ha viaggiare se poi non riesco a condividere le emozioni(?).
Eppure.
Eppure non posso permettermi di perdere la speranza.
Analizzare l'Africa, scindere le sensazioni che mi sta lasciando; vorrei, devo, abbandonare questa carcassa da sconclusionato. Meritare un sorriso. Avrei dovuto saperlo che non era lei invece di aggrapparmi a quegli sguardi che di sicuro significavano altro e non ciò che mi servirebbe. Riderò di tutto questo, un giorno. Continuo a muovermi e la distanza non cambia.
L'Africa me lo sta sussurrando da un po', credo di iniziare a capire le parole di Pessoa che leggevo sottobanco da adolescente.
"Abdica,
e sii re di te stesso".
Il resto è fuffa. Devo terminare il periodo delle stilettate al cuore, sono al limite dell'anemia. E le parole d'amore scritte sul vetro tendono a scomparire, poco importa alimentare o meno la condensa.
Africa, lo sbruffone europeo che è partito spavaldo ora ti chiede aiuto.
Lascia che ti ricordi, lascia che mi dimentichi.


VIAGGIO (RITORNO)

Guardare gli animali della savana negli occhi è una scossa che smagnetizza le certezze.
So che in quel frangente loro non hanno le mie percezioni eppure lo stesso immagino che abbiano cercato di dirmi qualcosa, un monito per il futuro che riuscirò a decodificare presto.


 
Il musetto del ghepardo coi piccoli affianco e tutti e quattro a fissarmi: io lì, un imbecille con la macchina fotografica che quando affronta quegli occhi fa di tutto per restare in silenzio e non tremare, che nel pulmino degli avvistamenti non ero da solo e un uomo con le lacrime credo sia difficile da giustificare anche in un altro continente.
Mi è parso per un attimo, un attimo solo!, che col pensiero il felino mi stesse dicendo di guardare bene, osservare mentre si prende cura dei suoi cuccioli. Che il segreto è tutto lì.
Il tempo, una volta che tornerò in Europa, riprenderà a scorrere. E forse all'opposto io mi bloccherò. Merda. Maledizione al mal d'Africa. Sarebbe così bello spostare lo sguardo dal finestrino dell'aereo e invece che i due sedili vuoti potere vedere marmocchi, i miei!, tre?, quattro?, e la lei-che-verrà a stringermi la mano. Fieri, soddisfatti e fuori dal tempo come quegli elefanti che ho visto accudire i loro piccoli con un tipo di amore che non credevo possibile.



E allora sì!, in quel caso non dovrei temere o giustificare le lacrime.
Forza Liuk, forse così sarà.
Arrivederci, Africa.
E grazie.

martedì 15 gennaio 2013

LABIRINTITI.

SOUNDTRACK OF THE DAY
Territorial pissing – Nirvana
La verità che ricordavo – Afterhours
Hoppipolla – Sigur Ros

Succede che dal nulla capto parole in grado di modificarmi la giornata, di solito nei momenti in cui ho le orecchie in dormiveglia, tipo durante riunioni pranzi lezioni fila in posta o in quel limbo dei discorsi trascinati dove "tu mi parli io ti guardo convinto ma penso a tutt'altro".
A volte invece dò importanza a frasi del tutto innocenti buttate a casaccio – mi capitava anche coi testi delle canzoni, leggevo quelli stranieri convinto che la chiave di lettura della mia vita fosse tutta lì tra gli spazi bianchi delle lettere. Quando i Nirvana hanno inciso NeverMind avevo 11 anni, ricordo che alle medie durante l'ora di disegno chi voleva (io) portava una cassetta da sentire. Era il 91/92, tutti in valle crescevamo sotto il carisma della scia di Freddie Mercury e ascoltare qualcosa di diverso dai Queen (o dal pazzesco esordio di Elio & le storie tese) era impensabile, così scarabocchiando imparavo le traduzioni dei Nirvana. Finii col leggere "Just because you're paranoid / Don't mean they're not after you" e rimasi un poco traumatizzato. A pensarci adesso forse è anche per questo se ho un occhio tatuato sulla spalla, non si sa mai. smile
L'altro ieri invece è successo che me ne stavo tranquillo tra i miei viaggi mentali a pensare a chissàché mentre a lezione si stava procedendo con l'editing di chissàchi e chissàcome mi son ritrovato a scarabocchiare sui fogli di un capitolo di qualche collega. Labirinti, di vari generi. Dai classici quadrati tipo la settimana enigmistica a quelli rotondi, con un occhio a controllare il prof e l'altro che le righe fossero diritte.


 
E avanti così per un dieci minuti, credo. Finché la mia vicina (che quel giorno era tra l'altro una psicologa) prende il foglio, passa col dito su alcuni tracciati poi dice - Ma son tutti senza uscita. Così non ti troveremo mai -.
Credo di aver fatto la solita espressione da ebete per mascherare l'imbarazzo, un mezzo sorriso mentre per recuperare ho disegnato una crepa su un muro a mò di uscita: il risultato, un labirinto inguardabile. Tipo l'impressione che ci fanno le nostre facce quando la sera dopo ci mostrano foto scattate a tradimento in discoteca e l'idea di esser stati fighi si frantuma osservando smandibolate o le pupille commosse.
Così dopo aver richiuso il sorriso e il foglio mi son rimesso a fingere interesse per la lezione, nel mentre controllavo se nella spalla sinistra fosse già ricomparso il solito diavoletto a dirmi che sta storia del labirinto non è campata in aria, che sono asociale, che me ne rimarrò ad annoiare me stesso, che "stai zitto scemo non ti accorgi di pensare ad alta voce?".
E dal labirinto mi è venuto in mente il parco giochi sotto casa dove una volta un qualcosa del genere c'era, anche se l'altezza era credo sul metro e più che a nasconderci si giocava salendo sopra al muretto per correre in equilibrio sul perimetro. Ovviamente cadevo, credo che nel periodo delle elementari abbia lasciato più sangue e croste solo sull'asfalto del campo da calcio all'oratorio. 
Così sono passati gli anni e da allora, per un motivo o per l'altro, è sempre stato un continuo togliersi le croste (delusioni, vittorie dimenticate, rate della macchina, regali da fare, regali da consigliare, balli rifiutati, addii lasciati a metà, bottoni strappati ai concerti, numeri di telefono scordati, corsi abbandonati per pigrizia, discorsi mentali perfetti trasformati in parole al momento sbagliato, fuochi d'artificio guardati al di là del vetro, viaggi di ritorno a fissare il finestrino), come se la vita fosse un perpetuo graffiare. 
E io continuo a mangiarmi le unghie.


Qualche sera fa per far conoscenza si parlava delle scelte, di quella sorta di percorso (per dirla come i poeti della domenica mattina) che è la vita. Nonostante le miriadi di errori (qui si dice "se 'l giu-u a saveisa e 'l vej a pudeisa", cioè all'incirca "se il giovane sapesse e il vecchio potesse") non ho neppure motivo di lamentarmi su chi sono ora – anche perché non sapendo che rispondere al "cosa vorresti fare da grande" sarebbe ridicolo. L'unico pizzico di nostalgia per ciò che non è stato è il guardarsi indietro sempre meno convinto che quelle strade nella nebbia siano vicoli ciechi ma piuttosto sia stato io a credere fossero interrotte tenendo gli occhi chiusi dalla paura.
Non resta che armarsi di sorrisi&chitarra e procedere un passo dopo l'altro verso questo straordinario e assurdo viaggio, magari con lo sguardo alto a intuire quanto è splendido vivere e condividere.
E se ogni tanto si ha la necessità di guardare a terra non è poi una brutta cosa, in fondo le pozzanghere ci riflettono sempre bambini.

sabato 5 gennaio 2013

MI PRENDO E MI PORTO VIA.

SOUNDTRACK OF THE DAY

Be mine - REM
Teenage riot – Sonic Youth
True Love waits - Radiohead

Ieri ho pranzato a Torino in Piazza Vittorio godendomi una splendida giornata fuori stagione, col sole che mi filtrava tra la frangia spettinata. Avevo appena concluso la pratica per il rinnovo del passaporto e prima ancora di decidere il viaggio immaginavo a come ne sarei tornato differente.
E' sempre la stessa storia: ancora non ho fatto qualcosa che già mi proietto compiuto, forse perché così credo di faticare meno nel compierla. Un po' come il ciccione che guarda mediashopping e si immagina già con la tartaruga da frùfrù.
Ricordo per esempio che da piccolo, rinchiuso in un armadio di mio zio c'era un mandolino.
--Era di mio padre-- mi disse una volta.
Mi incuriosiva, guardavo spesso quella strana chitarra bombata in miniatura e se non c'era nessuno provavo a suonarlo.
Ci usciva ben poco, lo capivo già allora, anche se negli anni successivi delle superiori mi son ritrovato ad ascoltare gruppi statunitensi che non avrebbero fatto molto di meglio.
Non dicevo però a me stesso che non ne ero in grado, per una strana associazione di idee se mio nonno aveva conquistato mia nonna con le serenate sotto casa allora un DNA da mandolinista dovevo averlo per forza. Bastava semplicemente trovare l'elica corretta. E negare che di suonarlo, in fondo, me ne importava zero. Avrei preferito completare l'album degli Sgorbions, piuttosto.
Col tempo poi formai varie rockband dimenticandomi di quello strumento e delle serenate, ma questa è un'altra storia.
Dicevo: era una giornata molto calda, aspettavo la birra la pasta pomodoro&olive e tutti i tavoli accanto erano occupati da gente chiacchierona. Mi sentivo bene, coi capelli a ripararmi gli occhi dal riverbero e dagli sguardi indiscreti.
Poi si sa la mente è sciocca e mi è bastato un accenno di un vecchio brano dei REM en passant che taaak!, sono ripiombato indietro di anni, come avessi visto passeggiare un giovane Liuk così estraneo all'io attuale che a testa bassa canticchiava "I’ll strip the world that you must live in
of all its godforsaken greed. I’ll ply the tar out of your feathers. I’ll pluck the thorns out of your feet. You and me. You and me".


Ho bevuto la birra pensando a questa fissa che la gente ha sul cambiare per forza, come se rimanere sé stessi fosse un'onta. Che se si resta uguale si è noiosi e se si cambia si è inaffidabili. Bah.
Se avessi incontrato davvero il Liuk di -diciamo- 5 anni fa, forse non gli avrei stretto la mano però fermato di certo. E lui, lo so, avrebbe alzato lo sguardo risentito spegnendo una qualche canzone dei Radiohead da quello stupido Mp3 che avevo a forma di supposta e sarebbe rimasto in attesa per qualche secondo, la mano in tasca a controllare se il portafogli non era ancora stato scippato.
--Fidati un po' più degli altri-- gli avrei potuto dire --Fai sì con la testa quando ti danno consigli. E non seguirli. Mai--
Se non dovesse scappare (difficile che accada, correre tra la gente lo reputava un qualcosa di poco cool) potrei consigliarli di iscriversi subito alla scuola che sogna e di non dare corda a certa gente virtuale (l'avrebbero utilizzata per un nodo scorsoio). O forse non glielo avrei detto: in fondo le facciate servono a crescere, come dice Brunetta.
Spero perlomeno di non scoprirmi peggiore, se dovessi incontrarlo. Non troppo, almeno. Che poi in fondo chissenefrega. La paura del cambiare non mi tange granché, temevo più di rovesciarmi la birra in quel momento.
Comunque. Alla Holden c'è una persona che scrive davvero bene: cioè, è una donna e scrive da uomo in un modo così, così boh, così wow, una versione femminile a metà strada tra il mio mito Ian McEwan e Salinger. Di solito non mi garba molto leggere racconti di scrittrici che conosco, finisco sempre coll'essere imparziale, riempio le loro storie con particolari di chi le scrive, voce tic vestiti profumi occhiate discorsi scollature efelidi. E del resto la gente in linea di massima continua a non interessarmi granché purtroppo, quindi di riflesso pure i racconti. Lei invece è l'eccezione che speravo di trovare, come quella blogger che blablabla eccetera eccetera. Credo di essere attratto dalle artiste, dalle anime danzanti. Maledizione.
Ri-comunque. La collega holdeniana a un certo punto piazza una frase del tipo "Dopo i trenta tutto è senza impegno, nel senso che nessuno si impegna in niente, e allora mi sono detto perché dovrei farlo io" e ho pensato che a leggerla ora è uno spettacolo, ora che inizia l'anno e uno vanamente stila la lista delle cose che "Cascasse una pannocchia quest'anno farò!".
Iscriversi in palestra, trovare una casa col giardino, pubblicare il libro e finirne uno di Pynchon e Foster Wallace, interrompere una ola allo stadio, chiedere un aumento di stipendio, sgambettare un'ombra, innamorarmi di un'idea e/o di una ragazza, cose così.
Beh, dovrei ringraziarla per i maldipancia che eviterò smile
Dicevo. A fine serata mi son infilato sul solito pullmann traballante e la velocità minima mi ha permesso di ammirare un cielo rosa al di là delle alpi da cartolina ("Troppo caldo, troppo rosa e troppo bello, tempo da terremoto", direbbe mia nonna).
Guardavo dal finestrino che già fremevo pensando ai miagolii che fa Zooey ogni volta che mi avvicino alla porta di casa, probabilmente avrò anche accennato un paio di sorrisi, di quelli che quando vedi qualcuno farli sul tram pensi "ma questo è scemo".


 
Forza Liuk, arriverà il tuo turno, va tutto bene. Hai pure comprato la camicia di Dylan Dog alla Rinascente e una a righe grigionera di CK che ti sta d'incanto.
Forza Liuk, va tutto bene.
Scriverlo in fondo non costa nulla.
Che poi, voglio dire: basta parole. E l'ora di sporcarsi di vita.
STAY TUNED

mercoledì 12 dicembre 2012

VOGLIO L'ERBA VOGLIO (inserire una virgola)

SOUNDTRACK OF THE DAY

Sleep the clock around - Belle and Sebastian
I qualunquisti - Zen Circus
La moda del lento - Baustelle


ORE 7:42 (BAR)
--Hey boss, hai visto che giorno è oggi? Il 12 12 12!!! E' proprio vero, la fine si avvicina.
--Mmmmmh. See, see. Cappuccio e croissant, thanks.

ORE 7:54 (BENZINAIO)
--Ciao Luca, hai visto che giorno è oggi? Il 12 12 12!!! E' proprio vero, la fine si avvicina.
--Già. 20 euro, nel frattempo.

ORE 8:04 (AL LAVORO)
--Capo, hai visto che giorno è oggi? Il 12 12 12!!! E' proprio vero, la fine si avvicina.
--Così pare. Nel frattempo (segue lista infinita di compiti)

ORE 10:35 (TELEFONATA CON UN FORNITORE)
--Buongiorno, ha visto che giorno è oggi? Il 12 12 12!!! E' proprio vero, la fine si avvicina.
--Mh-mh. Dicevamo dei pagamenti...

Niente da fare, la gente è così abituata a dare i numeri che quando ne legge uno solo va in confusione.

Al lavoro è il delirio: di solito in questo periodo non mi dispiace troppo invecchiare in ufficio, non fosse altro per i fornitori che si prodigano nel corrompermi con vino agende e altro vino: purtroppo con la situazione attuale i regalucci son divenuti una chimera, mannaggia. Ho tolto le pile all'orologio, così ogni volta vedo le lancette fisse sulle 16:57 e penso "dai un piccolo sforzo e me ne vò". Anni fa, nel mio trip islandese, mi han fotografato durante la pennica in strada, non avrei mai pensato però di scoprire la mia mente comportarsi così: parole dette in automatico al telefono, ordini compilati al pc, schede varie archiviate –e il cervello in standby a inseguire aurore boreali e un amore che ancora non conosco.


Sto sviluppando una sorta di allergia, mi esce ogni volta che le feste si avvicinano. Sbadigli, puntini rossi tra il pollice e l'indice, occhiaie che mi pesano pur non vedendole allo specchio. Tutti quei preparativi obbligatori per capodanno, i regali, il sorriso stampato da joker, i "come stai" intrisi di benevolenza incontrando dei pocopiùcheconoscenti per strada, le entrate in discoteca da 200 euro ("ma c'è anche il panettone eh!")... allergia. Sì, proprio così. Alla gente. Enrico Ruggeri dice di essere allergico agli imbecilli, se non ricordo male. Per molto tempo ho pensato di svilupparmi così anche io, finché ho scoperto che in quel modo stavo diventando allergico a me stesso, la situazione è imbarazzante. Sono allergico ai luoghi comuni. smile
Per il resto tutto bene, la Zooey ogni volta che apro la porta scappa per poi girarsi a dire miaomiaomiao con tanto di bacino, è ammmore ne son sempre più convinto.
Poi la adoro nel vederla sfoggiare i suoi 1830 grammi con eleganza ogni volta che la gente dice "ma è piccolina" come se non mangiasse, l'ultima volta han provato con superbia a presentarle un gattone pesante quasi il triplo e questo è stato il risultato:



Fiero di lei, nessun dubbio.
Il resto? smile Alla Holden ho conosciuto (sto conoscendo) un paio di persone interessanti, oro colato in un periodo sociale un po' così così. Una poi scrive in un modo wow, tipo da invidia, poi va beh io al solito mi innamoro subito dei particolari quindi non sono obiettivo smile
Il libro prosegue alla grande, nel senso che è finito ma con l'editing è un po' come se stesse diventando qualcosa di diverso: il protagonista, River, a ogni nuova stesura mi si alcolizza, povero ragazzo ahahah. Scappa scappa, soprattutto da sé, ben sapendo che la paura non ha fissa dimora.
Ah già, l'amour: ho come l'impressione che un prossimo eventuale appuntamento finisca così:


Ho bisogno di una vacanzaaaaaa-ah (o anche solo di qualcuno che mi faccia compagnia per vedere la mostra di Dracula alla Triennale, da solo ho paura ahahah).

Fine dei deliri. Amen.

domenica 3 giugno 2012

BUSCO-ME E NAO ME ENCONTRO.

SOUNDTRACK OF THE DAY
Padania – Afterhours
California queen – Wolfmother
Vera - Verdena


Non sono più così convinto dell'esistenza di un amore impossibile.
Lo vedo ovunque, l'amore, anche in dettagli che mai avrei immaginato –nella maglia coi cerchi disegnati, sul cancello ridipinto di una casa col giardino, tra i gommini dei gatti, nella colla tra le unghie mentre si strappa l'etichetta di un vino corposo.
Ho finito scuola: il diploma non l'ho nemmeno guardato, giusto un'occhiata a controllare se il nome era corretto. Dev'esser da qualche parte, boh, forse nel cassetto della scrivania. Ho una montagna di appunti che forse un giorno rileggerò, non sono fondamentali quanto i gesti e le parole della gente che ha condiviso l'esperienza con me.
Credo di essere migliorato molto, a forza di sentire professori con le loro convinzioni sul bello stile e colleghi che difendevano la loro mediocrità, così ciechi e sordi da scambiarla per bravura incompresa. Quante risate mi sono fatto sentendo giustificazioni e quanto mi rendevano fiero i loro sussurrati "non lo capisco. Scrive e capisce solo lui".
Prima di iniziare, per anni, ho inteso quella scuola come un punto di arrivo, lo scoprire a che livello ero confrontandomi con altre persone che dello scrivere si facevano araldi. Ora so, il che mi fa tornare indietro di quasi vent'anni quando ero convinto di conoscere le cose: ora so, dicevo, che sapere e amare sono i due verbi più indefiniti nel vocabolario.
Ho imparato a ridere. Addirittura mi hanno fotografato e guardandomi sto superando l'iniziale istinto di bruciarle dicendo "quello è il mio gemello scemo". Dovrò abituarmici, a volte sono l'amico immaginario di me stesso. E quel tizio, spesso, ride.
Verso la fine della scuola mi son preso una settimana di tregua, destinazione Lisboa. Anni fa, quando l'ho salutata distratto, non avevo concluso un discorso, così ho scarpinato un pomeriggio fino alla casa di Pessoa cercando di capire che effetto mi avrebbe lasciato. Nel frattempo (era il 2001) sono successe più cose di quante ne possa ricordare e temevo che rivedendolo non avrei provato alcunché. Un po' come quando rivedi una fidanzata e non provi nulla e quasi ti senti a disagio per l'aridità del cuore, nostro pulsante capro espiatorio. Ora vedo l'amore, prima non lo consideravo se non nella sua tragicità. Certo l'essermi accettato costa fatica e non ho ancora raggiunto l'obiettivo, comunque sto bene. Tempo fa quel genio di Aldo Nove ha scritto L'amore osceno, una sorta di autobiografia di un tizio che nella sua vita disagiata non fa altro che ricercare la purezza nella miseria. Per me quella è una poesia di cento pagine. Trovare l'emozione non è difficile, mantenerla sì.
Uno dei protagonisti del mio libro è, anche se non lo ammetterà mai, imbranato. Persino nei sogni riesce a farsi picchiare, a volte neppure lì è l'attore principale. Eppure nella sua mediocrità è riuscito a farmi capire che non sempre lo scontro frontale coi proprio demoni risulta la cosa migliore, mi ha insegnato una sorta di diplomazia. Così, immergendomi nel buio, ho compreso che con un pizzico di malizia anche i demoni del passato si possono tenere a bada. Ogni tanto graffiano e se sono solo li lascio riaffiorare per bersi un thé o rollare un joint, prima di ricacciarli nel limbo. Se tornano il giorno successivo, non li ascolto oppure mangio un Lindor. Magari in futuro diventeremo amici.
C'è così tanto amore intorno; resto ancora dubbioso se prendere un pezzo per me o meno, non vorrei dissolvere tutta l'immagine strappandone un tassello.
Ma che importano le conseguenze, finirò col prenderlo lo stesso!
La bambina di Miss Little Sunshine alla fine del concorso si mette a ballare in modo inappropriato e la presidentessadiplastica della giuria interviene per fermare lo scempio: si avvicina al padre della ballerina sputando la sua borghesia come fosse Verità, al punto di urlare "che cosa sta facendo sua figlia!". Lui guarda il ballo –una sorta di strip-- con vergogna, guarda la vecchia, riguarda la figlia e si accorge finalmente della gioia che la pervade, per la prima volta la vede davvero felice e viva. E nella felicità altrui, essendo contagiosa, ci si rispecchia. La vecchia continua a fissarlo e lui, con amore, risponde "Vuol sapere cosa sta facendo mia figlia? Fa quel che cazzo le pare".
Finché sarò in grado di ballare sgraziato e felice fregandomene delle malelingue, l'amore mi sorriderà. E anch'io, di riflesso.
Questo almeno è ciò che sostiene il mio gemello immaginario. 
Basta rimanere lucidi e ricordare cosa si voleva, una volta che la si sta per ottenere.

sabato 10 dicembre 2011

IL CANTICO DELL'ABBANDONO.

SOUNDTRACK OF THE DAY

12:51 - The Strokes
A vita bassa - Baustelle
Il vitello dei piedi di balsa - Elii

<Come stai Luca?, ah ma sei ancora vivo!?!>
Come sto... qualche mese fa una persona mi ha fatto notare la difficoltà nel rispondere a una domanda del genere, un po' per il disinteresse di fondo nel sentire la risposta e un po' per la difficoltà nell'intraprendere una rapidissima autoanalisi al fine di darla, quella risposta ininfluente.
Ho letto uno splendido romanzo di Zafon che si intitola Marina, scoperto la bellezza dei primi film di Woody Allen, mi sono emozionato quando al ritorno dal lavoro sulla scrivania c'erano i tre figli di Akka ad aspettarmi, sto così.
In questo periodo sono come sdoppiato, con il mio io visibile che si deposita stancamente nel fondo di un gigantesco bicchiere e la mia ombra che sta lì a guardare le forme che lascio per indovinarne il futuro, da buona caffeomante.
Vedo da distante la mia vita sociale di quest'ultimo periodo, decisamente misera: i problemi (o meglio, le situazioni da risolvere) con la nonna, l'abbandono di Rachel, lo stipendio che non arriva, un insieme di eventi mi hanno portato a dimenticare l'esistenza del telefono, dei bar, degli amici –che giustamente mi maledicono.
Esco una sera a settimana esclusivamente per vedere una ragazza che mi piace parecchio, finiamo in pizzeria o in qualche posticino dove servono cocktail e non ci sono persone che conosciamo per poter parlare liberamente di qualsiasi cosa ci venga a tiro, dal rinvangare i tempi passati alle motivazioni per cui non abbiamo ancora figli, dall'ultimo film in programmazione agli assoli di Gilmour in Confortably numb, trascorriamo le ore così che quando torno a casa rimango almeno per qualche tempo con stampato quel sorriso ebete da joker; servisse a qualcosa mi prenderei a schiaffi, perché mai passo il tempo a parlare con una ragazza così bella proprio non riesco a spiegarmelo.
L'ultima volta si è presentata che aveva il paraorecchie, appena l'ho vista - continuo ad avere le fissazioni per i dettagli e quel particolare è uno dei miei punti deboli - le sarei saltato addosso, alla faccia dei discorsi intellettuali.
Ho il cervello sotto sforzo, il libro che sto tentando di scrivere mi sta riscrivendo.
È la prima volta che un qualcosa mi impegna a fondo: nonostante non sappia bene quale sarà la sua storia mi diverte vederlo crescere, osservo quasi stupito il passaggio polpastrelli schermo pc carta. Non ha titolo, forse arriverà alla conclusione come quei genitori che non danno il nome al loro nascituro fin quando non emette il primo vagito. Parla di un orfano nato a Dusseldorf nel 1925, di medici nazisti, di un rocker hippie militante in un gruppo folk-psichedelico (i Soul Stripped II Times, arrivati a sfiorare il successo durante i primi anni 80 aprendo un concerto a Londra ai King Crimson), di un ragazzo di nome Dylan che subisce l'attuale periodo di crisi e vive lasciandosi scivolare i giorni addosso come i personaggi di Camus, di incubi notturni che non sempre si dissolvono all'alba, di una gatta di nome Zooey, di Firenze Glastonbury Christiania e dell'Argentina. Parla di un po' di cose, devo ancora capire bene in che modo lo farà.
Manca appena un mese all'inizio del corso alla Holden e il senso di inadeguatezza inizia ad amplificarsi, non mi sento pronto e allo stesso tempo lo sono da anni.
Brrrrr!, che ansia!, che tutto!, che ...boh.
Me ne torno a risistemare un capitolo. 
Magari domani le telefono. 
Il resto si sistemerà a suo tempo. 
Amen.

STAY TUNED

martedì 25 ottobre 2011

BUILD THE MODER [holden] CHANSONNIER.

SOUNDTRACK OF THE DAY

Il musichiere 999 - Baustelle
Canzone triste – Ivan Graziani
Canzone dell'amore perduto – Faber
Sempre uguale a mai - Dente
 
«Ciao, scusa se son tutto in disordine, volevo tagliarmi i capelli ma temevo non mi avresti riconosciuto.»
«No!, non farlo!, che hai il ciuffo di De André.»

Io ho delle domande. Cose stupide, presumo. Perché il raffreddore mi colpisce quando trascorro un weekend autunnale rinchiuso in casa a riflettere, per esempio. Oppure: perché alcuni nazisti hanno raggiunto il secolo in perfetta salute. Perché quando ci sono manifestazioni ho sempre la sensazione che alcuni casinisti siano poliziotti infiltrati. E ancora: come mai dietro a un qualcosa che reputo una stronzata colossale (film, canzone, guerra, innovazione, libro, moda..) ci sono sempre e comunque gli americani di mezzo. Boh.
In questo mese ho gettato le basi per una svolta, dopotutto fra poco arriverò a quota trentuno e tanto vale recitare la parte dell'uomo non soltanto all'anagrafe.
Ricordo che da bambino osservavo divertito mia madre mentre mangiava una pesca per poi lamentarsi che la gola le si irritava: non capivo perché se una cosa le faceva male ogni tot di tempo perpetuava l'errore. «È che mi piace» rispondeva candidamente, con quel tipo di sorriso che le mamme hanno solo per i loro figli.
Forse, dopo tutti questi anni, ho iniziato a comprenderne il significato: mi sono reso conto di dipendere da un'allergia.
Giorni fa il bisogno di sfuggire a una valle troppo stretta e alienante mi ha portato a tastare un FrecciaRossa: la meta era Firenze, la scusa Elena –e viceversa.
Nel tragitto, per scaldarmi le ossa, sognavo che una ipotetica Lei sognasse che sognassi di averla vicino (ogni volta che salgo su un treno è sempre la prima, mi appare come un qualcosa di anacronistico ma non so bene perché, nonostante che oramai sfiorino i 300 all'ora nella mia testa quando decido "Va bene, prendo il treno" si forma l'immagine della locomotiva di Castelli di rabbia e non del TGV)
Dicevo, Firenze. Essendo città toscana, è un luogo da torcicollo.
Non potevo fare a meno di rimanere estasiato dalla bellezza del campanile di Giotto, mi sentivo felice come una bambina al concerto dei Jonas brothers.
Sculture ovunque, ragazzi che seduti sui gradini disegnavano rapiti le innumerevoli opere sparpagliate per la città, piazze che sorseggiavo a piccole dosi per paura di indigestioni, elettricità nell'aria e occhi chiusi a immaginare un tragitto di un giorno qualsiasi del maestro Giotto mentre, aggirandosi guardingo tra le case delle famiglie in lotta, si avviava di buonora verso il cantiere di un incredibile campanile a destra di una cupola altrettanto immagnifica. Sì, certo, Elena per correttezza mi ha spiegato che purtroppo, nonostante i gesti di Terzani, alcuni negozi storici sono stati sostituiti da vetrineperfalenebipedi di Roberto Cavalli e altre quisquiglie per maleducati russi e americani vestiti in serie ma niente da fare: ogni piazza ti compare all'improvviso e come una Dea del tempo ti proietta secoli addietro, senza chiederti il permesso, semplicemente, così.
Infine, ineluttabile, l'allergia.
All'Arte.
Mi ritrovai nuovamente al lavoro, il giorno successivo, con quella faccia da ebete che si ha quando si vedono realizzate utopie, del tipo: il Toro in serie A, un aumento di stipendio, lo specchio che dice «Sei più figo di me», la benzinaia che ti regala il pieno, cose così.
L'Arte mi fa stare bene, ma è un bene destinato a seccare rapido come il sangue dei cadaveri, così che per rigetto il ritrovarmi nuovamente di fronte i soliti luoghi facce discorsi ogni volta mi crea maggiori difficoltà nel simulare indifferenza, come un tarlo che si insinua nel cervello e dichiara guerra alle sinapsi, araldo della Gloriosa Immutabile Val Chisone.
Fingevo indifferenza, dunque: rinchiuso al calduccio dell'ufficio mi convincevo che in fondo stavo bene così, che il posto fisso è un privilegio –guardati intorno Liuk, quasi nessuno lavora più oramai.
E niente, stavo per rassegnarmi al solito trantràn quando ho ripensato a ciò che ero quando frequentavo le superiori, col mio caschetto da bambino, le poesie di Rimbaud sottobanco, i NoFx nel walkman, il quaderno dei pensieri perduti che condividevo con la vicina, la vita davanti a fissarmi incuriosita come fossi un palloncino disegnato col sangue. Ero così, non mi limitavo ad osservare i miei gesti col grandangolo come negli ultimi anni.
Da una parte il posto fisso mi dà da vivere, dall'altra le persone e i discorsi interessanti mi fanno vivere: avevo bisogno di prendere una decisione, muovermi o scegliere di cementificarmi.
La cosa assurda, conoscendomi, è che ho deciso di scrollarmi la paura, innalzarmi: ho semplicemente pensato –Liuk, ok, a Firenze sei stato bene e hai ripreso a suonare, ma in fondo qual è il tuo desiderio più grande, a parte fidanzarti con Zooey Deschanel?
È stato un attimo, di quelli al rallentatore dove ogni volta, a ripensarci, compaiono nuovi dettagli: il cuore mi ha indicato che sarebbe felice, e io con lui, se diventassi uno scrittore –o giù di lì.
Preso dall'entusiasmo mi sono iscritto al corso della scuola Holden, sicuro che non avrebbero neppure aperto la mail di richiesta... il Destino (o meglio: Lachesi) però al solito ingarbuglia i fili e per qualche strana congiunzione astrale non solo l'hanno letta ma sono pure stato ammesso!
Tornerò sui banchi di scuola, so che dovrei esserne terrorizzato –lì risiedono i futuri Mostri Sacri della letteratura italiana e io sono una pulce che non ha neppure una storiella pronta nel cassetto della scrivania-- ma ora mi godo il momento, come quando ero un ragazzino torno ad addormentarmi col sorriso sognando tante cose belle (e ho pure il ciuffo di De André smile)

STAY TUNED