martedì 12 agosto 2014

PLOT MACHINE, #ILMARE E L’ELENCO PERDUTO.

 
Quindi, da buon uroboro (o forse oroboro? Comunque, quella cosa lì), i cumulonembi estivi mi hanno rovesciato addosso gocce di pioggia e mestolate di apatia, tanto da scivolare al punto zero. Ma quel punto zero che è dentro di noi, un po’ differente dalla matematica. È più la concezione di aver fatto involontariamente un passo indietro pur mantenendo lo sguardo in avanti, credo che su questo modo di vivere molti coreografi abbiano ideato decine di balli estivi (un passo in avanti, un passo in avanti, un passo indietro, un passo in avanti e hop!, unduettrèquattro e giro…)
Quindi (e due) dopo un paio di settimane e chiedermi come poter scrollare il tutto, arriva un messaggio dalla Giorgia su una giornata aggratis all’I-Scream sponsorizzata dalla Holden, una di quelle folgorazioni che ti fan dimenticare i “perché” e li sostituiscono coi “perché no?”
A lezione, dunque. E son stato pure fortunato, che a spiegare c’era la Lucia, davvero grandiosa! Voglio dire: rendere interessante già dal principio l’Ode al pomodoro non rientra tra le cose più semplici, perlomeno per me. È stata una lezione clandestina, di occhiate invisibili e gesti che si sono appiccicati a mò di post-it senza chiedere permesso –come la maggior parte delle cose belle e significative, in fondo.
C’erano foglie accartocciate, brividi a tradimento e tanti tanti elenchi sinceri, un riordino mentale sulle cose che ognuno di noi ha, o quantomeno crede di avere, da dire.
Poi, il caso.
Libromania - sì sì, la casa editrice dell’ebook, casomai qualcuno ancora non lo sapesse... - ha parlato di un concorso su Rai Radio1 di nome Plot Machine, dicendo che per partecipare bastava inoltrare un racconto breve con a tema i social network o la radio.
Senza pensarci – e d’altronde col mio telefonino che continua a non chiamarsi smartphone la scelta è stata ovvia – ho provato a sfruttare l’onda lunga made in Holden ampliando un punto dell’elenco di Lucia. Così, anche se per via di una foglia fuori stagione ho continuato a pensare a tutt’altro, è uscito dal punto 15 quello che ora i più chiamano “Il racconto di Riccardino.” Tra l’altro nelle votazioni libromania mi ha sostenuto, son dettagli che fanno molto piacere visto che nel loro progetto ci credo.
E niente, per ridere ho pensato di chiudere il cerchio (sempre da buon u/oroboro) e rendere il racconto in stile Salinger, senza pretese.
Invece: mi hanno telefonato dalla radio, alle 5 di pomeriggio, con chiamata anonima –e ho pure risposto! L'hanno letto in diretta, con una voce di quelle che rimangono, è stata una soddisfazione, davvero. Alla fine per motivi sconosciuti son arrivato secondo nazionale e non so come prendere il risultato, ma un po’ tutti dicono “è un ottimo piazzamento” quindi (e tre) credo sia andata bene.
"Meglio che primo”: di solito rispondo così.
Il programma è stato divertente, in più l'assemblamento in una storia di vari tweet in tempo reale è stata affidata a Chiara Marchelli, e se qualcuno ha tempo di leggere la sua biografia, parla per lei.
Mi sembra sempre una ladrata vedere il nome in una classifica, non so come spiegare. Sono abituato alle stroncature sul romanzo, non ai complimenti. E iniziavo ad abituarmici, ecco; ci saranno sempre le critiche, per fortuna. 
Scrivere vuol anche dire sputare i propri sentimenti su un foglio, e quanto orribile sarebbe scoprirli condivisi da tutti? L’opinione contraria è un sintomo che non si sta scrivendo qualcosa di ovvio, se non altro. Poi sta allo scrittore distinguere le critiche al testo da quelle alla persona, ma questa è un’altra storia.
Di solito quando ho un libro sottomano e mi chiedono il nome dell’autore, le risposte sono
A) ah sì lui mi piace, ho letto qualcosa
B) ma chi? Quello? Che schifo! Pensa che una volta ha scritto “blablabla” e diceva che “blablabla”, per non parlare di quella volta in tv quando ha detto che “blablabla…
Sì, passa il tempo ma “Chi disprezza compra” resta sul podio degli intramontabili. Sono a metà dell’opera, mi affido alle strategie di libromania per il “compra”. 
(Nel dubbio, il link Per Adesso No. è lì ad aspettarti) :-)
Fa strano abbandonare un romanzo quando ancora non lo si vede camminare da solo, ma la Musa è stronza e come questo tempaccio estivo se ne frega dei programmi altrui.
Cooomunque, il racconto era appunto scritto pensando ad altro, non capisco come possano averlo scelto. Ma liuk!, non farti fisime e raccogli, invece di sparare frasi da fighetto stile “Io non miro al numero uno. Il mio obiettivo è battere il numero uno”


Buon periodo, dunque. E cosa fa l’idiota quando le cose iniziano a migliorare?
Ho dato un colpo alla Bussola delle Buone Intenzioni fino a quando l’ago si è spostato da “Scrittura” a “Musica”.
Non so, ho l’idea che sia il momento di stoppare il nuovo romanzo; visto che stavo trattando di autunno, lacrime e foglie che ingialliscono, gli ultimi avvenimenti casuali mi hanno un attimo distolto l’attenzione, mettiamola così. Le coincidenze esistono in ferrovia, per quanto ne so.
Lascio quel centinaio di pagine a svolazzarmi in testa ricomponendosi come preferiscono, che tanto quando dico “smetto di scrivere” ho la credibilità dei tossici sotto casa.
E poi il primo romanzo è stata una necessità, col secondo vorrei ragionarci su. Un finto stop, ecco. Solo per il gusto di non creare aspettative a me stesso. 
Ho tolto i chiodi alla Musa e ora aspetto che smetta di svolazzarmi intorno per ripicca, devo avere pazienza e riannodare con cura il retino.
È che negli ultimi tempi i sogni di quando mi inciampavo tra i cavi degli amplificatori sul palco si stanno rifacendo vivi. Entrano e non chiedono ‘per favore’, o se c’è qualche altro sogno in composizione.
Trovo che suonare sia più solitario rispetto alla scrittura, anche perché la chitarra la suono in casa mentre il moleskine lo imbratto al bar.
Un altro passo indietro con sguardo in avanti, a pensarci ora.
La cosa buffa è che in questi dieci anni è cambiato un po’ tutto, per quanto mi riguarda: ricordo di non aver mai partecipato, per pigrizia, a un soundcheck. O il solito “sì sì” quando il fonico di turno mi chiedeva se i suoni erano bilanciati. Volevo solo salire sul palco, rivestirmi di una nuova personalità e tanti saluti. Adesso che ho in testa un progetto invece dovrò giostrarmi da solo e non ho idea di come muovermi.
Un altro mondo, sì.
M’è capitato di vedere Neil Young in concerto, un paio di settimane fa. Credo lui abbia la risposta.
Una di sicuro la possiede: leggendo la sua autobiografia, ho sottolineato la frase “Se una cosa non è fantastica, lascia perdere”.
È difficile ma vorrei tramutarla in realtà.
Vederlo suonare col sorriso, a sessantanove anni, di per sé è già una di quelle risposte a prescindere. Lo si poteva fotografare in primo piano e spedire il tutto alla Perugina, con scritto “Un’espressione vale più di mille parole”


Comunque. Il progetto è in fase embrionale, diciamo. Vorrei rivestire di nuovo alcuni brani della mia vecchia vita, credo che una spolverata decisa li possa far rivivere. Ma è la parte nuova a elettrizzarmi, per quanto nebulosa.
Che suonare e scrivere testi di per sé è una stupidaggine. Cioè, se una cosa la sa fare pure l’Apicella di turno, non vedo chissà quali problemi insormontabili.
È che vorrei… insomma, qualcuno ha mai letto Oceano Mare?
Ricordate il pittore, Plasson, che dipingeva il mare con il mare?
Ecco, vorrei un qualcosa del genere. A livello di testo, o a livello di ascolto per chi non fa caso alle parole. Credo sia complicato, o forse lo sarà fin quando crederò che lo sia davvero.
Creare canzoni che abbiano una storia, che siano esse stesse un racconto breve, accompagnate da suoni adatti a rimandare l’ascoltatore nell’immaginario della vicenda. Come per la parte psichedelica di Whole lotta love, dove chiudi gli occhi e sei trasportato in un tunnel stile pallina da flipper.
E nello stesso tempo non ho intenzione di creare cose inascoltabili o brani monostrofa alla Dylan/De Andrè (e chi ci riuscirebbe più, tra l’altro…).
Non so, forse stare sul filo tra il cantautore con aspirazioni punk (ma che ascolta in privato i primi dischi di Ruggeri) e i Baustelle senza barba in prima fila al concerto dei Sigur Ros. Creare, per quanto possibile, un nuovo tipo di sonorità. O un altro punto di vista della musica, che a conti fatti è un po’ quello che provo a fare con le parole.
Dipingere il mare con il mare, e con un buon amplificatore resistente all’acqua.
In fondo dicono che per scrivere un romanzo ci si concentra, da buon pugile che fa a botte con le parole, alla resistenza sui dodici round. Dicono anche che il racconto breve dovrebbe stendere il lettore per KO.
Ecco, scrivendo canzoni/storie vorrei puntare a trasformarle in sali per rinvenire.
Anche se l’essermi comprato un programma (Ableton) per registrare tutto da solo manda in panico, mi ci abituerò. Al panico, intendo. Per qualsiasi cosa siamo accerchiati da eserciti di bipedi che ne sanno più, tanto vale approfittarne.
Idee nuove, quindi (e quattro).
Al solito, ho ripensato alla lezione Holden e agli elenchi, dicendomi “E perché non sfruttarlo? È lì.”
Così ne ho preso uno a caso e senza accorgermene la Musa ha lasciato qualche scaglia sul retino, come incoraggiamento (stile il 6- a scuola dopo una sfilza di insufficienze). Ed è uscito un testo, una canzone già pronta per trequarti, dal titolo #ilmare.
Tanto per tornare a Plasson e il suo dipinto.
È la storia di Jenny, una ragazza che passa la vita a osservare gli altri, dissolvendosi nel riparo di una finestra. E si crea una campana di vetro anche quando esce, quando vede il mare, fino al punto di non rendersi conto che la casa in cui abita è crollata.
La parte che mi interessa di più è strumentale e inizia quando la protagonista preferisce aggrapparsi alla boa invece di immergersi a guardare le meraviglie sott’acqua.
Pensavo al la minore ripetuto in loop per rimandare l’ascoltatore alle onde e a un assolo lungo e semi ipnotico che profumi di sabbia bollente, alghe, della finta libertà offerta su cauzione dal pedalò. Cose così. Ci provo, almeno.
Come al solito, è tutta questione di praticità, come per l’amour.
Per dire: avete presente le farfalle nello stomaco?
È dalla lezione degli elenchi che ci penso (sempre per via della foglia eccetera eccetera)
Credo sia una questione di cura, alla base del successo. Ok, detto così fa molto Piccolo Principe con la Rosa, ma all’incirca il significato è quello.
All’inizio le farfalle iniziano a svolazzarti nello stomaco solleticandolo. La sensazione è piacevole, i colori più vividi, le emozioni acquistano nuove forme, pure la sveglia mattutina ha un ché di armonico. E poi, che accade se lasciamo le farfalle al loro destino, senza neppure un trespolo per riposare? Perdono l’equilibrio, poverette. Il solletico si trasforma in eritema, senza una cura più o meno costante.
Le farfalle precipitano ineluttabilmente, bam bam bam dritte nell’inferno dei succhi gastrici.
E se non si curano i sentimenti, le uniche testimonianze degli attimi di felicità saranno sempre e comunque gli attacchi di acidità allo stomaco.
Quindi (e cinque) tempo al tempo, trespolo innaffiatoio moleskine e pazienza sotto braccio, vediamo l’evolversi.
E tanti belli elenchi da trasformare in qualcosa di concreto, che di cose da raccontare ne abbiamo tutti più o meno consapevolmente.
C’è così tanto, là fuori, pronto a essere colto.
Dovrei parlarne pure io, prima o poi.

"Di lei che rigira una foglia secca fissando un foglio bianco.
Del riflesso di una lacrima quando te l’ho raccolta sul dorso della mano.
Del cortometraggio di Bruce Springsteen che ho visto solo per metà al TG.
Del tizio che nasconde soldi nelle spiagge californiane.
Del tavolo che traballa quando scrivo.
Della vita che traballa quando non scrivo.
Del non distinguere l’indaco guardando l’arcobaleno.
Di Zooey che mi porta un piccione sul letto una volta a settimana.
Di quando guardo gli altri scrivere e mi viene voglia di scappare.
Del parco giochi sotto casa pieno d’erbacce, di come i bambini le strappano per tirarsele addosso.
Delle musichette in sala d’attesa dal dentista.
Della Croce del Sud, di quanto sia alienante notare costellazioni non tue quando oltrepassi l’equatore.
Del divenire invisibile quando sporgi lo scontrino del caffè alle commesse dell’Autogrill.
Di quanto sia bello il termine Mellifluo prima di leggerne il significato.
Di Riccardo che lavora con me e ogni tanto sorride da solo e quando chiedo “Che c’è” non sa rispondere.
Di quanto sia tempo perso amare una persona quando ti corrisponde.
Dei finali incomprensibili di certi romanzi.
Delle antenne delle lumache.
Del malditesta che mi prende se so di dover guidare tanto.
Delle voci degli altri quando cammino con l’iPod spento.
Dell’accordatura di Neil Young usata in Cortez the killer.
Della tonalità pastello nei vestiti dei gerarchi nazisti.
Del finale alternativo di Breakin’ bad.
Del rifugio che credevo segreto quando scappavo dall’oratorio e di come mi sento scemo ogni volta che sento le voci di altri bambini provenire da lì.
Della stupidità del “Ora che sei maggiorenne…”
Dei riflessi del marmo rosa nel Campanile di Giotto.
Della ring road islandese.
Della ragazza che annega nei pensieri degli altri.
Del ragazzo che dice di non avere un senso mentre guarda un documentario sull’ornitorinco.
Di quando ti dicono “La vita è una ruota che gira” e sentendoti quella di scorta domandi al nulla dove hai dimenticato le chiavi del bagagliaio.
Del dare per scontato che gli altri siano migliori, senza mai però voler scambiare un tuo giorno con uno loro. Mai.
Del pugile che a metà combattimento si rende conto di non reggere altri round e la consapevolezza lo libera dal dolore.
Di quanto sia stupido stilare elenchi, se mentre li scrivo tu non sei accanto a me."

[…]

Ecco, questo è quanto. E giusto per smentirmi, ho come l’impressione che domani poserò la chitarra per riprendere il romanzo nuovo. Di posare il romanzo nuovo per farmi furbo, beh, non è ancora il momento, ecco.
I capelli bianchi iniziano dal cuore, ma perlomeno finché non li scoprirò in testa potrò fingere che le forze per realizzare i sogni siano più che sufficienti.
“Le cose belle sono proprio dietro l’angolo!”, sentenzia sardonico l’u/oroboro.

ENJOY

venerdì 4 luglio 2014

LA CONQUISTA DELLA TERZA DIMENSIONE

Cade un vecchio Focus dalla piglia delle riviste da risistemare e leggo un articolo sulle stringhe.
Multidimensionalità. Da piccolino, il primo abbozzo di futuro fu quando vidi Nightmare 6 al cinema. In una scena la protagonista (o l'antagonista, visto che tifavo per mister Krueger) puntava la spada verso lo schermo, lo trapassava, mirava me
Uscii dal cinema immaginando che il prossimo passo sarebbe stato aggrapparsi al cane volante de La storia infinita, attraversare l'atmosfera con Navigator, sentire sulla pelle i circuiti di Terminator. Da allora credo siano trascorsi vent'anni, eppure quando sento pronunciare "Stringhe" mi guardo le scarpe, non penso alle dimensioni del multiverso.


Multiverso, tra l'altro, non più universo. C'è una teoria denominata M che racchiude tutti i principi sulle superstringhe (sapete no?, l'universo che si curva, il continuum spazio temporale di Ritorno al futuro, il salto in avanti, l'inconsistenza dei fotoni, l'espansione di alcune dimensioni dopo il big bang rispetto ad altre, la possibilità di universi con leggi fisiche differenti, cose così. Da nerd rinchiusi in cantina con un libro di chimica e un narghilè.) e paradossalmente non ritiene che la dimensione sia un concetto fondamentale. Giusto per complicare di più il tutto. 
Le classiche domande a cui solo uno scienziato o un oppiomane può rispondere – se si ha la fortuna di porgerle a uno scienziato mentre fuma, chissà, le risposte potrebbero anche rasentare il vero.
Se Mia Martini cantasse ora "Almeno tu nell'UNIverso" il titolo sarebbe meno poetico e più definitivo. Ma dando ascolto alle ultime teorie bisognerebbe eliminare il "se" (inteso come possibilità non concreta) quindi in un altro luogo parallelo Mia la starà cantando proprio ora.
«Lo dice la teoria quantistica» da un po' di tempo è la risposta ai grandi quesiti dell'umanità. 
Aria fritta, in fondo. 
Da bambino a catechismo chiedevo le cose e mi rispondevano coi dogmi, "Perché lo dice la Bibbia". 
Ora domando e mi dicon che è la meccanica quantistica. 
I bambini si riempiono la bocca di domande e gli adulti di non risposte, forse è per questo che le persone meno curiose crescendo prendono le cose per dati di fatto e perdono le sfumature che stanno al di là di ciò che appare. 
Com'è che diceva quell'aviatore? "L'essenziale è invisibile agli occhi."
"Anche il Bosone di Higgs", risponderebbero i geniacci del CERN.
Un po' come se da un lato gli scienziati volessero continuare le ricerche ma con un velo di ipocrisia, con addosso la maschera di Ponzio Pilato. 
Ma – per fortuna il Ma non l'hanno ancora cancellato dalle nostre coscienze – nel progresso, nella tecnologia spiccia, è la conquista della terza dimensione ad affascinarci, e quando si sente parlare di curve la mente torna ai dettagli di Scarlett Johansson. I film in 3D, per dire.
Lord of the Rings ha una dimensione in più rispetto a Star Wars ma questo dato non significa affatto che il primo sia migliore (anche se Jabba the Hutt in 3D sarei curioso di vederlo).
Qualcosa ancora non mi convince, in tutti questi sfarzosi kolossal da vedere alla Warner (o come caspita si chiama adesso); esco dal cinema con quel sapore in bocca tipo quando porto la lei di turno in un ristorante chic per scoprire che oltre a pareti dipinte in terra fiorentina e le sedie comode tutto il resto è un mix di attese, portate insipide e cameriere tutt'altro che attraenti. Adoro Vita di Pi (tratto da un romanzo, sarà un caso?) ma credo che anche senza alcuni effetti il risultato sarebbe stato altrettanto splendido. È ancora per fortuna la storia in sé a fare differenza.
Un po' come se l'effetto speciale abbia annichilito la trama rendendola superflua come il contorno di verdure lesse. 
Tant'è che pare nel cinema ci sia una sorta di bilanciamento delle dimensioni: la maggior parte dei film in 3D acquistano profondità e nello stesso tempo l'effetto speciale estremizzato elimina lo spessore del film. Come dire che i fuochi d'artificio durante il matrimonio non renderanno la storia più duratura e avvincente se prima / dietro / sotto non ci sono altri tipi di affinità.
Forse è per questo che esiste il termine "vita piatta".
In effetti quando combiniamo qualcosa di eccitante aumentiamo la percezione dei sensi più che delle dimensioni (che ne so, ricordo il gusto dell'aria in bocca mentre rimbalzavo col bungee jumpin', per dirne una.)
Eppure tutta questa tecnologia è in ritardo di secoli rispetto ai narratori di storie. Loro sì, che ti sbalzano in altri mondi manco fossimo particelle accelerate.
Il buon scrittore dovrebbe creare storie in grado di rendere il lettore uno yo-yo.
Se si ha la fortuna di imbattersi in un romanzo degno, lettore e autore toccano con mano il piacere psichedelico della sinestesia.
Sentiamo il rumore delle astronavi in atterraggio tra i romanzi di Asimov, percepiamo l'odore di marcio tra i mercati ne Il profumo di Suskind, ci togliamo da dosso il sale dopo aver letto Il vecchio e il mare, visualizziamo le periferie messicane tra le parole di Arriaga, cose così.
Si dice di uno scrittore bravo: "Scrive da Dio", anche se non mi risulta che Dio abbia mai scritto nulla. Per quanto ne so potrebbe pure essere – dandone per scontata l'esistenza, intendo – analfabeta.
Comunque.
Lo scrittore, delle dimensioni, se ne frega; il suo compito è creare frasi, non progetti su Autocad.
E quando una frase passa dall'essere letta all'essere assorbita?
Una buona frase dovrebbe essere soffice come una persona che durante lo shopping domenicale mentre osserva le vetrine si preoccupa di non calpestare le ombre dei passanti; inoltre deve essere altrettanto implacabile, deve azzannare la giugulare del soggetto in questione.
Insomma, una buona frase – e di conseguenza un buon scrittore – è Luis Suarez vestito a festa.


Da un po' di tempo invece il pubblico esige romanzi bidimensionali, sfumature pop porno, investigatori strafighi, i dolori del Giovane Pisellino, le pagine come un mucchio di parole, u.s.a. e getta, slogan da ricopiare sulla Smemo.
Di tutti i sensi, abbiamo innalzato la vista al primo posto.
La conseguenza è che siamo invasi da romanzi "rifacimenti di", da ascoltare con audiolibro mentre si stira o si è fermi in coda, incollati al clacson.
Non c'è mai tempo per leggere. Eppure se si inizia un romanzo avvincente, il tempo scompare.
Lasci "Still life with Woodpecker" a metà prima di andare al lavoro e magari due ore dopo pensi "Cosa starà combinando ora la Principessa Leigh-Cherie?"
È lì il Grande Segreto, la Dimensione Definitiva: un buon libro apre la porta alla percezione di un mondo che è dentro di noi ed è al di fuori di tutto, un luogo nella mente dove le stronzate da meccanica quantistica non vengono menzionate eppure semplicemente esistono.
Un buon libro siamo noi.
Noi, già.
I Radiohead con There there sostengono che "We are accidents waitin' to happen".


La verità – una delle tante, almeno – è che siamo vite raccontate in libri che nessuno sa.
Sta a noi, anche se fino all'ultimo non sapremo il titolo, rendere il racconto di una vita degno di essere ricordato.
Forse è il ricordo collettivo - la sconfitta sull'oblìo - la dimensione da raggiungere. E se poi si vivranno periodi bidimensionali, pazienza..., in fondo anche quando leggiamo abbiam pur sempre la scelta di saltare alcuni capitoli.
Undici dimensioni, quindi.
Eppure è la terza a fare la differenza, una volta compresa.
È un po' com il poetico Quinto Elemento: possiamo fingere di vivere appieno ma quella sorta di sale che dà tridimensionalità al nostro essere è sempre e solo il sentimento.
Amare, amarti, mi rende(rebbe) 3D.

martedì 17 giugno 2014

TEMPI DURI PER I FUORILEGGE.


(ovvero: voli pindarici senza paracadute e altri pensieri che non si concludono o meglio terminano solo quando decido che)



Saltuariamente (lo ammetto: scrivo questo post per poter dire di averne iniziato uno con "saltuariamente") mi dedico a un progetto di cucina, io che cucinare non so. Così, per sentirmi fuorilegge. Si tratta di "Solo un velo di farina" creato da Ljuba Daviè, per dire. 
Va beh, "collaboro" è eccessivo: lei mi manda la foto della ricetta, la lista degli ingredienti e se serve qualche informazione, io ricamo una storia di una o due pagine.
Tipo questa     Bagel di farro
e questa           Magic Cake
È distrazione creativa, o meglio: capitano i periodi in cui non hai stimoli per svolgere la tua attività, quando prendi una biro e pensi "Quindi. E ora?". 
Scrivere di un qualcosa a me estraneo è un ottimo banco di prova, mi aiuta ad allontanare i demoni quando Zooey è impegnata a cacciare le mosche.
È che da buon scorpione ogni tot devo confrontarmi con le insicurezze se no finisco col prendermi sul serio. Di solito quando accade di credere troppo in ciò che dico finisco col litigare perfino con la mia faccia. Vi assicuro che fare la barba a un viso imbronciato è snervante.
Quindi tanto vale mettersi in gioco: forse l'anima non è – se esiste – una semplice massa di elettricità, comunque sia per continuare a vivere necessitiamo di tensione. 
E poi scrivere a un pubblico prettamente femminile (i grandi chef che fanno i fighetti in tivvù sono uomini, ma la cucina è donna) mi porta a usare un registro differente, è una sfida pure questa.
Comunque.
Primo caldo, ferie premettendo (credo quest'anno mi tocchi l'autunno) inizierò a pianificare la destinazione con le solite tessere o i bigliettini. Le tessere mi ricordano Indovina chi?, e già da bambino mi pareva così definitivo il tirar giù caselle. Ero matto per il didò. O i Lego, quelli non a tema. O le mollette della nonna nel cestino sul balcone, costruivo robot giapponesi per liquefare i passanti e le farfalle. Tirerò a sorte nuovi nomi, nuovi posti, sicuro che se tornassi in Islanda ora la troverei differente. Come me, che pure quando evado rimango prigioniero di me stesso. Non vorrei ritornare laggiù a breve ma non so il motivo, sicuro non il timore di restar deluso: in fondo come un po' chiunque pure io mi deludo da sempre eppure continuo a convivermi. È altro, tipo il bisogno di tornare a sgranare gli occhi e riscoprire quant'è bello aprire il moleskine per condividere col pianeta le sensazioni. Esistono animali e posti bellissimi che ancora non ho vissuto con l'inchiostro a portata di penna. Focus e il National Geographic sono fonti inesauribili di curiosità e certe loro informazioni bisogna pur verificarle, prima o poi. 
Dicono che la lucertola Gesù Cristo cammini sulle acque della CostaRica. 
Dicono che le balene durante l'inverno in Baja California siano uno spettacolo, uno spet-ta-co-lo.
Dicono che i koala non siano romantici vegani impazziti ma abbraccino gli alberi per abbassare la temperatura corporea. 
Dicono pure che il Maelstrom norvegese non sia una licenza poetica.
L'unica è indossare il saio di San Tommaso e guardare, poi ascoltare a occhi chiusi e tirare le somme.
Sempre e solo, comunque sia, senza internet smartphone e altre parolacce al seguito. Nessun selfie col rinoceronte di passaggio mi rovinerà l'atmosfera di un tramonto equatoriale; capisco che se non posto nulla su feisbuk la vacanza sarà come se non fosse avvenuta però echeccazzo, niente instagram, nessun messaggio con sotto la dicitura ruffiana "Luca SkyWriter si trova nei pressi di...".
Altro? La Zooey cresce forte e sana, ultimamente ha sostituito il mio braccio destro al tiragraffi rendendomi una copia in t shirt azzurra di Edward ManiDiForbice, spero si stanchi presto. Potrei incatenarla sulla sedia a fissare i Mondiali ma non ho ancora capito qual è la sua squadra preferita.


Per il resto, credo che inciderò nuove canzoni, non so ancora quando. Ho lasciato trascorrere molto tempo dall’ultima volta, le tossine sono finalmente scomparse. È ora di riprendere. Magari iniziando col rivestire vecchi brani, vediamo cosa ne uscirà.
Di coinvolgere altre teste, visto la mia mancanza cronica di buonsenso nel reclutare presunti artisti, non è ancora il momento.
Artisti, strana razza. 
Da fuorilegge in affanno a volte non riesco a risalire la corrente, a volte nemmeno si capisce da che parte stia procedendo.
Certo, perlomeno gli artisti non stuprano l’arredo urbano come quegl’altri, eppure l’impressione è che di entrambi ogni giorno ne nascano migliaia. Schiere di neolaureati con in testa il progetto di un imprescindibile grattacielo sbilenco, musicisti che ti fracassano lo scroto obbligandoti a cliccare mipiace sul loro ultimo brano dalle rime più scontate di Poltrone&Sofà, scrittori che alle mie richieste rispondono con “All’ora, x prima cosa…” e “Ora non posso rispondere o l’esame”.
Artisti che spuntano come funghi, quando la civiltà avrebbe bisogno di stagioni ventose.
((fortuna che non mi legge nessuno se no dovrei smettere per dare il buon esempio))
Forse è solo che non capisco molto il prossimo. Anzi, “il prossimo” è un’espressione ridicola, non trovate? Prima, sempre e comunque c’è chi sta pensando (tu che leggi, io che scrivo), poi una linea di demarcazione e infine “il prossimo”. Tu e gli altri, non c’è da fare.

"Non tutti siamo ossessionati dal baseball o dalla pesca, però tutti siamo ossessionati da noi stessi. Siamo il nostro hobby preferito. Esperti di noi stessi." (C.P.)

E quindi? C’è comunque gente che continua a combattere l’illegalità, anche se tra Expo, Mose ed esili dorati in Italia si respira aria viziata da Prima Repubblica. C’è ancora speranza, ma anche lì Speranza sta diventando più che un ideale un bel nome da dare a una figlia. Mai che venga colto in flagrante un matematico, però: ci sarebbe da ridere sul senso di tangente.
Si sta perdendo il senso delle leggi: a cosa serve la legge quando oramai quasi nessuno più legge?
Le ragazze fan la fila per osannare Miley Cyrus e i ragazzi pregano affinché quelle ragazze imparino bene la lezione.
È un po’ triste, ecco.
Nell’epoca in cui la corruzione e i capelli bianchi partono dal cuore, il Vero Amore è merce proibita. Non che la cosa mi consoli, eh.
Anche il fuorilegge, la parte sana dell’inconscio, è spiazzata.

«Mi spiace d’averti irritato» disse lei. «Non sono tempi facili per chi è principessa.»
«Già. Non sono nemmeno facili per chi è fuorilegge. Non c’è più consenso morale. Nei giorni in cui più o meno si era tutti d’accordo su cosa era giusto e cosa sbagliato, un fuorilegge si limitava a fare le cose sbagliate che andavano fatte, per libertà, bellezza o divertimento. Adesso le distinzioni sono confuse, un gesto deliberatamente sbagliato – ma giusto per il fuorilegge – può essere considerato giusto anche da parecchi altri, il che deve per forza voler dire che a sbagliare è il fuorilegge. Non si possono inclinare i mulini a vento se si rifiutano di star fermi.»
(T.R.)

L’unica per ora è non arrendersi/mi, continuare a confrontarsi con gli altri cercando di capirli il più possibile prima di prendere decisioni, prima di viverne il grado di affinità e catapultarsi su un altro soggetto. Indipendentemente dal risultato.
Proprio come l’Indovina chi?, trovare il senso di cosa si è o di un ruolo consapevole nella società.
Dopo ogni esperienza elimini una tessera, magari con un po’ di fortuna arriverai al giorno in cui ne resterà solo una. È quello il momento che più rasenta la paranoia: il risultato finale, la somma, il momento in cui ti rendi conto che la consapevolezza odora di definitivo.
Per questo si legge, ci si confronta, si combatte: per avere un buon inchiostro quando saremo di fronte a quell’ultima tessera bianca. Quel che succederà dopo, come tutto il resto, è vita.
In fondo l’attività che più abbiamo a cuore (scrivere, giocare a calcio, cucinare, spippettarsi, mangiarsi le unghie, rubare i gessetti colorati, fotografare i gatti, calpestare castelli di sabbia…) aiuta a conoscerci meglio, e chissà se poi una volta di fronte a quell’ultima tessera qualcuno non decida di abbatterla.
In fondo non possiamo essere compresi dagli altri proprio per la nostra natura unica, perché mai dovremmo accettare per forza un ruolo?
Avete presente il discorso delle due metà, che una volta era parte del Simposio di Platone ma oramai i più conoscono come quello di Giacomo, il tizio del trio che fa Tafazzi?


Lì si parla delle due metà del nostro ricercare perennemente la parte a noi mancante per completarci appieno e blablabla (fingendo di non ricordare gli U2 e il loro “We are One but we’re not the same”)


C’è sempre però l’entropia a fottere le migliori intenzioni.
La mela è stata tagliata in due. Ok, un paio di volte nella vita capita di trovare la parte mancante. Ma insomma, nessuno fa caso al succo infinitesimale che è rimasto appiccicato al coltello? Forse è lì la risposta, il motivo delle nostre incomprensioni.
In una delle prime puntate di Breaking Bad, Walter White elenca i componenti del corpo umano e ogni volta a mancare è una percentuale minuscola.
Come se per comprendere ciò che siamo non sia importante analizzare le tessere che abbattiamo ma piuttosto decifrare gli spazi vuoti rimasti tra una tessera e l’altra.
Lavoriamo inconsapevolmente di fantasia, ogni istante.
Siamo gli spazi vuoti delle vignette.
Siamo succhi alla mela.
Siamo l’entropia di noi stessi.
Tempi duri per i fuorilegge, sì.
Per l’Amore, boh, ci sarà un momento, prima o poi. Io son qua.

«Tutti sognamo profusamente, eppure al mattino abbiamo dimenticato il novanta per cento di ciò che è successo. Ecco perché i poeti sono tanto importanti nella società. I poeti ricordano i sogni per noi.»
«Sei un poeta?»
«Sono un fuorilegge.»
«I fuorilegge sono membri importanti della società?»
«I fuorilegge non appartengono alla società. Però possono essere importanti per la società. I poeti ci ricordano i sogni, i fuorilegge li mettono in atto.»
(T.R.)

domenica 6 aprile 2014

ARCHITETTI, FARINA, STRINGHE E FRAMMENTI.

"È necessario credere
Bisogna scrivere
Verso l'ignoto tendere
Ricordati Baudelaire"

Quando decide di soddisfare un'urgenza scrivendo un romanzo, lo scrittore impersonifica per intero la scena iniziale di Inglorious Bastards, dove l'idea è il cumulo di polvere in avvicinamento dell'auto carica di nazisti (le Regole) e lo scrittore è un rude contadino seduto al tavolo della cascina.
Ma è anche una graziosa ragazza (la Forma), è anche un buonissimo latte (i Dettagli), è anche un insieme di rifugiati nello scantinato (Figure Retoriche, Frasi Fatte, Razionalità), è anche una azione violenta (il Filo Logico), è anche un discorso pacato (i Personaggi) e include pure la fuga finale (il Subconscio).
Si perde il controllo, così come l'onanista l'architetto o lo chef; ci si dimentica, ci si abbandona alla mano che è una mente a sé, il corpo controllato da una sorta di fasullo stand-by. Se lo scrittore è bravo e fortunato, a volte accarezza pure l'idea di esser regista.


È lo scopo finale che continua a sfuggirmi.
Compiere azioni per comprendersi, quando in fin dei conti "La vita è un viaggio inspiegabile fatto involontariamente" (diceva Pessoa).
Credo che un ottimo allenamento per capirsi sia perdersi, allentare le cinture dell'autocontrollo.
Ho sempre diffidato da chi ha tutto – almeno così crede – sottocontrollo; passiamo buona parte della vita regolando all'ingiù l'asticella della pazzia per non perdere credibilità di fronte agli altri ("Mi piacerebbe tanto indossare quel cappotto giallo, ma meglio di no, chissà cosa direbbe la gente..."), eppure ogni volta che riconosco chi non si concede un break dalle regole mi prende sempre quel prurito di compassione. Sarebbe bene coltivar la pazzia, in fondo. Travasarla quando necessario, lasciare che adorni il nostro balcone insieme a gerani e basilico. O magari un po' occultata, non importa, va bene anche accanto alla piantina di Maria, basta curarla di tanto in tanto.
Prendere a pugni lo specchio del nostro ego e raccoglierne ogni giorno un frammento differente per notare le sfumature deformate del nostro corpo e delle nostre convinzioni: bum bum bum.
Scrivere senza perdere il controllo significa schiavizzare i personaggi, impedire loro che ti sussurrino all'orecchio "No, quest'azione non la voglio fare", divenire il dittatore del foglio bianco che per contro inchioderà definitivamente in due dimensioni le tue idee scopiazzate, non lasciando spazio al lettore per interpretarle come meglio crede. Tipo quei libri che si leggono mentre si pensa ad altro: un quarto d'ora di Dan Brown è un'azione ben poco differente dal guardare Beautiful mentre si sta stirando.
A volte ci ho anche provato, invidiavo chi confessava che aveva il suo progetto ben definito in testa: com'è possibile ch'io invece non sappia manco cosa preparare a cena? «Ciao, sei al primo libro? Anche io. Stavo pensando a un fantasy, mi mancano due capitoli. Sono cento in tutto, cioè devo ancora scriverlo ma ho tutto in testa, so già tutto.» (Ma va' a caghé, burik).
Ho preso un foglio A2 scrivendoci le azioni di un personaggio del prossimo romanzo, ho scritto "fa questo fa quello va lì dice così pensa incontra..." col risultato che quando ho provato a scrivere ho lasciato un paio di volte il foglio in bianco per poi imbrattarlo con frasi che una volta rilette non centravano nulla coi paletti iniziali.
E per fortuna.
I personaggi dei romanzi sono come l'amore, volatili e improgrammabili.
Quando ho iniziato a scrivere Per Adesso No avevo in testa la scena di un nazista sui quarant'anni che continuava ad alitare sull'aquila del cappello e si sistemava i bottoni della giacca davanti allo specchio. Muoveva i polsini, si avvicinava a controllare i peli del naso. Da lontano voci confuse, soldati americani che tentavano di profanare la magione. La guerra era persa, un'auto lo aspettava per la fuga eppure la maggior preoccupazione di quell'uomo senza nome era di lisciarsi la camicia.
Sicuro che da quell'immagine sarebbe partito un discorso mentale, magari ci sarebbe stato uno scontro prima che terminasse il capitolo. Non mi è dato sapere: l'idea in testa, una volta che è partita la mia mano (come cantava Lucio), si è plasmata in tutt'altro.
Chi crea ha l'occasione di elevarsi, per un variabile periodo di tempo, ad Architetto di Matrix.


Magari sei lì con le mani infarinate e il grembiule sudicio con l'indecisione se aggiungere o meno un pizzico di cumino al pranzo, così preso dalla creatura che guardando dalla finestra ti vien da pensare «Ma come, il mondo non si è fermato a osservarmi?»
La verità è che quando crei qualcosa agli altri non interessa affatto, eppure percepisci la necessità di farlo ugualmente; in più ti dimentichi pure, quando invece per paradosso in molti sostengono che chi crea lo fa per vantarsi. Bah.
Sì, certo, pure agli artisti non piace sentire il brontolio del proprio stomaco, e che caspita.
È solo che la creazione finalizzata al guadagno non è priorità, dubito che l'inventore del denaro fosse anche un poeta.
Frammentarsi e disperdersi per capire se stessi, dunque.
In tutto questo marasma una cosa la ben so: scoprire di vendere un centinaio di copie del romanzo al giorno o leggere una cifra maggiorata sulla busta paga non mi renderebbe affatto più ricco di quando la notte mi sveglia l'improvviso ronronron di Zooey.


Giochiamo a masturbarci il cervello con discorsi sulla meccanica quantistica a metà tra Focus e Mistero ("Da qualche parte nel multiverso esiste un altro me ricco felice e realizzato", "50 km sotto la crosta di una luna di Saturno esiste l'acqua, potremmo trasferirci", "L'Omino Bianco del detersivo è nero, coincidenze? Io non credo" ) o dicendo che a ogni stretta di mano ci scambiamo milioni di elettroni, ma la verità è che miliardi di cellule assemblate non ci hanno reso affatto complicati; anche se il non avere risposte o il non cercare di evolvere ci dovrebbe rendere inquieti, basta un sorriso o il calore di una gatta acciambellata per sentirsi in pace con l'universo.
Per il resto c'è tempo, magari domani, sì.

"Non sono niente.
Non sarò mai niente.
Non posso volere essere niente.
A parte ciò, ho in me tutti i sogni del mondo."


P.s. E non usate la scusa delle cento copie per evitare l'acquisto del romanzo eh ;-), scendi di una riga, clicca sul link!

domenica 16 marzo 2014

IL VUOTO CREA STABILITÀ.

Oggi è il sedici marzo, e i numeri su carta mi inquietano: son passati settantacinque giorni dall'inizio dell'anno e ho già raggiunto la terza infatuazione. Di fatto mi innamoro ogni venticinque giorni, che confusione. Detesto la matematica, anche se la risoluzione di qualche incognita non mi dispiacerebbe affatto.
Sono al parco vicino casa, è fine inverno e il primo caldo mi ricorda che per qualche mese non avrò bisogno durante la notte di Zooey in versione borsa dell'acqua calda.
Vedo i primi fiorellini e l'idea di non conoscere tutti i nomi delle piante mi infastidisce; certo, questa cosa fa molto Into the wild, ma il comandamento che mi sono imposto tempo addietro "Lo scrittore deve sapere l'argomento trattato" presuppone espandere la conoscenza a 360 e qualche grado – cioè girarmi e alla fine vedere da un'angolatura lievemente differente – anche se ciò al momento mi procura più malintesi che altro. Per dire: pochi giorni fa durante un discorso sciocco con la Marty siamo entrati nell'argomento milf, alché m'è scappato che esistono pure le gilf. Da lì a giustificare che il saperlo non significa ususfruirne, è stata dura. La realtà è che una protagonista che ho in testa per il prossimo romanzo potrebbe essere un po' allegra, ma rendendomi conto di quanto suonasse come scusa son restato a metà tra il silenzio e il sorriso ebete, che in fondo è il leitmotiv di quando trascorro la pausa pranzo con lei. Figurone!
Vabbè, dopotutto "Essere compreso significa prostituirsi", diceva Pessoa.
Che poi, voglio dire: scrivere un romanzo è solo l'inizio, una sorta di Stargate verso un universo che lo scrittore affronta insieme ai lettori. Certo; ma qual è lo scopo?
Ogni volta che mi siedo su una panchina a guardare la natura mi assalgono i "perché": dapprima con cortesia, poi – accade spesso quando osservo il cigno del laghetto seguito a distanza dalle anatre – i perché si trascinano enfatizzando la erre con l'arroganza di un formigoni di turno, e lì tendo a cambiare panchina senza rispondermi.
«Perché scrivi se poi nemmanco i tuoi amici ti sostengono?»
«Perché ti poni domande, quando a conti fatti è più facile scoprire un pianeta popolato da tirannosauri con le braccia di giannimorandi piuttosto che un conoscente legga il tuo romanzo?» (<---Ehi, aspetta un attimo, signor invisibile generatore di perché: il romanzo non è mio, e che cazzo, una volta messo in commercio di fatto l'ho donato all'umanità. Mio mi innervosisce, right? E non chiedermi il perché.)
A volte, lo ammetto, ho attimi di sconforto: uno immagina sempre che il proprio operato venga quantomeno preso in considerazione dagli altri, scordando non solo che la realtà è differente, ma anche che comportarsi in modo menefreghista è del tutto naturale. Anni fa ho letto che esiste persino un termine tedesco – Schadenfreude – per definire lo stato di gioia nel vedere un personaggio cadere in disgrazia. Bah. Mi domando se non dovrei chiudere i rubinetti all'empatia prima che questa paradossalmente col suo calcare mi incrosti il flusso di emozioni.
Fregatene, Liuk. Pensa a cosa disse Agota Kristof:
"Prima di tutto, naturalmente, bisogna scrivere. Dopo di che bisogna continuare a scrivere. Anche quando non interessa a nessuno. Anche quando si ha l’impressione che non interesserà mai a nessuno. Anche quando i manoscritti si accumulano nei cassetti e li si dimentica, pur continuando a scriverne altri."
In realtà è tutto più semplice e meno cervellotico: il senso di appagamento che si riceve una volta completato un obiettivo (che sia un romanzo, una torta mimosa, un figlio, un viaggio, un matrimonio, la Champions col Torino a pro evolution) viene prima o dopo sostituito da un ancor più grande senso di vuoto, che in alcuni casi fa scordare del tutto l'appagamento precedente. Merda. Cosa mi è rimasto, a conti fatti, di due anni trascorsi in esperienze e ricerche per la stesura di Per Adesso No?
Un file in formato epub.
E la cosa buffa è che due anni fa nemmanco sapevo cosa fosse un file epub, se me lo avesso domandato avrei detto «Epub? È l'anagramma di Pube.»
Un po' come quando guardavo le ultime puntate di Breakin Bad ed ero pervaso da una eccitazione malinconica; imparavo alcune battute a memoria, analizzavo i filmati godendo delle inquadrature manco fossi l'aiuto regista, esclamavo «Ma dai!» «Nooo» «Figaaata» durante alcuni passaggi risolutivi e nello stesso istante l'idea di una serie TV oggettivamente inarrivabile mi inquietava. "Non vedrai più nulla del genere" mi diceva la vocina rompipalle. 


E già il vuoto di quella mancanza insostituibile mi rovinava le immagini di Walter White e la sua discesa. E adesso? "A che cosa si riduce tutto questo?", cantano i Negrita


Mesi fa ho concluso i corsi alla Scuola Holden ma solo da quando ho strappato quel cordone ombelicale si è manifestata la consapevolezza di quante informazioni mi han tramandato, di quanto quell'atmosfera fosse a me necessaria per quella sorta di utopia che è il Vivere Bene.
Amicizie confronti punti di vista differenti, tutte cose che ora non ritrovo. O forse ritrovo in maniera differente senza rendermene conto.
Dev'essere la Sindrome di fabiofazio, dove ciò che era è sempre migliore di ciò che è.
Mi piacerebbe tornarci e vedere quanto sono cambiato, sì. Lo farò.
Il fatto è che a ogni risveglio ho come l'impressione che qualcosa mi stia sfuggendo. Oltre a sei ore di sonno, intendo. Gli obiettivi prefissi a inizio anno per fortuna al solito non li sto raggiungendo, anche se la bocca impastata e le ossa scricchiolanti ogni mattina mi ricordano che sarebbe bene iscriversi in palestra ed eliminare il tabacco.
Per stare meglio ho pure tentato con l'ammodernare la camera da letto (nuova tinta viola e un quadro di Munch, La danza della vita, che tanto mi garba) eppure a sfuggire è sempre quel nonsoché, come se ogni persona luogo cosa che incontro sia destinata col tempo a non lasciare traccia. Destinati a dimenticarci.


Quando sono più fuso del solito ho l'abitudine a lasciarmi trasportare dai ricordi in modalità random: una serie di immagini collage senza filo logico, tipo: l'odore di un parco ligure seguito dal panorama mattutino color aragosta di Kayenta e di quando alle elementari, travestito da Sioux, dimenticai il monologo durante la recita, e ancora: la volta che con Francesca rovinai una torta, quando sotto una foglia trovai diecimila lire, il record a street fighter 2, la sera d'estate a vedere Matrix in un cinema all'aperto sopra il cassone di un'ape, Stefania che mi parla di iridologia mostrando libri dai titoli interessanti. Immagini così, sconclusionate.
Eppure.
A volte mi chiedo se siano successe davvero, se ripensandole il cervello me le proponga in modo artefatto per ragioni che non comprendo.
Dovessi disegnarti, non ci riuscirei.
Finirei col costruire l'idea che ho di te, non te.
Diventeresti un ibrido, che poi forse è ciò che siamo agli occhi degli altri. Ibridi di noi stessi.
«Quello non sono io...» dico ogni volta che guardo vecchie foto «...sorrido.»
Prima di condividere casa con una gatta non è che avessi granché da sorridere, in effetti. :-)
Comunque sia, il parco dà troppi pensieri, no doubt.
Guardo il cigno e penso che è l'ora di organizzare un viaggio, ricaricare le pile. In fondo l'anno scorso in questo periodo avevo gli occhi pieni di ghepardi ed elefanti, ora mi restano tutt'al più i topi che si nascondono sotto le foglie per salirmi sul braccio mentre sistemo il telo durante la pausa pranzo al bacino di Villar. Caspita.


Credi di sfuggire e vai a sbattere in te stesso, diceva Joyce.
Certo, i soliti Perché mi dicono che vedere luoghi nuovi serve a ben poco se poi al ritorno il vuoto si fa ogni volta più ampio, ma me ne frego.


In fondo è quasi primavera e fa bene pensare che in Japan a breve fioriranno i ciliegi.
Sì ok non siamo lì, però sempre e comunque ci sarà in qualche angolo un qualcosa in grado di emozionarci l'anima. Se per esempio ora si materializzasse Joda o Miyagi potrebbe sussurrare «Sii il ciliegio di te stesso, Liuk», perché no? Non sarebbe un'idea malvagia.
Divenire un ciliegio. E non dare importanza ai soliti che sprecheranno tempo a denigrare i tuoi petali, a dire che il loro tronco ha più anelli, che i loro rami sono più grossi o a pisciare sulla nostra corteccia: se quel ciliegio che sarai farà sorridere te e chi ti è caro, il resto non conta. E se non sorrideranno, tu comunque ci avrai provato e continuerai ad amarli (il Dare/Avere non lo reputavo importante quando studiavo economia, figurarsi in amore!)

Tra l'altro la scorsa settimana ho partecipato a un Funeral Party (che sarebbero feste splendide organizzate da Giorgia – conosciuta alla Holden, te pareva – con tema il rispolvero, attraverso film concerti esibizioni alcool, di un personaggio che per forza di cose non risulta vivente. Il penultimo Funeral Partuy era per e su Salinger, l'ultimo su John Belushi. Per dire).
È proprio la Giorgia una di quelle persone che danno un senso a tutte ste parole sparse per il post, a proposito di vuoti ricerche matematica romanzi breakin bad varie&eventuali; lei è una persona che conosco poco ma emana quell'aura positiva che ti vien voglia di svegliarti dal torpore, scuoterti e pensare "Toh!, guarda, e tutta sta polvere che avevo addosso da dove arriva?" Quando la vedevo a scuola – di solito lei era dietro la scrivania a dire "Ben arrivato" e io in ritardo firmavo il foglio di presenza tutto già agitatofintomenefreghista – ogni volta mi fermavo a pensare "Wow, ma guarda un po' questa, un sorriso così splendente e manco è photoshoppata."
È gratificante sapere che non solo esistono persone simili ma che pure si possono conoscere d'improvviso, magari tu sei di corsa al bar e ta-daan!, un sorriso ti ripara la giornata.
E allora: Smile :-) Smile :-) Smile :-) a tutti voi bella gggente!, oramai il sole è lì lì per tramontare e l'aria del parco si raffredda, meglio ritornare a casa.
...e comprate/leggete il romanzo, mi raccomando!, a tempo perso sto creando una pagina su feisbuk come farebbero i gggiuovini :-)

STAY TUNED




"Guess I got what I deserve
Kept you waiting there, too long my love
All that time, without a word
Didn't know you'd think, that I'd forget, or I'd regret
The special love I have for you
My baby blue"