lunedì 13 ottobre 2014

KATHMANDU PENSACI TU parte 2 di 2

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Fine giornata, una di quelle che forse è la pioggia, forse il mio continuo restare invisibile schivando testardo le secchiate di colori che mi gettano alcune persone, forse è il ripetersi di monasteri senza ancora aver formulato in testa La domanda, insomma: mi sento a mio agio in Nepal. Ma sono fuoriluogo anche qua.

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Arrivato di fronte a una fontana, mi donano una moneta.
"Lanciala nel secchio in mezzo. Se lo centri, il tuo desiderio si esaudirà."
Ho visto un bel po' di gente lanciare senza successo, so di avere una discreta mira eppure quando la ragazza accanto a me si è rabbuiata per aver sprecato il lancio le ho donato la moneta d'istinto.
"Tieni. Ti cedo il mio desiderio", le ho detto.
Che frase da sciocco!
Tra l'altro, cosa potrei desiderare se manco so chi sono? Ad agosto l'ho vista la stella cadente dal balcone di casa e anche allora non ho pensato a nulla.
Mi suona strano desiderare qualcosa in una terra che il destino ha voluto visitassi forse proprio per staccarmi dal desiderio.
Cosa dovrei dire, cosa si aspetta la gente che dicessi?
"Ti prego (chi, poi, con esattezza?!?) fai in modo che venda milioni di copie col romanzo?"
Che tristezza, non è un desiderio, è una imposizione verso gli altri.
Molti desiderano la felicità per i propri famigliari, ma pure in questo caso mi sembra una forzatura, un concetto troppo soggettivo.
Nepal, ho capito che mi stai risintonizzando le frequenze; io non pretendo grandi cose, giusto un segnale che possa perlomeno intuire. Era la ragazza scomparsa nel fumo, il segno? Che stupido.
Liuk, divertiti. Mi han detto che la felicità sarà una naturale conseguenza, che imparando a sorridere uno poi non è più sconvolto dai sorrisi di risposta.

17
"Non essere troppo cerebrale. Non interpretare ciò che leggi per filo e per segno. Dimentica la storia dei desideri, pensa piuttosto a ciò che vorresti essere. Il medico che vorrebbe essere giardiniere non è un medico felice."
Sono ancora indeciso se giudicare i nepalesi troppo saggi o fancazzisti: tergiverso. Magari è la stessa cosa.




18
Oggi sono stato in un tempio tibetano femminile di Vattelapesca, non ricordo il nome del paese.
Ho avvertito un'energia differente, gli occhi che pulsavano. Non è suggestione. Oramai sono in questa terra da qualche giorno e inizio a capire quali leve devo spingere. Davanti a una statua coi denti aguzzi ho domandato non più chi sono ma chi potrei diventare.
Il tutto come sempre a occhi chiusi – voglio dire: nei templi c'è silenzio e si cammina scalzi, dopo un po' si impara anche a vedere senza guardare.
La statua mi ha risposto.
Ok, sto imparando pure che la risposta è dentro di me e quindi ciò che ho sentito in reatà sono le mie parole con la sua voce e blablabla, non importa. Ho visto tutto in modo chiaro. Sono sereno.
All'uscita ho imbrattato un poco il moleskine guardando i bambini monaci giocare a palla schiava.
Non so ancora chi sono ma ora so chi potrei diventare.



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È l'ultima notte di settembre e oggi ho visto come si forma un lago di sangue: se avessi avuto una telecamera avrei potuto formare un time lapse un pochino splatter ma dubito che i più apprezzerebbero il risultato. In effetti lo straaap di una gola è impressionante, anche dopo averne sentiti decine.
Dicevo: è l'ultima notte di settembre, sono a Bakthapur, un paese splendido.
Mi hanno avvertito di dormire coi tappi, che dalle 4 i monaci e i fedeli inizieranno le preghiere nel tempio dedicato a Shiva, casualmente proprio accanto all'ostello.
Potrei fingermi lui e per placare la mia ira richiedere 108 caprette da sacrificare ma insomma, di sangue e sgozzamenti vari ne ho visti fin troppi oggi, può bastare. Mi hanno spiegato che sacrificare animali per quest'occasione non è solo un onore ma anche il modo per mangiare carne. Per un popolo poverissimo che vende gli animali allevati per ricavare qualche rupia, la festa in questione è l'unico giorno dell'anno in cui avranno un menù non da vegetariani coatti. Natale e Pasqua in una botta sola.
Oggi è stata dura: vedevo i figli dei macellai sguazzare a piedi nudi nelle strisciate di sangue, intorno a file infinite di fedeli che aspettavano il turno di venerazione con il loro animale e la ciotola delle offerte. Si narra che dopo la morte, se non abbiamo compiuto una buona vita, ci si dovrà reincarnare 8 milioni e 500 mila volte in altre forme prima di tornare umani e avere una seconda possibilità. Il sacrificio animale è visto anche come un modo per velocizzare il tutto.
L'induismo, pur se primitivo per alcuni aspetti, è affascinante. E i gong continui sono estatici.
Questa è la mia ultima impressione di settembre 2014: siamo un continuo divenire.


20
Una donna rende lo zaino e il portafoglio dimenticato da un turista.
Sento dire "Certo che sono onesti, per essere così sporchi."
"È più sporco il denaro", commento.
E riprendo a camminare, per le strade di una cittadina ricostruita dopo il terremoto del '34, a pochi chilometri dal confine col Tibet. Continuare a camminare, sorridere ai bambini, sorridere a me stesso, amare il Nepal, amare te, amare me. E dopo, superata la risaia, riprendere il cammino. Con un nuovo dettaglio da aggiungere al Mandala della vita.


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Come ogni viaggio esige, questa volta seduto su un furgoncino Wolksvagen anni 70 ascolto The times are a-changin' attraversando un villaggio davvero bellino. Il caso vuole che sia capitato durante la raccolta del riso. Sono seduto e osservo, con l'armonica di Dylan a scandire il ritmo della giornata. È una bella sensazione.


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Bhaktapur. Vista dalla terrazza, noto che il cielo è un'esclusiva per falchi e aquiloni da battaglia.
Vedo l'ombra di un rapace volteggiare tre volte sopra di me, sopra la quiete della città. Immagino sia la mia Lady Hawke. Non alzo lo sguardo per controllare.

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Il Nepal è uno specchio frantumato e in ogni riflesso c'è un io differente.
Masticare il Nepal: concepire la violenza estraniando l'atto in sé dell'uccidere. Non è sadismo ma un gesto di ineluttabile sopravivenza collettiva. Compreso questo, il ci-ciak delle suole quando calpestano il sangue rappreso non è che uno dei mille suoni che accompagnano gli eventi.

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Luca, devi focalizzare.
Focalizza, liuk.



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L'obiettivo di oggi è la Pagoda per la pace nel mondo. Per raggiungerla sto attraversando una foresta tropicale, piena di zanzare libellule giganti farfalle blu scimmie...
Fa caldo, quel caldo che sudi solo nel pensarlo. Eppure. Chissenefrega. C'è questo panorama che, insomma..., si domina la valle di Kathmandu, e dire "Kathmandu" continua a riempirmi la bocca di sogni. Sono fermo al bar fissando l'Universo, qua a Pokhara è un via vai continuo di farfalle!
Leggo che il luogo è stato scoperto dagli hippie durante gli anni 70, c'è un senso di pace che nessuna umidità può distorcere.



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Sua Maestà, Everest.
L'Annapurna, la Dea dell'Abbondanza, mi è apparsa un giorno alle 5 della mattina, così, come le cose belle, senza chiedere permesso.
L'Everest è pazzesco, si erge dietro un'altra vetta come un discolo in punta di piedi che nella foto di fine anno si piazza in ultima fila, non tanto per vergogna quando per poter fare le corna a quello davanti.
Vedere tutta la catena distesa al di sopra delle nuvole non mi ha annullato come credevo, piuttosto ho provato un qualcosa simile a gratitudine.
E poi, l'alba: se esistono momenti che nonostante il perpetuarsi ancora non si riesce a descrivere con esattezza, lei è tra questi. Ogni volta si manifesta con dettagli differenti, è Angelina Jolie che ti si presenta firmata Armani, nuda o Desigual a seconda di variabili sconosciute.
L'Everest che trapassa le nuvole e senza movimenti percettibili saluta con l'ostentazione del pavone mi ha riempito gli occhi. Era lì, a un passo dai cumulonembi e a pochi metri da me. Per un po', giusto il tempo di preparare la macchina fotografica, ho pensato che il rapporto che si stava instaurando tra l'Everest e me era pressoché identico a quello tra me e l'amore: entrambi, per motivi differenti, siamo orizzonte.

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Cosa mi ha insegnato il Nepal; le statistiche dicono che è la settima nazione più povera del pianeta. Kathmandu la seconda al mondo più inquinata. Potrei sciolinare notizie ricavate dai siti italiani (eggià, il belpaese dei sessanta&rotti milioni di abitanti che si credono superiori e al sicuro dai cattivi mistificati al tg...), la domanda che mi porterò al rientro sarà sempre la stessa:
può essere considerata inferiore, rispetto alla tua – sì, alla tua, di te che ora leggi – una nazione popolata da individui – non importa se donne uomini vecchi bambini – che vedendoti provano la naturale Gioia Empatia Cordialità nel pronunciare a mani giunte – con la bocca e con gli occhi – Namasté? Io, io credo di no. Davvero. Non a caso Buddha è nato in Nepal. Non a caso la nazionale nepalese di calcio è la più scarsa del mondo. Ma questa è un'altra storia...

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Una sola solitudine
Tra irrealtà bucoliche.


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La situazione che credevo di dover risolvere, anche grazie al viaggio, era l'eliminazione – o perlomeno un abbassamento – delle aspettative da parte degli altri, soprattutto quando compio gesti a me inusuali. Il Nepal mi sta insegnando tantissimo. Ho iniziato a capirlo quando ho ceduto il mio desiderio a quella ragazza: è stata a mente fredda una azione che non ha spostato gli equilibri del mondo, eppure nei film qualcosa sarebbe accaduto.
La vita, per fortuna, non è un film.
E il Nepal, con la fierezza dei suoi dei – Shiva, in primis – mi ha aperto con la forza gli occhi, in attesa che mi spunti il tezo (oltre a quello che ho tatuato sulla spalla).
"Agli altri di ciò che fai non frega niente, ma proprio per questo sii buono, giusto, soprattutto – nel bene o nel male – cosciente e consapevole delle tue azioni. Fallo per te, ricorda allo stesso tempo che non sei che sabbia che fluttua nel vento cosmico, l'ennesima entropia di te stesso."


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Non credo che la sporcizia di Kathmandu sia sintetizzabile come semplice pattume, che non sia un qualcosa di casuale, al di là della religione e altre considerazioni razionali. Il propagarsi di virus non è, nel caso di questa città, un qualcosa di fine a se stesso.
Kathmandu non è un ricettacolo di virus,
Kathmandu È un agente scatenante.
È probabile che come buona parte delle cose inoculate invisibilmente durante la nostra vita, al ritorno a casa, quando il maldigola e il raffreddore saranno ricordi lontani, senza preavviso esploderà.
Già mi immagino, sveglio in ritardo con l'ansia di andare al lavoro, bagnarmi la faccia e rialzando il volto leggere KATHMANDU sullo specchio.
Non c'è medico che tenga, quando ti svegli e scopri d'essere ammalato di vita.

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Dall'aereo la mappa afferma che il volo di ritorno è iniziato da 3 ore e 16 minuti. Dallo schermo davanti riguardo – e che effetto maestoso quando si rientra - Into the wild. Ma mi attira di più il finestrino: amo l'immenso quando decide di rivelarsi.
Durante i primi viaggi mi soffermavo a osservare le nuvole, su come l'istinto ti volesse sopra di loro a correre senza scarpe. Ora ho imparato a trapassarle: le coordinate dicono che sto sorvolando l'Iran, ed è bellissimo. Bel-lis-si-mo. Chissà attraversala a piedi, quante cose avrà da insegnarmi. Si notano le catene montuose, le strade che chissà dove vorrebbero accompagnare i viaggiatori.
A volte compare quello che potrebbe essere un agglomerato di case. Vorrei vederle, sì.
Il Nepal ha spazzolato via la pelle morta che mi portavo appresso coi pregiudizi.
Riguardo quella strada tortuosa dal finestrino; è la strada dentro ognuno di noi, ne intravedo le biforcazioni continue e i punti ciechi e le buche e il brillio dorato dietro la montagna dove pare la strada finisca.
Ma poi, chissà. Da quassù non si capisce bene se il dorato è dopo, all'arrivo, o è la strada stessa.
Il pianeta che calpestiamo contiene diversi livelli di percezione (il Nepal è strada ma pure cultura, sorrisi, sangue, odori...) ed è fantastico rendermi conto che sono cosciente di sporcarmi di vita. Puoi, posso, arrivare ovunque, quando il viaggio parte dal cuore.
Si diviene immensi, proprio come le distese offerte dal finestrino dell'aereo.
...
Spero che un giorno leggerai anche questi pensieri, Persona-che-incontrerò, magari ti piaceranno.
Nel frattempo divertiti, amore mio. Io ora torno a casa, ho una gatta che mi aspetta.
Namasté.

mercoledì 8 ottobre 2014

KATHMANDU PENSACI TU parte 1 di 2

Ci sono viaggi che scelgono te e non viceversa, o più sinteticamente "c'è pane e Pane", come ripete da tempo rincobanderas.
C'è un lavoro che pare più un trascinarsi verso la fine del mese accontentandosi di una busta paga e del solito comunicato in bacheca stile "Non vi preoccupate la valuta partirà da... sicuri della vostra comprensione...",
c'è uno specchio che al mattino prima di riflettere l'immagine di me con lo spazzolino in bocca si appanna per comporre scritte del tipo "Sicuro di voler vedere lo scempio?",
c'è una gatta che quando preparo la tisana della buonanotte accartoccia la bustina e me la lancia, con l'espressione che fa tanto "Dai liuk, gioca un po' tu ora, ne hai bisogno",
c'è un telefono che resta più spento che altro,
c'è un secondo romanzo che si sta incartando su una dei tre protagonisti e mi fa dannare,
c'è un agosto trascorso in ufficio a far chissàcheccosa,
c'è una bocca che continua a essere amara e piena di saliva, da chiedermi "Ho la rabbia?", da chiedermi "Sputo saliva o sputo sentenze?", da chiedermi "Ho bisogno di una vacanza?", da rispondermi "Sì - Non so - Sì."
Vacanze, quindi.
Vacanza del tipo che non torni più, o meglio: ritorni a casa così differente che è come se l'io della partenza fosse rimasto laggiù e al suo posto si fosse presentato un clone verosimile.
C'è pane e Pane, dunque.
E c'è viaggio e Viaggio.
Il mio si chiama Kathmandu, Nepal.
Una di quelle città che solo a pronunciarle mi si riempiono gli occhi.
E da profano, non posso fare altro che ricopiare le stupidaggini scarabocchiate sul moleskine,
io che di induismo e buddhismo so quasi nulla,
io che a malapena so collocarlo il Nepal e mi limito ad adorare le parole che non finiscono con una vocale,
io che del Nepal conosco più che altro la diceria sull'erba che cresce per la strada,
io che quando ho letto "Il fuso orario è tre ore e quarantacinque minuti" ho pensato "Ma tu guarda, s'è fatto tardi."
E allora, si parte. Vediamo che succede.


1
Arrivo a Bodnath, dove c'è uno stupa gigantesco. Ah sì, un'ora dopo l'atterraggio già imparo una parola: stupa. È una costruzione con raffigurato lo sguardo del Buddha su tutti i lati, almeno credo. Dovrebbe essere un monumento spirituale. All'interno mi pare di capire che non ci si entra ma bisogna girarci intorno in senso orario e farsi trasportare dalle preghiere. Ancora ci capisco poco, quel tipo di poco che più ti sforzi e meno comprendi. Forse il segreto è proprio questo: lasciare inizialmente il razionale da parte.
Liuk, ricorda: l'uomo era già saldamente attaccato alla terra ben prima di conoscere l'esistenza della gravità.
Il Nepal mi accoglie così, tra rumori di campane, preghiere e aerei a disturbare il tutto, moderni serpenti che offrono dall'alto le mele occidentali della vanità.
Scopro che il Dalai Lama quando disegna il Mandala sul pavimento col riso (altro termine nuovo: è un cerchio della vita, da quel che sto capendo nelle prime ore) alla fine della cerimonia getta i chicchi al fiume. Significa che non siamo nulla, mi dicono. Faccio di sì con la testa, scatto una fotografia e resto in silenzio, notando un monaco tibetano estrarre l'iPhone da sotto la sua veste. E che cavolo, pure lui ce l'ha, dovrò farmi delle domande.


2
Entro in un tempio induista con tanto di scritta Please Mind Your Head e taaack!, capisco subito che il Nepal non sarà raccontato dall'occhio della macchina fotografica o dalla raccolta di sillabe che continuo a gettare nel diario. Roba che rischio una storta ogni treperdue ma le sensazioni sono incessanti, in questo luogo. Non solo foto o parole, dicevo. È un insieme ulteriore di suoni, di odori.
Chiudo gli occhi e mi immergo. Il ricordo a occhi chiusi elimina il superfluo, non resta che aspettare. Il Nepal, come me, è un diesel. Bene.



3
Ho raggiunto il luogo delle pire, lo chiamano la Varanasi del Nepal e presto intuisco il motivo.
Il fumo denso brucia gli occhi ma devo vedere meglio lo stesso, sono arrivato da poco e da occidentale medio tendo a considerare la vista come il senso più importante. Se non vedo non esiste, fingendo di ignorare che gli occhi scorgono solo il passato. Per dire: vediamo il sole tramontare quando è già tramontato da qualche tempo. Sono sicuro che a fine viaggio qualcosa imparerò, son preso bene. Comunque, dicevo: i corpi vengono lavati – vabbe', dire lavati in un fiumiciattolo sporco forse è una esagerazione... - prima di essere ricoperti da più strati di un qualche tessuto e ogni tanto sulla pancia noto che poggiano qualcosa tipo carbone, non sono sicuro. Alla fine il corpo rimane una sorta di bozzolo, scorgo solo il viso del defunto. A bocca aperta. 
"Come mai?", mi domando. Il corpo viene poi deposto sulla pira e, mi hanno raccontato, il primogenito darà inizio alla cremazione. Con una torcia brucerà il cadavere. Dalla bocca, appunto. Dalla bocca, caspita.
Ci vogliono circa tre ore affinché non resti altro che cenere, mi informano. Ogni tanto sento dei crepitii e immagino siano intestini e ossa che sfrigolano da sotto gli strati di legna. Non riesco a smettere di guardare e non vorrei guardare allo stesso momento, mi sento in parte Alex DeLarge in piena Operazione Beethoven, ma senza costrizioni.
Scopro che gli induisti venerano circa 33 milioni di divinità e per la prima volta, guardando ancora le pire infuocate e le baracche in lontananza dei cannibali (cannibali sul serio intendo, si tratta di asceti che vestiti di nero escono di notte per cibarsi dei cadaveri. Secondo loro nutrendosi di quella carne possano ampliare anche le anime, o qualcosa del genere) inizio a credere che non sia tutto poi così assurdo. 
Non per uno che in fondo teoricamente alla domenica dovrebbe ingerire senza masticare il corpo di Cristo.
Il fiume è collegato al Gange, i rimasugli verranno gettati e lo raggiungeranno.
"Molti nepalesi vivono però in montagna, sopra i 4mila metri, come possono raggiungere in tempo il paese prima che i morti si decompongano?" Altra domanda.
"Li tagliano a pezzi e lasciano che gli uccelli facciano il loro corso."
"Ah, ok."
Mi viene in mente che qualcosa del genere l'avevo letto in un libro di Tiziano Terzani e d'improvviso un senso di sacralità al tutto mi quieta. 
Fanno sparire il corpo proprio come quel Mandala di riso del Dalai Lama, forse è questo il senso? 
Con questa domanda abbandono le pire, con in testa l'assurda scoperta che l'odore dei morti è decisamente più sopportabile del sudore dei vivi nel tram o al cinema.


4
Di fronte ho una statua adagiata sull'acqua che rappresenta Vishnu in una delle sue innumerevoli rappresentazioni, Narayan. Quando ho sentito pronunciare Narayan m'è venuto in mente un vecchio brano dei Prodigy, da quanti secoli non li ascolto più! Inizio a comprendere che quei 33 milioni di divinità sono per buona parte varie rappresentazioni di Vishnu e Shiva. Il secondo è bello tosto e guerrigliero e ha una moglie di nome Parvati, che a sua volta possiede varie incarnazioni più o meno battagliere tra cui Kali. Ci capisco ancora pochissimo ma ogni passo è sempre più fermo e deciso, mi piace il senso che trasmette questa terra.
La statua che ammiro sarà lunga circa 5 metri, sopra di essa due bambini la stanno truccando e attorno una fila di fedeli con le ciotole piene di fiori e riso (mi pare) sono in attesa che sia pronta per i loro doni. È pieno di serpenti giganti che sostengono Narayan e la musica che sento arrivare da chissà dove mi pare pronunci il nome di Krishna, ma anche in questo caso non sono consapevole del senso. Non importa. Chiudo gli occhi ascoltando il suono delle litanie in loop e immagino la giornata che mi si prospetta. Ho una visione, dopo aver fissato il bracciale a forma di serpente su uno delle braccia della divinità: sangue, sangue, dolore infinito e sofferenza. E mentre le mie membra vengono strappate, prende piede la consapevolezza che tuttò sarà più armonioso, dopo. E poi ancora. Se vedessi volare in questo momento un'araba fenice non mi stupirei affatto. A patto che sappia riconoscerla, intendo.

5
Primi giorni in Nepal e già sto perdendo del tutto quel poco interesse che avevo nel fotografare me, sono poco renzi per fortuna. Giusto un paio e stop. Non so, non ha senso.
È tutto così impregnato di tutto che tutto non ha senso.
E cosa significa il proprio corpo schiacciato bidimensionalmente in una foto, per dimostrare che cosa, a chi? Io, per quanto l'io stia evaporando in Nepal, so di essere qui ora adesso. Mi sento molto George Harrison a passeggio per la Freak Street di Kathmandu, è una sensazione decisamente da yeah. Chissenefrega delle mie foto, certe cose le ricorderò comunque e se la gente non ci crederà, pazienza.

6
Nepal. Se è vero che da ogni viaggio non si torna mai del tutto, questo è ancora differente. Perché per tornare bisogna prima partire, e sì!, questa volta tra odori musiche e rappresentazioni di Vishnu... questa volta sono in viaggio per davvero.

7
Nella Durbar Square di Katmandu vive una dea, la Kumari. Mi fa strano essere così mal vestito di fronte a una dea. Avrà otto anni, forse meno. Si sta affacciando dal balcone, come un papa che non fa discorsi. C'è chi ride di ciò, chi la venera in silenzio. Tutto questo però per quanto mi riguarda non cambia le cose, in fondo la terra era tondeggiante anche quando la si credeva piatta. Lei è una dea, punto. E indirettamente mi ha guardato.

8
Sono finalmente giunto alla Freak Street e come da copione è la zona di Katmandu meno interessante; nessuna radio a tutto volume ad accogliermi coi Beatles o i Floyd, giusto qualche fattone, una ragazza italiana che ora abita a Varanasi col moroso e un ristorante dal nome Penny Lane. Brutto come le aspettative spesso ingannano. Le aspettative sono proiezioni di emozioni, non la realtà. Ma cos'è la realtà?



9
Da adolescente impazzivo per un gioco sulla PS2, Ico. Una poesia, forse qualcuno se ne ricorda.
Era pressappoco la storia di un ragazzo maledetto che doveva prendersi cura di una fata e ogni volta che i due si muovevano non lo facevano autonomamente ma si tenevano per mano.
Vagolando per la città m'è tornato in mente questo: molti ragazzi del posto camminano ancorandosi l'un l'altro come fossero cose preziose. È poesia pura, questa.
Ho chiesto il motivo, la risposta è che sono contenti di vedersi e non vogliono allontanarsi.
Già: la condivisione, che così tanto stride con l'individualità, la quale a sua volta stride con l'annullamente di sé. Questo paese mi appare come un continuo stridere le convinzioni, ma in tutto questo vedere due ragazzi in armonia fa bene al cuore, alla mente, o a quel che è.
Chissà cosa scriverebbero su twitter i nipotini di salvini se fossero qua. Ma poi, chissenefrega, meglio scordare in fretta il luogo di partenza.


10
Ho guardato Shangri-La negli occhi, l'ho appoggiata sulle ginocchia. E l'ho trovata amara. E l'ho ingiuriata, proprio come Rimbaud con la Bellezza.
Sento spesso parlare dell'inferno come di un luogo invisibile, espiatorio senza appello finale, di un luogo – appunto – infernale. Questo perché si dà per scontato che sia peggio dei luoghi terrestri.
La valle di Kathmandu è infernale, ecco.
Sembra che un qualche dio abbia rovesciato per dispetto uno scatolone di Lego, non posso credere che quelle siano davvero abitazioni.
Guardi gli occhi delle persone che infestano questi chilometri quadrati di latrine terre polverose cani spiaggiati motorini col clacson perpetuo e ti chiedi "Ma com'è possibile."
Shangri-La era un ipotetico punto di arrivo, ma ciò che sto compiendo non lo è.
È un passaggio, un iter.
Il viaggio lo si compie e dura una vita, lo si compie alla ricerca di sé. Per questo non potevo pretendere fosse la meta. È un passaggio: bello, doloroso, necessario. Un iter, appunto. Uno di quelli che più di altri necessita di essere ruminato; per anni, chissà.
In fondo, cos'è il tempo?
Lo cantavano gli Ustmamò: "Che cos'è l'eternità / se gli anni ottanta eran tanto tempo fa?"


11
Oggi ho meditato. Letteralmente.
Sono entrato in un tempo buddhista (buddhisti, induisti, qua la tolleranza è di casa).
Insomma, ero seduto coi monaci, entrando in punta di piedi perché non mi reputo mai un turista ma allo stesso modo non riesco a trovarmi agiato in alcun luogo. Sono stato lì dapprima seduto in silenzio ad ascoltarli, col gong incessante vibrato da un bambino che lentamente ha preso sincronia con la mia cassa toracica.
Cos'è il tempo, dicevo.
Il suono ha iniziato a partire da dentro, è scattato un qualche cosa che a freddo proverò a interpretare. Poi è accaduto un altro fatto.
Una stronzata, per chi leggerà, ma non sono forse le stronzate a tenerci aggrappate alla vita?
Ho avuto la sensazione d'esser entrato in sintonia con l'ambiente, con l'aria che vibrava nella stanza, tanto che dopo un'ora la meditazione è terminata e un monaco ha fatto cenno che per oggi era abbastanza. Ripeto, è una stronzata, ma vedere un monaco terminare prima di me rimarrà un ricordo che mi terrò caro per tutta la vita (probabile che quello fosse per lui un semplice riscaldamento ma a essere importante è stato il gesto, of course).
Un pomeriggio mistico, per quanto questo aggettivo sia solo al primo stadio, per me. Mistico.
Ho meditato coi monaci, per la miseria! 
E mi sento bene; mi guardo i kanji tatuati sul braccio e sorrido. Appartengono a una vita fa, una vita in cui ero me stesso ed ero colui che non ricordo.

"Chi volli essere mi dimentica
Chi sono non mi conosce"
recitava il buon Pessoa.

È incredibile come certe frasi imparate secoli fa d'improvviso prendano nuovi significati.
La via verso la conoscenza: non è in fondo questo, il senso della vita?
E se trovassi – o meglio: se qualcuna mi sopportasse – la persona con cui condividere il cammino, non sarebbe più semplice? O forse rimarrei condizionato?
Inizio a credere sempre meno nel verbo avere, assaporando il Nepal mi pare più una limitazione che altro. O forse lo sono i verbi, tutti. Chissà cosa ne direbbe Siddharta. Che tra l'altro qua è raffigurato magro, non come quei bonzoni dorati che si trovano dalle altre parti. Ma ho tempo di riempire le lacune, quando vorrò sapere. Per ora mi limito a osservare.



12
"Avere" è un verbo
"Amore" è un sostantivo
"Tu" è un soggetto
"Io" – senza te – non sono.


13
È tutto troppo presto, troppo veloce.
Un po' come giungere all'illuminazione e rimanere scottato.

14
Un villaggetto, credo Bungamati.
Una ragazza splendida cammina.
Io cammino in direzione opposta.
Ci sorridiamo.
Lei, sotto l'ombrello a ripararsi dal sole, è bellissima.
Io fumo distaccato e indosso la t-shirt blu di Neil Young quindi sono figo di riflesso.
Tre passi - non di più - e ho la necessità di voltarmi, non che stia sognando!
Pure lei ha avuto lo stesso pensiero e ci sorridiamo ancora.
La vita è magnifica. E pure io, quando una persona mi sorride.
...
La leggenda narra che a quel punto Liuk fece tre passi verso di lei e dal nulla comparve un intruso chiedendo al nostro eroe se gli andasse di scambiare una sua sigaretta nepalese con una camel. L'eroe accettò più per cortesia che altro e quando la accese si accorse che della dea non c'era più traccia.
Il Nepal è anche questo, mi sa. Un viavai di dee e scambiatori di sigarette nazionali marcate Surya.

[CONTINUA...] 


martedì 12 agosto 2014

PLOT MACHINE, #ILMARE E L’ELENCO PERDUTO.

 
Quindi, da buon uroboro (o forse oroboro? Comunque, quella cosa lì), i cumulonembi estivi mi hanno rovesciato addosso gocce di pioggia e mestolate di apatia, tanto da scivolare al punto zero. Ma quel punto zero che è dentro di noi, un po’ differente dalla matematica. È più la concezione di aver fatto involontariamente un passo indietro pur mantenendo lo sguardo in avanti, credo che su questo modo di vivere molti coreografi abbiano ideato decine di balli estivi (un passo in avanti, un passo in avanti, un passo indietro, un passo in avanti e hop!, unduettrèquattro e giro…)
Quindi (e due) dopo un paio di settimane e chiedermi come poter scrollare il tutto, arriva un messaggio dalla Giorgia su una giornata aggratis all’I-Scream sponsorizzata dalla Holden, una di quelle folgorazioni che ti fan dimenticare i “perché” e li sostituiscono coi “perché no?”
A lezione, dunque. E son stato pure fortunato, che a spiegare c’era la Lucia, davvero grandiosa! Voglio dire: rendere interessante già dal principio l’Ode al pomodoro non rientra tra le cose più semplici, perlomeno per me. È stata una lezione clandestina, di occhiate invisibili e gesti che si sono appiccicati a mò di post-it senza chiedere permesso –come la maggior parte delle cose belle e significative, in fondo.
C’erano foglie accartocciate, brividi a tradimento e tanti tanti elenchi sinceri, un riordino mentale sulle cose che ognuno di noi ha, o quantomeno crede di avere, da dire.
Poi, il caso.
Libromania - sì sì, la casa editrice dell’ebook, casomai qualcuno ancora non lo sapesse... - ha parlato di un concorso su Rai Radio1 di nome Plot Machine, dicendo che per partecipare bastava inoltrare un racconto breve con a tema i social network o la radio.
Senza pensarci – e d’altronde col mio telefonino che continua a non chiamarsi smartphone la scelta è stata ovvia – ho provato a sfruttare l’onda lunga made in Holden ampliando un punto dell’elenco di Lucia. Così, anche se per via di una foglia fuori stagione ho continuato a pensare a tutt’altro, è uscito dal punto 15 quello che ora i più chiamano “Il racconto di Riccardino.” Tra l’altro nelle votazioni libromania mi ha sostenuto, son dettagli che fanno molto piacere visto che nel loro progetto ci credo.
E niente, per ridere ho pensato di chiudere il cerchio (sempre da buon u/oroboro) e rendere il racconto in stile Salinger, senza pretese.
Invece: mi hanno telefonato dalla radio, alle 5 di pomeriggio, con chiamata anonima –e ho pure risposto! L'hanno letto in diretta, con una voce di quelle che rimangono, è stata una soddisfazione, davvero. Alla fine per motivi sconosciuti son arrivato secondo nazionale e non so come prendere il risultato, ma un po’ tutti dicono “è un ottimo piazzamento” quindi (e tre) credo sia andata bene.
"Meglio che primo”: di solito rispondo così.
Il programma è stato divertente, in più l'assemblamento in una storia di vari tweet in tempo reale è stata affidata a Chiara Marchelli, e se qualcuno ha tempo di leggere la sua biografia, parla per lei.
Mi sembra sempre una ladrata vedere il nome in una classifica, non so come spiegare. Sono abituato alle stroncature sul romanzo, non ai complimenti. E iniziavo ad abituarmici, ecco; ci saranno sempre le critiche, per fortuna. 
Scrivere vuol anche dire sputare i propri sentimenti su un foglio, e quanto orribile sarebbe scoprirli condivisi da tutti? L’opinione contraria è un sintomo che non si sta scrivendo qualcosa di ovvio, se non altro. Poi sta allo scrittore distinguere le critiche al testo da quelle alla persona, ma questa è un’altra storia.
Di solito quando ho un libro sottomano e mi chiedono il nome dell’autore, le risposte sono
A) ah sì lui mi piace, ho letto qualcosa
B) ma chi? Quello? Che schifo! Pensa che una volta ha scritto “blablabla” e diceva che “blablabla”, per non parlare di quella volta in tv quando ha detto che “blablabla…
Sì, passa il tempo ma “Chi disprezza compra” resta sul podio degli intramontabili. Sono a metà dell’opera, mi affido alle strategie di libromania per il “compra”. 
(Nel dubbio, il link Per Adesso No. è lì ad aspettarti) :-)
Fa strano abbandonare un romanzo quando ancora non lo si vede camminare da solo, ma la Musa è stronza e come questo tempaccio estivo se ne frega dei programmi altrui.
Cooomunque, il racconto era appunto scritto pensando ad altro, non capisco come possano averlo scelto. Ma liuk!, non farti fisime e raccogli, invece di sparare frasi da fighetto stile “Io non miro al numero uno. Il mio obiettivo è battere il numero uno”


Buon periodo, dunque. E cosa fa l’idiota quando le cose iniziano a migliorare?
Ho dato un colpo alla Bussola delle Buone Intenzioni fino a quando l’ago si è spostato da “Scrittura” a “Musica”.
Non so, ho l’idea che sia il momento di stoppare il nuovo romanzo; visto che stavo trattando di autunno, lacrime e foglie che ingialliscono, gli ultimi avvenimenti casuali mi hanno un attimo distolto l’attenzione, mettiamola così. Le coincidenze esistono in ferrovia, per quanto ne so.
Lascio quel centinaio di pagine a svolazzarmi in testa ricomponendosi come preferiscono, che tanto quando dico “smetto di scrivere” ho la credibilità dei tossici sotto casa.
E poi il primo romanzo è stata una necessità, col secondo vorrei ragionarci su. Un finto stop, ecco. Solo per il gusto di non creare aspettative a me stesso. 
Ho tolto i chiodi alla Musa e ora aspetto che smetta di svolazzarmi intorno per ripicca, devo avere pazienza e riannodare con cura il retino.
È che negli ultimi tempi i sogni di quando mi inciampavo tra i cavi degli amplificatori sul palco si stanno rifacendo vivi. Entrano e non chiedono ‘per favore’, o se c’è qualche altro sogno in composizione.
Trovo che suonare sia più solitario rispetto alla scrittura, anche perché la chitarra la suono in casa mentre il moleskine lo imbratto al bar.
Un altro passo indietro con sguardo in avanti, a pensarci ora.
La cosa buffa è che in questi dieci anni è cambiato un po’ tutto, per quanto mi riguarda: ricordo di non aver mai partecipato, per pigrizia, a un soundcheck. O il solito “sì sì” quando il fonico di turno mi chiedeva se i suoni erano bilanciati. Volevo solo salire sul palco, rivestirmi di una nuova personalità e tanti saluti. Adesso che ho in testa un progetto invece dovrò giostrarmi da solo e non ho idea di come muovermi.
Un altro mondo, sì.
M’è capitato di vedere Neil Young in concerto, un paio di settimane fa. Credo lui abbia la risposta.
Una di sicuro la possiede: leggendo la sua autobiografia, ho sottolineato la frase “Se una cosa non è fantastica, lascia perdere”.
È difficile ma vorrei tramutarla in realtà.
Vederlo suonare col sorriso, a sessantanove anni, di per sé è già una di quelle risposte a prescindere. Lo si poteva fotografare in primo piano e spedire il tutto alla Perugina, con scritto “Un’espressione vale più di mille parole”


Comunque. Il progetto è in fase embrionale, diciamo. Vorrei rivestire di nuovo alcuni brani della mia vecchia vita, credo che una spolverata decisa li possa far rivivere. Ma è la parte nuova a elettrizzarmi, per quanto nebulosa.
Che suonare e scrivere testi di per sé è una stupidaggine. Cioè, se una cosa la sa fare pure l’Apicella di turno, non vedo chissà quali problemi insormontabili.
È che vorrei… insomma, qualcuno ha mai letto Oceano Mare?
Ricordate il pittore, Plasson, che dipingeva il mare con il mare?
Ecco, vorrei un qualcosa del genere. A livello di testo, o a livello di ascolto per chi non fa caso alle parole. Credo sia complicato, o forse lo sarà fin quando crederò che lo sia davvero.
Creare canzoni che abbiano una storia, che siano esse stesse un racconto breve, accompagnate da suoni adatti a rimandare l’ascoltatore nell’immaginario della vicenda. Come per la parte psichedelica di Whole lotta love, dove chiudi gli occhi e sei trasportato in un tunnel stile pallina da flipper.
E nello stesso tempo non ho intenzione di creare cose inascoltabili o brani monostrofa alla Dylan/De Andrè (e chi ci riuscirebbe più, tra l’altro…).
Non so, forse stare sul filo tra il cantautore con aspirazioni punk (ma che ascolta in privato i primi dischi di Ruggeri) e i Baustelle senza barba in prima fila al concerto dei Sigur Ros. Creare, per quanto possibile, un nuovo tipo di sonorità. O un altro punto di vista della musica, che a conti fatti è un po’ quello che provo a fare con le parole.
Dipingere il mare con il mare, e con un buon amplificatore resistente all’acqua.
In fondo dicono che per scrivere un romanzo ci si concentra, da buon pugile che fa a botte con le parole, alla resistenza sui dodici round. Dicono anche che il racconto breve dovrebbe stendere il lettore per KO.
Ecco, scrivendo canzoni/storie vorrei puntare a trasformarle in sali per rinvenire.
Anche se l’essermi comprato un programma (Ableton) per registrare tutto da solo manda in panico, mi ci abituerò. Al panico, intendo. Per qualsiasi cosa siamo accerchiati da eserciti di bipedi che ne sanno più, tanto vale approfittarne.
Idee nuove, quindi (e quattro).
Al solito, ho ripensato alla lezione Holden e agli elenchi, dicendomi “E perché non sfruttarlo? È lì.”
Così ne ho preso uno a caso e senza accorgermene la Musa ha lasciato qualche scaglia sul retino, come incoraggiamento (stile il 6- a scuola dopo una sfilza di insufficienze). Ed è uscito un testo, una canzone già pronta per trequarti, dal titolo #ilmare.
Tanto per tornare a Plasson e il suo dipinto.
È la storia di Jenny, una ragazza che passa la vita a osservare gli altri, dissolvendosi nel riparo di una finestra. E si crea una campana di vetro anche quando esce, quando vede il mare, fino al punto di non rendersi conto che la casa in cui abita è crollata.
La parte che mi interessa di più è strumentale e inizia quando la protagonista preferisce aggrapparsi alla boa invece di immergersi a guardare le meraviglie sott’acqua.
Pensavo al la minore ripetuto in loop per rimandare l’ascoltatore alle onde e a un assolo lungo e semi ipnotico che profumi di sabbia bollente, alghe, della finta libertà offerta su cauzione dal pedalò. Cose così. Ci provo, almeno.
Come al solito, è tutta questione di praticità, come per l’amour.
Per dire: avete presente le farfalle nello stomaco?
È dalla lezione degli elenchi che ci penso (sempre per via della foglia eccetera eccetera)
Credo sia una questione di cura, alla base del successo. Ok, detto così fa molto Piccolo Principe con la Rosa, ma all’incirca il significato è quello.
All’inizio le farfalle iniziano a svolazzarti nello stomaco solleticandolo. La sensazione è piacevole, i colori più vividi, le emozioni acquistano nuove forme, pure la sveglia mattutina ha un ché di armonico. E poi, che accade se lasciamo le farfalle al loro destino, senza neppure un trespolo per riposare? Perdono l’equilibrio, poverette. Il solletico si trasforma in eritema, senza una cura più o meno costante.
Le farfalle precipitano ineluttabilmente, bam bam bam dritte nell’inferno dei succhi gastrici.
E se non si curano i sentimenti, le uniche testimonianze degli attimi di felicità saranno sempre e comunque gli attacchi di acidità allo stomaco.
Quindi (e cinque) tempo al tempo, trespolo innaffiatoio moleskine e pazienza sotto braccio, vediamo l’evolversi.
E tanti belli elenchi da trasformare in qualcosa di concreto, che di cose da raccontare ne abbiamo tutti più o meno consapevolmente.
C’è così tanto, là fuori, pronto a essere colto.
Dovrei parlarne pure io, prima o poi.

"Di lei che rigira una foglia secca fissando un foglio bianco.
Del riflesso di una lacrima quando te l’ho raccolta sul dorso della mano.
Del cortometraggio di Bruce Springsteen che ho visto solo per metà al TG.
Del tizio che nasconde soldi nelle spiagge californiane.
Del tavolo che traballa quando scrivo.
Della vita che traballa quando non scrivo.
Del non distinguere l’indaco guardando l’arcobaleno.
Di Zooey che mi porta un piccione sul letto una volta a settimana.
Di quando guardo gli altri scrivere e mi viene voglia di scappare.
Del parco giochi sotto casa pieno d’erbacce, di come i bambini le strappano per tirarsele addosso.
Delle musichette in sala d’attesa dal dentista.
Della Croce del Sud, di quanto sia alienante notare costellazioni non tue quando oltrepassi l’equatore.
Del divenire invisibile quando sporgi lo scontrino del caffè alle commesse dell’Autogrill.
Di quanto sia bello il termine Mellifluo prima di leggerne il significato.
Di Riccardo che lavora con me e ogni tanto sorride da solo e quando chiedo “Che c’è” non sa rispondere.
Di quanto sia tempo perso amare una persona quando ti corrisponde.
Dei finali incomprensibili di certi romanzi.
Delle antenne delle lumache.
Del malditesta che mi prende se so di dover guidare tanto.
Delle voci degli altri quando cammino con l’iPod spento.
Dell’accordatura di Neil Young usata in Cortez the killer.
Della tonalità pastello nei vestiti dei gerarchi nazisti.
Del finale alternativo di Breakin’ bad.
Del rifugio che credevo segreto quando scappavo dall’oratorio e di come mi sento scemo ogni volta che sento le voci di altri bambini provenire da lì.
Della stupidità del “Ora che sei maggiorenne…”
Dei riflessi del marmo rosa nel Campanile di Giotto.
Della ring road islandese.
Della ragazza che annega nei pensieri degli altri.
Del ragazzo che dice di non avere un senso mentre guarda un documentario sull’ornitorinco.
Di quando ti dicono “La vita è una ruota che gira” e sentendoti quella di scorta domandi al nulla dove hai dimenticato le chiavi del bagagliaio.
Del dare per scontato che gli altri siano migliori, senza mai però voler scambiare un tuo giorno con uno loro. Mai.
Del pugile che a metà combattimento si rende conto di non reggere altri round e la consapevolezza lo libera dal dolore.
Di quanto sia stupido stilare elenchi, se mentre li scrivo tu non sei accanto a me."

[…]

Ecco, questo è quanto. E giusto per smentirmi, ho come l’impressione che domani poserò la chitarra per riprendere il romanzo nuovo. Di posare il romanzo nuovo per farmi furbo, beh, non è ancora il momento, ecco.
I capelli bianchi iniziano dal cuore, ma perlomeno finché non li scoprirò in testa potrò fingere che le forze per realizzare i sogni siano più che sufficienti.
“Le cose belle sono proprio dietro l’angolo!”, sentenzia sardonico l’u/oroboro.

ENJOY