martedì 17 giugno 2014

TEMPI DURI PER I FUORILEGGE.


(ovvero: voli pindarici senza paracadute e altri pensieri che non si concludono o meglio terminano solo quando decido che)



Saltuariamente (lo ammetto: scrivo questo post per poter dire di averne iniziato uno con "saltuariamente") mi dedico a un progetto di cucina, io che cucinare non so. Così, per sentirmi fuorilegge. Si tratta di "Solo un velo di farina" creato da Ljuba Daviè, per dire. 
Va beh, "collaboro" è eccessivo: lei mi manda la foto della ricetta, la lista degli ingredienti e se serve qualche informazione, io ricamo una storia di una o due pagine.
Tipo questa     Bagel di farro
e questa           Magic Cake
È distrazione creativa, o meglio: capitano i periodi in cui non hai stimoli per svolgere la tua attività, quando prendi una biro e pensi "Quindi. E ora?". 
Scrivere di un qualcosa a me estraneo è un ottimo banco di prova, mi aiuta ad allontanare i demoni quando Zooey è impegnata a cacciare le mosche.
È che da buon scorpione ogni tot devo confrontarmi con le insicurezze se no finisco col prendermi sul serio. Di solito quando accade di credere troppo in ciò che dico finisco col litigare perfino con la mia faccia. Vi assicuro che fare la barba a un viso imbronciato è snervante.
Quindi tanto vale mettersi in gioco: forse l'anima non è – se esiste – una semplice massa di elettricità, comunque sia per continuare a vivere necessitiamo di tensione. 
E poi scrivere a un pubblico prettamente femminile (i grandi chef che fanno i fighetti in tivvù sono uomini, ma la cucina è donna) mi porta a usare un registro differente, è una sfida pure questa.
Comunque.
Primo caldo, ferie premettendo (credo quest'anno mi tocchi l'autunno) inizierò a pianificare la destinazione con le solite tessere o i bigliettini. Le tessere mi ricordano Indovina chi?, e già da bambino mi pareva così definitivo il tirar giù caselle. Ero matto per il didò. O i Lego, quelli non a tema. O le mollette della nonna nel cestino sul balcone, costruivo robot giapponesi per liquefare i passanti e le farfalle. Tirerò a sorte nuovi nomi, nuovi posti, sicuro che se tornassi in Islanda ora la troverei differente. Come me, che pure quando evado rimango prigioniero di me stesso. Non vorrei ritornare laggiù a breve ma non so il motivo, sicuro non il timore di restar deluso: in fondo come un po' chiunque pure io mi deludo da sempre eppure continuo a convivermi. È altro, tipo il bisogno di tornare a sgranare gli occhi e riscoprire quant'è bello aprire il moleskine per condividere col pianeta le sensazioni. Esistono animali e posti bellissimi che ancora non ho vissuto con l'inchiostro a portata di penna. Focus e il National Geographic sono fonti inesauribili di curiosità e certe loro informazioni bisogna pur verificarle, prima o poi. 
Dicono che la lucertola Gesù Cristo cammini sulle acque della CostaRica. 
Dicono che le balene durante l'inverno in Baja California siano uno spettacolo, uno spet-ta-co-lo.
Dicono che i koala non siano romantici vegani impazziti ma abbraccino gli alberi per abbassare la temperatura corporea. 
Dicono pure che il Maelstrom norvegese non sia una licenza poetica.
L'unica è indossare il saio di San Tommaso e guardare, poi ascoltare a occhi chiusi e tirare le somme.
Sempre e solo, comunque sia, senza internet smartphone e altre parolacce al seguito. Nessun selfie col rinoceronte di passaggio mi rovinerà l'atmosfera di un tramonto equatoriale; capisco che se non posto nulla su feisbuk la vacanza sarà come se non fosse avvenuta però echeccazzo, niente instagram, nessun messaggio con sotto la dicitura ruffiana "Luca SkyWriter si trova nei pressi di...".
Altro? La Zooey cresce forte e sana, ultimamente ha sostituito il mio braccio destro al tiragraffi rendendomi una copia in t shirt azzurra di Edward ManiDiForbice, spero si stanchi presto. Potrei incatenarla sulla sedia a fissare i Mondiali ma non ho ancora capito qual è la sua squadra preferita.


Per il resto, credo che inciderò nuove canzoni, non so ancora quando. Ho lasciato trascorrere molto tempo dall’ultima volta, le tossine sono finalmente scomparse. È ora di riprendere. Magari iniziando col rivestire vecchi brani, vediamo cosa ne uscirà.
Di coinvolgere altre teste, visto la mia mancanza cronica di buonsenso nel reclutare presunti artisti, non è ancora il momento.
Artisti, strana razza. 
Da fuorilegge in affanno a volte non riesco a risalire la corrente, a volte nemmeno si capisce da che parte stia procedendo.
Certo, perlomeno gli artisti non stuprano l’arredo urbano come quegl’altri, eppure l’impressione è che di entrambi ogni giorno ne nascano migliaia. Schiere di neolaureati con in testa il progetto di un imprescindibile grattacielo sbilenco, musicisti che ti fracassano lo scroto obbligandoti a cliccare mipiace sul loro ultimo brano dalle rime più scontate di Poltrone&Sofà, scrittori che alle mie richieste rispondono con “All’ora, x prima cosa…” e “Ora non posso rispondere o l’esame”.
Artisti che spuntano come funghi, quando la civiltà avrebbe bisogno di stagioni ventose.
((fortuna che non mi legge nessuno se no dovrei smettere per dare il buon esempio))
Forse è solo che non capisco molto il prossimo. Anzi, “il prossimo” è un’espressione ridicola, non trovate? Prima, sempre e comunque c’è chi sta pensando (tu che leggi, io che scrivo), poi una linea di demarcazione e infine “il prossimo”. Tu e gli altri, non c’è da fare.

"Non tutti siamo ossessionati dal baseball o dalla pesca, però tutti siamo ossessionati da noi stessi. Siamo il nostro hobby preferito. Esperti di noi stessi." (C.P.)

E quindi? C’è comunque gente che continua a combattere l’illegalità, anche se tra Expo, Mose ed esili dorati in Italia si respira aria viziata da Prima Repubblica. C’è ancora speranza, ma anche lì Speranza sta diventando più che un ideale un bel nome da dare a una figlia. Mai che venga colto in flagrante un matematico, però: ci sarebbe da ridere sul senso di tangente.
Si sta perdendo il senso delle leggi: a cosa serve la legge quando oramai quasi nessuno più legge?
Le ragazze fan la fila per osannare Miley Cyrus e i ragazzi pregano affinché quelle ragazze imparino bene la lezione.
È un po’ triste, ecco.
Nell’epoca in cui la corruzione e i capelli bianchi partono dal cuore, il Vero Amore è merce proibita. Non che la cosa mi consoli, eh.
Anche il fuorilegge, la parte sana dell’inconscio, è spiazzata.

«Mi spiace d’averti irritato» disse lei. «Non sono tempi facili per chi è principessa.»
«Già. Non sono nemmeno facili per chi è fuorilegge. Non c’è più consenso morale. Nei giorni in cui più o meno si era tutti d’accordo su cosa era giusto e cosa sbagliato, un fuorilegge si limitava a fare le cose sbagliate che andavano fatte, per libertà, bellezza o divertimento. Adesso le distinzioni sono confuse, un gesto deliberatamente sbagliato – ma giusto per il fuorilegge – può essere considerato giusto anche da parecchi altri, il che deve per forza voler dire che a sbagliare è il fuorilegge. Non si possono inclinare i mulini a vento se si rifiutano di star fermi.»
(T.R.)

L’unica per ora è non arrendersi/mi, continuare a confrontarsi con gli altri cercando di capirli il più possibile prima di prendere decisioni, prima di viverne il grado di affinità e catapultarsi su un altro soggetto. Indipendentemente dal risultato.
Proprio come l’Indovina chi?, trovare il senso di cosa si è o di un ruolo consapevole nella società.
Dopo ogni esperienza elimini una tessera, magari con un po’ di fortuna arriverai al giorno in cui ne resterà solo una. È quello il momento che più rasenta la paranoia: il risultato finale, la somma, il momento in cui ti rendi conto che la consapevolezza odora di definitivo.
Per questo si legge, ci si confronta, si combatte: per avere un buon inchiostro quando saremo di fronte a quell’ultima tessera bianca. Quel che succederà dopo, come tutto il resto, è vita.
In fondo l’attività che più abbiamo a cuore (scrivere, giocare a calcio, cucinare, spippettarsi, mangiarsi le unghie, rubare i gessetti colorati, fotografare i gatti, calpestare castelli di sabbia…) aiuta a conoscerci meglio, e chissà se poi una volta di fronte a quell’ultima tessera qualcuno non decida di abbatterla.
In fondo non possiamo essere compresi dagli altri proprio per la nostra natura unica, perché mai dovremmo accettare per forza un ruolo?
Avete presente il discorso delle due metà, che una volta era parte del Simposio di Platone ma oramai i più conoscono come quello di Giacomo, il tizio del trio che fa Tafazzi?


Lì si parla delle due metà del nostro ricercare perennemente la parte a noi mancante per completarci appieno e blablabla (fingendo di non ricordare gli U2 e il loro “We are One but we’re not the same”)


C’è sempre però l’entropia a fottere le migliori intenzioni.
La mela è stata tagliata in due. Ok, un paio di volte nella vita capita di trovare la parte mancante. Ma insomma, nessuno fa caso al succo infinitesimale che è rimasto appiccicato al coltello? Forse è lì la risposta, il motivo delle nostre incomprensioni.
In una delle prime puntate di Breaking Bad, Walter White elenca i componenti del corpo umano e ogni volta a mancare è una percentuale minuscola.
Come se per comprendere ciò che siamo non sia importante analizzare le tessere che abbattiamo ma piuttosto decifrare gli spazi vuoti rimasti tra una tessera e l’altra.
Lavoriamo inconsapevolmente di fantasia, ogni istante.
Siamo gli spazi vuoti delle vignette.
Siamo succhi alla mela.
Siamo l’entropia di noi stessi.
Tempi duri per i fuorilegge, sì.
Per l’Amore, boh, ci sarà un momento, prima o poi. Io son qua.

«Tutti sognamo profusamente, eppure al mattino abbiamo dimenticato il novanta per cento di ciò che è successo. Ecco perché i poeti sono tanto importanti nella società. I poeti ricordano i sogni per noi.»
«Sei un poeta?»
«Sono un fuorilegge.»
«I fuorilegge sono membri importanti della società?»
«I fuorilegge non appartengono alla società. Però possono essere importanti per la società. I poeti ci ricordano i sogni, i fuorilegge li mettono in atto.»
(T.R.)

domenica 6 aprile 2014

ARCHITETTI, FARINA, STRINGHE E FRAMMENTI.

"È necessario credere
Bisogna scrivere
Verso l'ignoto tendere
Ricordati Baudelaire"

Quando decide di soddisfare un'urgenza scrivendo un romanzo, lo scrittore impersonifica per intero la scena iniziale di Inglorious Bastards, dove l'idea è il cumulo di polvere in avvicinamento dell'auto carica di nazisti (le Regole) e lo scrittore è un rude contadino seduto al tavolo della cascina.
Ma è anche una graziosa ragazza (la Forma), è anche un buonissimo latte (i Dettagli), è anche un insieme di rifugiati nello scantinato (Figure Retoriche, Frasi Fatte, Razionalità), è anche una azione violenta (il Filo Logico), è anche un discorso pacato (i Personaggi) e include pure la fuga finale (il Subconscio).
Si perde il controllo, così come l'onanista l'architetto o lo chef; ci si dimentica, ci si abbandona alla mano che è una mente a sé, il corpo controllato da una sorta di fasullo stand-by. Se lo scrittore è bravo e fortunato, a volte accarezza pure l'idea di esser regista.


È lo scopo finale che continua a sfuggirmi.
Compiere azioni per comprendersi, quando in fin dei conti "La vita è un viaggio inspiegabile fatto involontariamente" (diceva Pessoa).
Credo che un ottimo allenamento per capirsi sia perdersi, allentare le cinture dell'autocontrollo.
Ho sempre diffidato da chi ha tutto – almeno così crede – sottocontrollo; passiamo buona parte della vita regolando all'ingiù l'asticella della pazzia per non perdere credibilità di fronte agli altri ("Mi piacerebbe tanto indossare quel cappotto giallo, ma meglio di no, chissà cosa direbbe la gente..."), eppure ogni volta che riconosco chi non si concede un break dalle regole mi prende sempre quel prurito di compassione. Sarebbe bene coltivar la pazzia, in fondo. Travasarla quando necessario, lasciare che adorni il nostro balcone insieme a gerani e basilico. O magari un po' occultata, non importa, va bene anche accanto alla piantina di Maria, basta curarla di tanto in tanto.
Prendere a pugni lo specchio del nostro ego e raccoglierne ogni giorno un frammento differente per notare le sfumature deformate del nostro corpo e delle nostre convinzioni: bum bum bum.
Scrivere senza perdere il controllo significa schiavizzare i personaggi, impedire loro che ti sussurrino all'orecchio "No, quest'azione non la voglio fare", divenire il dittatore del foglio bianco che per contro inchioderà definitivamente in due dimensioni le tue idee scopiazzate, non lasciando spazio al lettore per interpretarle come meglio crede. Tipo quei libri che si leggono mentre si pensa ad altro: un quarto d'ora di Dan Brown è un'azione ben poco differente dal guardare Beautiful mentre si sta stirando.
A volte ci ho anche provato, invidiavo chi confessava che aveva il suo progetto ben definito in testa: com'è possibile ch'io invece non sappia manco cosa preparare a cena? «Ciao, sei al primo libro? Anche io. Stavo pensando a un fantasy, mi mancano due capitoli. Sono cento in tutto, cioè devo ancora scriverlo ma ho tutto in testa, so già tutto.» (Ma va' a caghé, burik).
Ho preso un foglio A2 scrivendoci le azioni di un personaggio del prossimo romanzo, ho scritto "fa questo fa quello va lì dice così pensa incontra..." col risultato che quando ho provato a scrivere ho lasciato un paio di volte il foglio in bianco per poi imbrattarlo con frasi che una volta rilette non centravano nulla coi paletti iniziali.
E per fortuna.
I personaggi dei romanzi sono come l'amore, volatili e improgrammabili.
Quando ho iniziato a scrivere Per Adesso No avevo in testa la scena di un nazista sui quarant'anni che continuava ad alitare sull'aquila del cappello e si sistemava i bottoni della giacca davanti allo specchio. Muoveva i polsini, si avvicinava a controllare i peli del naso. Da lontano voci confuse, soldati americani che tentavano di profanare la magione. La guerra era persa, un'auto lo aspettava per la fuga eppure la maggior preoccupazione di quell'uomo senza nome era di lisciarsi la camicia.
Sicuro che da quell'immagine sarebbe partito un discorso mentale, magari ci sarebbe stato uno scontro prima che terminasse il capitolo. Non mi è dato sapere: l'idea in testa, una volta che è partita la mia mano (come cantava Lucio), si è plasmata in tutt'altro.
Chi crea ha l'occasione di elevarsi, per un variabile periodo di tempo, ad Architetto di Matrix.


Magari sei lì con le mani infarinate e il grembiule sudicio con l'indecisione se aggiungere o meno un pizzico di cumino al pranzo, così preso dalla creatura che guardando dalla finestra ti vien da pensare «Ma come, il mondo non si è fermato a osservarmi?»
La verità è che quando crei qualcosa agli altri non interessa affatto, eppure percepisci la necessità di farlo ugualmente; in più ti dimentichi pure, quando invece per paradosso in molti sostengono che chi crea lo fa per vantarsi. Bah.
Sì, certo, pure agli artisti non piace sentire il brontolio del proprio stomaco, e che caspita.
È solo che la creazione finalizzata al guadagno non è priorità, dubito che l'inventore del denaro fosse anche un poeta.
Frammentarsi e disperdersi per capire se stessi, dunque.
In tutto questo marasma una cosa la ben so: scoprire di vendere un centinaio di copie del romanzo al giorno o leggere una cifra maggiorata sulla busta paga non mi renderebbe affatto più ricco di quando la notte mi sveglia l'improvviso ronronron di Zooey.


Giochiamo a masturbarci il cervello con discorsi sulla meccanica quantistica a metà tra Focus e Mistero ("Da qualche parte nel multiverso esiste un altro me ricco felice e realizzato", "50 km sotto la crosta di una luna di Saturno esiste l'acqua, potremmo trasferirci", "L'Omino Bianco del detersivo è nero, coincidenze? Io non credo" ) o dicendo che a ogni stretta di mano ci scambiamo milioni di elettroni, ma la verità è che miliardi di cellule assemblate non ci hanno reso affatto complicati; anche se il non avere risposte o il non cercare di evolvere ci dovrebbe rendere inquieti, basta un sorriso o il calore di una gatta acciambellata per sentirsi in pace con l'universo.
Per il resto c'è tempo, magari domani, sì.

"Non sono niente.
Non sarò mai niente.
Non posso volere essere niente.
A parte ciò, ho in me tutti i sogni del mondo."


P.s. E non usate la scusa delle cento copie per evitare l'acquisto del romanzo eh ;-), scendi di una riga, clicca sul link!

domenica 16 marzo 2014

IL VUOTO CREA STABILITÀ.

Oggi è il sedici marzo, e i numeri su carta mi inquietano: son passati settantacinque giorni dall'inizio dell'anno e ho già raggiunto la terza infatuazione. Di fatto mi innamoro ogni venticinque giorni, che confusione. Detesto la matematica, anche se la risoluzione di qualche incognita non mi dispiacerebbe affatto.
Sono al parco vicino casa, è fine inverno e il primo caldo mi ricorda che per qualche mese non avrò bisogno durante la notte di Zooey in versione borsa dell'acqua calda.
Vedo i primi fiorellini e l'idea di non conoscere tutti i nomi delle piante mi infastidisce; certo, questa cosa fa molto Into the wild, ma il comandamento che mi sono imposto tempo addietro "Lo scrittore deve sapere l'argomento trattato" presuppone espandere la conoscenza a 360 e qualche grado – cioè girarmi e alla fine vedere da un'angolatura lievemente differente – anche se ciò al momento mi procura più malintesi che altro. Per dire: pochi giorni fa durante un discorso sciocco con la Marty siamo entrati nell'argomento milf, alché m'è scappato che esistono pure le gilf. Da lì a giustificare che il saperlo non significa ususfruirne, è stata dura. La realtà è che una protagonista che ho in testa per il prossimo romanzo potrebbe essere un po' allegra, ma rendendomi conto di quanto suonasse come scusa son restato a metà tra il silenzio e il sorriso ebete, che in fondo è il leitmotiv di quando trascorro la pausa pranzo con lei. Figurone!
Vabbè, dopotutto "Essere compreso significa prostituirsi", diceva Pessoa.
Che poi, voglio dire: scrivere un romanzo è solo l'inizio, una sorta di Stargate verso un universo che lo scrittore affronta insieme ai lettori. Certo; ma qual è lo scopo?
Ogni volta che mi siedo su una panchina a guardare la natura mi assalgono i "perché": dapprima con cortesia, poi – accade spesso quando osservo il cigno del laghetto seguito a distanza dalle anatre – i perché si trascinano enfatizzando la erre con l'arroganza di un formigoni di turno, e lì tendo a cambiare panchina senza rispondermi.
«Perché scrivi se poi nemmanco i tuoi amici ti sostengono?»
«Perché ti poni domande, quando a conti fatti è più facile scoprire un pianeta popolato da tirannosauri con le braccia di giannimorandi piuttosto che un conoscente legga il tuo romanzo?» (<---Ehi, aspetta un attimo, signor invisibile generatore di perché: il romanzo non è mio, e che cazzo, una volta messo in commercio di fatto l'ho donato all'umanità. Mio mi innervosisce, right? E non chiedermi il perché.)
A volte, lo ammetto, ho attimi di sconforto: uno immagina sempre che il proprio operato venga quantomeno preso in considerazione dagli altri, scordando non solo che la realtà è differente, ma anche che comportarsi in modo menefreghista è del tutto naturale. Anni fa ho letto che esiste persino un termine tedesco – Schadenfreude – per definire lo stato di gioia nel vedere un personaggio cadere in disgrazia. Bah. Mi domando se non dovrei chiudere i rubinetti all'empatia prima che questa paradossalmente col suo calcare mi incrosti il flusso di emozioni.
Fregatene, Liuk. Pensa a cosa disse Agota Kristof:
"Prima di tutto, naturalmente, bisogna scrivere. Dopo di che bisogna continuare a scrivere. Anche quando non interessa a nessuno. Anche quando si ha l’impressione che non interesserà mai a nessuno. Anche quando i manoscritti si accumulano nei cassetti e li si dimentica, pur continuando a scriverne altri."
In realtà è tutto più semplice e meno cervellotico: il senso di appagamento che si riceve una volta completato un obiettivo (che sia un romanzo, una torta mimosa, un figlio, un viaggio, un matrimonio, la Champions col Torino a pro evolution) viene prima o dopo sostituito da un ancor più grande senso di vuoto, che in alcuni casi fa scordare del tutto l'appagamento precedente. Merda. Cosa mi è rimasto, a conti fatti, di due anni trascorsi in esperienze e ricerche per la stesura di Per Adesso No?
Un file in formato epub.
E la cosa buffa è che due anni fa nemmanco sapevo cosa fosse un file epub, se me lo avesso domandato avrei detto «Epub? È l'anagramma di Pube.»
Un po' come quando guardavo le ultime puntate di Breakin Bad ed ero pervaso da una eccitazione malinconica; imparavo alcune battute a memoria, analizzavo i filmati godendo delle inquadrature manco fossi l'aiuto regista, esclamavo «Ma dai!» «Nooo» «Figaaata» durante alcuni passaggi risolutivi e nello stesso istante l'idea di una serie TV oggettivamente inarrivabile mi inquietava. "Non vedrai più nulla del genere" mi diceva la vocina rompipalle. 


E già il vuoto di quella mancanza insostituibile mi rovinava le immagini di Walter White e la sua discesa. E adesso? "A che cosa si riduce tutto questo?", cantano i Negrita


Mesi fa ho concluso i corsi alla Scuola Holden ma solo da quando ho strappato quel cordone ombelicale si è manifestata la consapevolezza di quante informazioni mi han tramandato, di quanto quell'atmosfera fosse a me necessaria per quella sorta di utopia che è il Vivere Bene.
Amicizie confronti punti di vista differenti, tutte cose che ora non ritrovo. O forse ritrovo in maniera differente senza rendermene conto.
Dev'essere la Sindrome di fabiofazio, dove ciò che era è sempre migliore di ciò che è.
Mi piacerebbe tornarci e vedere quanto sono cambiato, sì. Lo farò.
Il fatto è che a ogni risveglio ho come l'impressione che qualcosa mi stia sfuggendo. Oltre a sei ore di sonno, intendo. Gli obiettivi prefissi a inizio anno per fortuna al solito non li sto raggiungendo, anche se la bocca impastata e le ossa scricchiolanti ogni mattina mi ricordano che sarebbe bene iscriversi in palestra ed eliminare il tabacco.
Per stare meglio ho pure tentato con l'ammodernare la camera da letto (nuova tinta viola e un quadro di Munch, La danza della vita, che tanto mi garba) eppure a sfuggire è sempre quel nonsoché, come se ogni persona luogo cosa che incontro sia destinata col tempo a non lasciare traccia. Destinati a dimenticarci.


Quando sono più fuso del solito ho l'abitudine a lasciarmi trasportare dai ricordi in modalità random: una serie di immagini collage senza filo logico, tipo: l'odore di un parco ligure seguito dal panorama mattutino color aragosta di Kayenta e di quando alle elementari, travestito da Sioux, dimenticai il monologo durante la recita, e ancora: la volta che con Francesca rovinai una torta, quando sotto una foglia trovai diecimila lire, il record a street fighter 2, la sera d'estate a vedere Matrix in un cinema all'aperto sopra il cassone di un'ape, Stefania che mi parla di iridologia mostrando libri dai titoli interessanti. Immagini così, sconclusionate.
Eppure.
A volte mi chiedo se siano successe davvero, se ripensandole il cervello me le proponga in modo artefatto per ragioni che non comprendo.
Dovessi disegnarti, non ci riuscirei.
Finirei col costruire l'idea che ho di te, non te.
Diventeresti un ibrido, che poi forse è ciò che siamo agli occhi degli altri. Ibridi di noi stessi.
«Quello non sono io...» dico ogni volta che guardo vecchie foto «...sorrido.»
Prima di condividere casa con una gatta non è che avessi granché da sorridere, in effetti. :-)
Comunque sia, il parco dà troppi pensieri, no doubt.
Guardo il cigno e penso che è l'ora di organizzare un viaggio, ricaricare le pile. In fondo l'anno scorso in questo periodo avevo gli occhi pieni di ghepardi ed elefanti, ora mi restano tutt'al più i topi che si nascondono sotto le foglie per salirmi sul braccio mentre sistemo il telo durante la pausa pranzo al bacino di Villar. Caspita.


Credi di sfuggire e vai a sbattere in te stesso, diceva Joyce.
Certo, i soliti Perché mi dicono che vedere luoghi nuovi serve a ben poco se poi al ritorno il vuoto si fa ogni volta più ampio, ma me ne frego.


In fondo è quasi primavera e fa bene pensare che in Japan a breve fioriranno i ciliegi.
Sì ok non siamo lì, però sempre e comunque ci sarà in qualche angolo un qualcosa in grado di emozionarci l'anima. Se per esempio ora si materializzasse Joda o Miyagi potrebbe sussurrare «Sii il ciliegio di te stesso, Liuk», perché no? Non sarebbe un'idea malvagia.
Divenire un ciliegio. E non dare importanza ai soliti che sprecheranno tempo a denigrare i tuoi petali, a dire che il loro tronco ha più anelli, che i loro rami sono più grossi o a pisciare sulla nostra corteccia: se quel ciliegio che sarai farà sorridere te e chi ti è caro, il resto non conta. E se non sorrideranno, tu comunque ci avrai provato e continuerai ad amarli (il Dare/Avere non lo reputavo importante quando studiavo economia, figurarsi in amore!)

Tra l'altro la scorsa settimana ho partecipato a un Funeral Party (che sarebbero feste splendide organizzate da Giorgia – conosciuta alla Holden, te pareva – con tema il rispolvero, attraverso film concerti esibizioni alcool, di un personaggio che per forza di cose non risulta vivente. Il penultimo Funeral Partuy era per e su Salinger, l'ultimo su John Belushi. Per dire).
È proprio la Giorgia una di quelle persone che danno un senso a tutte ste parole sparse per il post, a proposito di vuoti ricerche matematica romanzi breakin bad varie&eventuali; lei è una persona che conosco poco ma emana quell'aura positiva che ti vien voglia di svegliarti dal torpore, scuoterti e pensare "Toh!, guarda, e tutta sta polvere che avevo addosso da dove arriva?" Quando la vedevo a scuola – di solito lei era dietro la scrivania a dire "Ben arrivato" e io in ritardo firmavo il foglio di presenza tutto già agitatofintomenefreghista – ogni volta mi fermavo a pensare "Wow, ma guarda un po' questa, un sorriso così splendente e manco è photoshoppata."
È gratificante sapere che non solo esistono persone simili ma che pure si possono conoscere d'improvviso, magari tu sei di corsa al bar e ta-daan!, un sorriso ti ripara la giornata.
E allora: Smile :-) Smile :-) Smile :-) a tutti voi bella gggente!, oramai il sole è lì lì per tramontare e l'aria del parco si raffredda, meglio ritornare a casa.
...e comprate/leggete il romanzo, mi raccomando!, a tempo perso sto creando una pagina su feisbuk come farebbero i gggiuovini :-)

STAY TUNED




"Guess I got what I deserve
Kept you waiting there, too long my love
All that time, without a word
Didn't know you'd think, that I'd forget, or I'd regret
The special love I have for you
My baby blue"

domenica 9 febbraio 2014

SULLA PSICHEDELIA.

(Ri-flessioni approssimative e frasi slegate sulla psichedelia in attesa che termini il download di Inside Llewyn Davis, fuori c'è vento la gatta gratta sulle lenzuola ed è finita la schiuma da barba.)



E sono uno straniero infelice

contento di scappare per le strade del Messico -

I miei amici sono morti su di me, le mie

amanti svanite, le puttane bandite,

il mio letto sbattuto e sollevato dal

terremoto -
(J.Kerouac)






La Redazione di Studio Aperto, quando commenta una qualche tragedia avvenuta durante un rave, non manca di ricordare che "i giovani si arrendono alla droga per poter sopportare ore di musica"; tralasciando la tristezza del programma in questione, la sintesi fa pensare a quanto il rapporto tra musica e droga si sia ribaltato col tempo.
Di fatto, comprendere alcuni generi musicali estrapolandone la componente chimica risulterebbe insipido come farsi raccontare quadri di Picasso da professori strabici.
Inutile girarci attorno: qualunque tipo di musica deve, al tipo di droga appropriata,
ispirazione
ritmo
vestiti
stile di vita.
Ci sarà pure un motivo se Bob Marley non è morto iniettandosi eroina, in fondo.
Seguendo il principio artistico del "Se stai bene, non crei" l'uomo trova nella droga un tempo più o meno ragionevole di libertà interiore. Prima e dopo l'assunzione, il musicista tende a comporre testi e melodie, rendendo indirettamente la droga madre e regina della scala pentatonica.
La psichedelia fu l'unico genere musicale che sconvolse gli equilibri utilizzando tutti e cinque i sensi: in quel momento storico non si trovarono solo musicisti più o meno illuminati ma, come nel caso di Lou Reed nei Velvet Underground, non scrivevo dell'eroina, scrivevo nell'eroina.
I testi psichedelici, oltre a essere trattati di ricerche sull'io (cosa che non avvenne in altri generi musicali) sono quindi trattati non sulla droga ma scritti direttamente per mano dell'acido lisergico.
Ma se per il musicista le sostanze psicotrope fanno parte di un percorso ascetico, la musica non solo ne assume la valenza (Musica=Droga) ma oltre a essere la cura ne diviene anche la malattia: sì, la musica è una malattia, tanto che nelle biografie di band conosciute una delle prime informazioni è "Gruppo INFLUENZATO da".
In linea di massima, con la musica psichedelica si inizia a diffidare degli artisti che nemmanco conoscono il termine ganja.
Per comprenderne la rivoluzione culturale bisognava quindi trovarcisi immersi o quantomeno averne saggiato pro e contro: affrontare testi come Lucy in the Sky with Diamonds senza strapparsi le unghie grattandone la superficie risulterebbe soddisfacente quanto mangiare kiwi non sbucciati.


Walt Disney, nel riprodurre un mondo di zii e nipoti, mostrò tramite topi e papere la distanza che intercorreva tra un genere musicale e l'altro.
Perché fiorisca un genere musicale occorrono due fattori:
1 Instabilità politica
2 Perdità di appartenenza verso il genere musicale predominante
(In quest'ultimo caso la ribellione psichedelica si manifestò attraverso l'Edificare è abbattere di Arthur Rimbaud, uno dei maggiori poeti non beat che influenzarono il movimento.)
A metà degli anni 60, negli Stati Uniti il folk la faceva da padrone (Tim Buckley, Crosby Still & Nash – ancora privi di Neil Young -, i Traffic, solo per fare tre nomi) pur iniziando a perdere le simpatie di una nuova generazione, impegnata nella ricerca di un qualcos'altro per esprimere i loro pensieri. Integrazione razziale, marce pacifiste contro la guerra in Vietnam, un'insieme di ribellioni che centrifugarono la visione di canzone come semplice marea, inondandola di concetti filosofici rivolti verso un ammmore che è uno ed è tutto.
Ribellione, dunque.
E dove c'è ribellione solitamente c'è violenza, rappresentata platonicamente con l'introduzione di feedback e suoni noise fino all'apoteosi dello stupro di Jimy Hendrix all'inno nazionale.


Dal punto di vista musicale, gli artisti sentivano la necessità di nuovi suoni, di un qualcosa che li portasse a esprimersi in un livello più profondo. Senza riflettori, inizialmente.
Tant'è che gli albori della psichedelia si ritrovano in quelle che i posteri hanno denominato garage band.
Il buio di un garage come contrapposizione all'accordatura aperta di Crosby.
Il porsi domande in contrapposizione al credo dei marines "Io voglio servire il mio Paese"
La poesia beat, musica sincopata in times new roman.
La non violenza.
Lo yoga, non il passo del giaguaro.
I colori accesi del caleidoscopio sparati addosso al grigiume della società.
E ancora: l'utilizzo di strumenti non abituali al rock. I 13th Floor Elevators riprodussero il suono dei colli di bottiglia (cosa che inconsapevolmente perpetua l'ubriaco in pizzeria, per dire.)


L'utilizzo del Theremin


e del sitar (presenza fissa nei Beatles del dopoIndia).


Nuovi effetti, anche: il delay, il reverse (cioè la riproduzione inversa di parti registrate in precedenza: il tanto caro messaggio satanico subliminale che nelle varie generazioni ha riempito la bocca ai bigotti)


I discografici capirono ben presto la potenzialità del nuovo filone e cavalcando il periodo dell'oro musicale riuscirono nel compromesso storico, dove le band sfornavano hit da classifica per giustificare le loro sperimentazioni.



Perché sperimentare è il verbo su cui si fonde tutta la struttura. La dilatazione del tempo, alla ricerca di verità sprofondate sotto il fango delle proprie insicurezze.
Due accordi ripetuti all'infinito, suoni adatti a sparare l'anima in un tunnel diretto verso l'AltroQuando – Camera. Cuffie. Notte. Whole Lotta Love a tutto volume. Occhi chiusi. Welcome to Plutone.
Da lì, l'esplosione psichedelica invase gli altri generi musicali come un virus (una cura)?
Il ride the snake blueseggiato in The end dai Doors – caro a Conrad in Cuore di Tenebra – il bello stile degli Iron Butterfly con In a gabba da vida,


il brano sperimentale dei Beatles Tomorrow never knows basato su un solo accordo, particolarità riproposta con la canzone mononota degli Elii.


Poi, l'apoteosi, il senso mancante: la psichedelia di fatto toccò la vista, eliminando la distanza tra immagine e sonorità. Andy Warhol e Storm Thorgerson furono due figure chiave; il primo perché tra le varie innovazioni coi Velvet Underground introdusse le luci stroboscopiche, l'altro per le copertine e la promozione dei dischi targati Pink Floyd.
Colori accesi, dunque.
Chi non ricorda con nostalgia i poster pischedelici ogni volta che guarda un anonimo rettangolo giallastro di TicketOne?


Woodstock rappresentò la resistenza dell'uomo di fronte all'ineluttabilità del proprio destino guerrafondaio.
Il rock&roll è una cosa talmente grande che la gente dovrebbe cominciare a morire per lui. Voi non capite: la musica ti restituiva il tuo stesso battito, e ti permetteva di sognare. Un’intera generazione che correva insieme a un basso Fender. La gente dovrebbe morire per la musica. Tanto si muore per qualsiasi altra cosa, perché non per la musica? Muori per lei. Non è carino? Non moriresti volentieri per qualcosa di carino? Forse sono io che dovrei morire. In fondo, tutti i grandi del blues sono morti. Ma la vita va meglio, oggi. Io non voglio morire. Giusto? (Lou Reed)

E segnò un momento di distinzione tra la psichedelia (l'inno americano di Hendrix è l'emblema) e ciò che sarebbe accaduto a breve. Il paradosso è che gli hippie erano in contrapposizione ai volontari marines pronti al Vietnam, salvo poi essere entrambi ghettizzati in un futuro prossimo da quella stessa società; in questo senso, rappresentazioni come Hair e Rambo non sono così differenti.
Il movimento psichedelico, dopo aver esaurito la carica iniziale (1966/69) ha lasciato che le spore germinassero altri generi/nipoti tutt'oggi validi, spostando la sperimentazione col tempo in una modalità inizialmente chiamata Progressive.



Se è vero che esiste un albero genealogico della musica, il ramo usato dalle scimmie/musicisti per le evoluzioni più improbabili è stato senza dubbio quelo psichedelico.
Di fronte alla musica siamo la bambina portoghese di Guccini che resta in piedi per affrontare l'oceano: ogni canzone è una bottiglia che lanciata da chissà dove potrebbe spiaggiarsi a pochi passi da noi, desiderosa di scoprire il messaggio all'interno. Che ne so, ascoltare Paranoid Android senza conoscere Bohemian Rhapsody è come mangiare patatine fritte con le posate.
Bussa al cielo e ascolta il suono!
La psichedelia è moda passeggera per chi non ricorda i sogni al risveglio, 
la psichedelia è realtà armonica per chi semplicemente, della discussione filosofico esistenziale del chi piscia più lontano, se ne frega.
Peace, Flowers & Love

scrivendo una poesia

& sentendomi assurdo

per questa attività senza sugo

sono andato alla finestra

& ho visto un mingherlino

cappelmatto barba di tarme

baffo alla Groucho

ghignante

mormorante

a se stesso

contemplava

le cartoline di auguri

alla finestra

della imprimerie

git-le-coeur

All'improvviso

con una rapida

calligrafia sul muro

ridendo di soppiatto

& scuotendo la vecchia testa

(bislacco solitario

vestito un po' da prete

topesco & nero) lui

ha scritto

& ho dovuto vedere

& sono corso sotto

& ho letto



STIAMO CERCANDO

RAGIONI RAZIONALI

PER CREDERE

NELL'ASSURDO 
(H.Norse)

giovedì 16 gennaio 2014

PARTOGENESI DEL ROMANZO "PER ADESSO NO"



«Hai tempo libero» è una delle frasi più gettonate, quando le persone scoprono l’esistenza del mio primo romanzo; a me viene in mente una vignetta di Snoopy ma non ribatto e mi limito al silenzio.



Durante i due anni alla Holden ho sentito un oceano di definizioni sull’atto dello scrivere, sugli scrittori, su quanto scrivere sia un atto per comprendersi. Io ascoltavo, a volte prendevo pure appunti, eppure la vocina in testa continuava a sussurrare la frase di Leslie Nielsen: “Tutti a dire stronzate…”.
Scrivere è una tortura.
Scrivere significa odio smisurato per i polpastrelli.
Scrivere è scartavetrarsi le sicurezze fino a farle evaporare.
È sottomettersi controvoglia a una padrona feticista, un tacco a spillo sul palmo della mano e l’altro sull’anima.
Scrivere è flagellarsi l’autostima.
Scrivere è prendere il cerchio del benessere e lanciarlo dal dirupo per poi arrivare a fine capitolo e scoprire di essere imprigionato in un cerchio differente, dimenticandosi di com’era quello lanciato.
Il foglio bianco ti fa pensare a quanto bene vivessero i popoli antecedenti ai Sumeri. Più volte mi chiedo «E allora perché…?», poi resto quei trequattro secondi in silenzio e la risposta sgorga sotto forma di altre domande.
E allora perché la mattina alle sette ti svegli per andare in un ufficio dove la gente ti saluta per cortesia?, e allora perché hai un televisore e a volte durante cena guardi carloconti?, e allora perché quando esci per la pausa pranzo e le montagne ti invitano per una passeggiata fingi di non sentire e rientri al lavoro?, e allora perché non rompi il naso a certi saccenti che ti guardano con superiorità solo perché loro hanno il Suv e tu la micra?
Per essere accettato e sopravvivere, fondamentalmente. Questa è la scusa.
Scrivere è un poco diverso, in effetti. Potrei sopravvivere senza scrivere, certo. Non potrei vivere, però. È questo il tormento: odiare ciò che fai per vivere e non poterne fare a meno.
A Natale mio zio mi ha regalato Open, la biografia di Andre Agassi. Io, che non so neppure quanto possa pesare una racchetta, ho pensato “Va beh inizio a leggerlo per cortesia”. Il 27 l’ho finito. Inizia dicendo che lui odia il tennis con tutto il cuore e che nonostante tutto lo pratica, un po’ per quella sorta di odioamore e un po’ perché è l’unica cosa in cui sente di “riuscire bene”.
Io non so se scrivo bene, la cosa col tempo ha perso importanza per quanto mi riguarda – in effetti basta aprire un libro recente a casaccio e di frasi oscenamente ridicole e banali se ne trovano in quantità – però quando succede anch'io, pressappoco, mi sento vivo. Certo, dopo Matrix e Inception il concetto di sentirsi vivo ha perso senso, ma tant’è.
Seminare dubbi e domande, credo che questa sia la missione di uno scrittore. Di risposte se ne sentono troppe e continuamente, ogni giorno per strada o in tv ci sono persone che – beati loro… - possiedono la scienza infusa e ci tengono a ricordarcelo. Casomai ce ne fossimo dimenticati.
Poi, e chi lo sa?, le domande ti portano a vedere le cose – sì, esatto, quelle “cose” che vedi da una vita e che credi di conoscere a memoria – da un altro punto di vista, e spesso l’angolazione rivela ombre nascoste o aurore boreali da condividere come Balto e la sua bella. "Evoluzione", direbbe Darwin, ma io non avendo la mia faccia su qualche banconota mi limito a "Deviazioni".
Trovo che una persona senza domande sia utile come gli spaghetti senza sale.
Quando suonavo era tutto differente, salivo sul palco ed ero un’altra persona, pensavo “Ahahah plebaglia ora sono io a fare le regole”; la scrittura ti pone in un’altra dimensione, ti fa capire l’importanza della condivisione.
Con amplificatore microfono e chitarra ero io davanti a un tramonto splendido, ora che scrivo sono io davanti a un tramonto splendido insieme a te.
Comunque. Com’è nato questo romanzo? Da un errore. Come buona parte delle cose che creiamo, in fondo. Anni fa avevo progettato un viaggio in Scozia, ma non avendo saputo dire di no ad alcuni amici ho viaggiato con loro ed è stata un’esperienza spiacevole (fa sorridere quanto il disastro presente sia molto spesso una vittoria futura). A metà vacanza ripiegai in Grecia e lì ho conosciuto una persona che mi ha psicanalizzato durante una trasferta su un catamarano, al punto da farmi pensare che "va bene seguire inconsapevolmente la propria strada, ma un faro o un’indicazione preventiva ogni tanto non è che sia peccato mortale".
Da lì, mesi in cui nei sogni si plasmava un tizio con le sue domande; un ragazzo qualunque a cui era stato affidato il potere di modificare i pensieri altrui. Un ragazzo che lottava per non imparare a usarlo, in realtà. E durante il giorno, davanti al pc, guardando il telegiornale, in coda al semaforo, scontrandomi con la gente al centro commerciale, avevo sempre la stessa domanda a frullar le sinapsi: come si comporterebbe una persona di fronte all’occasione di poter plasmare le coscienze altrui?
Così, senza fretta, io e quel ragazzo abbiamo iniziato a conoscerci.
Quando scoprii che si chiamava River, gli dissi «Ma dai?, come River Phoenix» e lui mi guardò storto. Raccontò della sua infanzia trascorsa in comunità hippie per via del mestiere di sua madre, una guaritrice. "Strega", disse una volta. Quando gli domandavo del padre era spesso evasivo, ma col tempo mi accennò che non l’aveva mai conosciuto, che era morto di overdose, che era leader di un gruppo psichedelico caduto in disgrazia un attimo prima della celebrità. «Ma dai, come in Almost famous!» Anche in quell'occasione fece la faccia grama.
"I protagonisti dei sogni non vogliono essere interrotti", scrissi sul moleskine.
Poi le cose sono precipitate e non ho potuto far altro che raccontare la sua storia, tentando di indovinarne i pensieri nascosti.
Trasformare la bic in un badile e scavare, scavare, scavare.
Una volta per dissuadermi River mi disse «Io ho seguito l’arcobaleno. Giuro. Fino a trovare la pentola. Davvero. Ma caro Liuk, davvero pensi che dentro ci sia oro? No no, ho trovato solo un biglietto. Sai che c’era scritto? Ritenta.»
Ricordo di aver fatto sì con la testa e di aver continuato a seguire la sua storia: volevo capirmi, volevo uno spunto di riflessione per chi poi quella storia l’avrebbe letta.
Scavavo, dunque. Ho scoperto che River era perseguitato in sogno da esseri tremendi, che al risveglio scopriva lividi. Se la passava piuttosto male, a dire la verità. Poi un giorno, ed ero verso il quinto capitolo, mi ha sorpreso: disse che voleva scoprire la provenienza dei suoi incubi e ricordo di aver provato invidia. Il voler diventare protagonista della propria vita credo sia il traguardo finale dell’esserlo già; a me, come credo a molta altra gente, questa spinta spesso manca.
Indagando sulle cause del malessere ho scoperto insieme a lui qualcosa sul padre – che tra l’altro aveva trovato un nome alla sua band che mi garbava parecchio: Soul stripped II times – ma mi accorgevo che River stava semplicemente passeggiando in un dedalo di vicoli ciechi.
Un signore molto zen diceva che quando l’allievo è pronto compare il maestro.
Non so quanto sia vera l’affermazione, ma so che d’improvviso una gatta di nome Zooey è entrata nell’universo di River e so pure che una settimana dopo aver concluso il romanzo quella stessa gatta è entrata in casa mia. "Un regalo", mi sono detto. Ora che convivo con lei da mesi direi piuttosto "Una benedizione."
Comunque sia, River e Zooey hanno fatto da subito squadra, fino al punto – illuso d’un River! – di smettere con le ricerche, convincendosi che al destino non si può porre rimedio. Fu allora, ed ero a metà romanzo oramai, che in sogno ebbi un’interferenza. Tre vecchiette mi accennarono di una situazione da risolvere che lì per lì non capii, parlarono di un filo legato a due matasse, che avrei avuto bisogno di una forbice affilata. Pensando che fosse un semplice dopo sbornia, le ignorai.
Ignorare è la cosa più semplice per sopravvivere no? È difficile vedere un ignorante triste.
Fatto sta che a River arrivò una lettera dal Sud America; la badante di un nonno – il padre di suo padre – che non sapeva di avere lo voleva convincere ad attraversare l’oceano. C’erano "cose fondamentali di cui doveva essere al corrente", scrisse.
Non so voi ma quando entra in gioco il verbo dovere ho sempre quel brivido stile “andare in bagno scalzo a luci spente e nel corridoio pestare un qualcosa che potrebbe anche essere uno scarafaggio”.
Comunque. River, sotto consiglio del suo animale guida, decide di attraversare l’Atlantico destinazione Buenos Aires, senza sapere nulla – neppure il nome – di questo fantomatico nonno, spinto solo da un desiderio di scoperta a metà strada tra Ulisse e una falena.
È stato interessante scoprire la storia di quest’uomo, la sua visione della vita e dell’amore ancorata ai tempi del nazismo, la convinzione che solo nella scienza si celano le risposte ai perché passati e futuri.
Durante l’incontro tra i due quel signore ha pronunciato una frase che mi è rimasta impressa, pressappoco fa “Più denso della verità è l’amore. E più dell’amore è la vendetta.”
E pensare che per una serie di circostante River nel frattempo l’amore l’aveva pure trovato, che tempismo!
Quando il romanzo si è terminato – ma poi si può definire conclusa una storia il cui titolo è “Per adesso no”? – ho sentito un vuoto, un senso di appagamento così totale da non esserlo affatto. L’ultimo “invio” è stato un po’ come trasformarsi nella sigaretta fumata dopo l'amplesso, essere la bollicina personale di champagne del vincitore del Tour de France.
Mi hanno insegnato molto River e Zooey, al punto di pensare “bah, poteva uscire peggio..” eppure quando è arrivata la proposta di pubblicazione come ebook da Libromania (una nuova collana nata dalla fusione tra la DeAgostini e la Newton) ho avuto una reazione da taxi driver, col "Are you talkin’ to me?" ripetuto allo schermo del pc.



Va beh. Sono soddisfazioni. Così come vedere il prezzo imposto a 1.99: avevo ricevuto proposte cartacee a 16 euro ma non li avrei spesi neppure io :-)
E niente, il romanzo – la mia parziale visione di cosa è accaduto – è nato così, mi farebbe piacere potermi confrontare con te. Se ti va di leggerlo di link dove poterlo scaricare ce ne sono parecchi (ne allego uno a casaccio), mi pare che su google ci siano anche delle pagine aggratis per farsi un’idea.
Il poterci confrontare piacerebbe anche a River, credo. Alle unghie di Zooey sicuramente.

ebook "Per adesso no"

STAY TUNED


martedì 19 novembre 2013

I PALETTI DELL'HATE-TUMN.

SOUNDTRACK OF THE DAY
La canzone della bambina portoghese – Francesco Guccini
The silence – Gamma Ray
La pista anarchica – I Ministri
Nymphetamine – Cradle of Filth


Stavo passeggiando in vista di un rifugio, ora che i colori delle montagne sono finalmente di tonalità pastello, quando ho notato che la via principale è stata puntellata da paletti nelle zone più pericolose. "Un po' come la vita", ho pensato. Quanti paletti ho aggiunto, quanti ne ho sradicati negli ultimi anni? Da fidanzati li chiamiamo compromessi, da single diventano convinzioni, sulla fine restano pur sempre sbarre e modi di (non) fare che delimitano i confini tra il nostro raggio di azione e ciò che sta al di fuori, a ricordarci come un mantra che "sì ok Ulisse era un figo ma vuoi mettere una tazza di cioccolata fumante in casa invece di sfidare le colonne d'Ercole solo soletto?"
Quindi, a cosa porta piantar paletti? «A essere ciò che sei», mi son risposto evitando di calpestare una foglia giallorossoverde.


E da dove nasce l'esigenza di averne? In un periodo dove si viene bombardati da slogan e pubblicità non trovo risposte al motivo dei limiti: cos'è che mi dovrebbe davvero servire per stare bene? Muscoli, una Porsche, una cravatta in tinta con l'henné della fighetta siliconata di turno da ostentare durante l'apericena del venerdì? Boh.
Ho perso di vista molti amici negli ultimi anni - quando succede ti chiedi se davvero lo erano o se tu lo eri per loro - ma l'avere più spazio accanto a disposizione non mi ha fatto avvicinare all'orizzonte di un passo, così come se avessi un Suv anziché la Micra non allungherei di un millimetro il sorriso mattutino di fronte allo specchio.
Mio padre continua a dirmi che oramai a trentatré anni dovrei sistemarmi (com'è già che diceva il saggio? Si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare cattivo esempio?), trovare una donna seria per figliare, che dovrei ammansire la gatta, che se è vero che i sogni finiscono all'alba io mi trovo già in dirittura del pranzo.
Io gli rispondo al solito che sì (e uno), hai ragione!, è solo che ho ancora il viziaccio di innamorarmi delle ragazze fidanzate, di un'attrice che si diverte a scagliare i suoi cuccioli di drago gridando «Dracarys!» - non durerebbe, troppo focosa... - o di chi semplicemente non mi si fila o lo fa per educazione.


Io gli rispondo che sì (e due), la gatta è selvaggia e da qualche mese ostento sulle braccia più cicatrici di un eroinomane, però vuoi mettere condividere gli spazi con qualcuna che dona amore così, d'improvviso, un essere imprevedibile che fa le fusa e quando abbassi le difese ti graffia con aria innocente?


È un po' come l'idea che avevo anni fa di trasferirmi a Rapa Nui: mesi di informazioni e voli pindarici, ok Liuk tieni da parte i soldi e con tremilacinquecento euro riesci a fare un tour del Cile e da lì destinazione Isola di Pasqua, 20/25 gradi ogni giorno dell'anno, Welcome to Paradise e tanti saluti all'italietta delle false convinzioni.
Al solito però il tempo ha iniziato a sradicare alcuni paletti per impiantarne altri, fino a dirmi: Sì, va bene, il mare il sole la quiete e blablabla, ma... e con l'autunno, io che sono scorpione, come faccio? Dov'è l'evoluzione se negli occhi il panorama al risveglio sarà sempre lo stesso? Ricordo che al quarto romantico tramonto consecutivo pure la Grecia mi aveva stufato. È il paradiso, of course, ma forse il paradiso non fa parte di me. Mannaggia a quel maledetto dark side of the moon che allontana dagli ideali seminando di continuo dubbi, che quando sembri convinto di qualcosa spinge l'acceleratore a tavoletta verso un muro e non capisci se è reale o meno... e ogni volta finisci col catapultarti fuori dalla portiera appena in tempo. Il gusto acre di ciò che poteva essere in fondo dura poco, duetre Tequila ed è bello che digerito. Poi si sa, per certe scelte non esiste momento migliore di quello in cui le compi senza pensarci troppo: la notte porta consiglio ma il più delle volte amplifica le indecisioni («Quasi quasi domani mi faccio un tatuaggio» «Risposta sbagliata minchiolo, now or never»).
Ho intenzione di godermi i trentatré anni, adoro i numeri dispari: dividi le azioni in due gruppi, da una parte ciò che reputi giusto dall'altra gli errori e avanzi un annetto che saltella ghignante sfidandoti col dito medio, così lo guardi meglio e ogni volta scopri che ha la tua faccia.
Quindi via Liuk!, anno nuovo significa pur sempre nuova rivoluzione, poco importa se ieri leggendo un libro regalatomi di Tiziano Terzani mi sono imbattuto a pagina 216 in «La rivoluzione è come un bambino; nasce bellino, ma magari dieci anni dopo diventa uno stronzo, gobbo e cattivo.»
In fondo la gioia è proprio lì in attesa di essere scoperta, nascosta come un crotalo all'ombra dei paletti piantati a giustificare inutilmente le nostre rinunce e insicurezze. Si tratta solo di superare la paura dei sonagli e coglierla a occhi chiusi, per il resto "Que sera, sera. Whatever will be, will be", probabile che una volta riaperti ci si scopra meno soli –per quanto questo possa importare, intendo.
Sorridenti, anche, perché no. La vita è bella, pure quando l'autunno termina.
STAY TUNED.


"E poi e poi se ti scopri a ricordare 
ti accorgerai che non te ne importa niente.
E capirai che una sera o una stagione son come lampi 
luci accese e dopo spente.
E capirai che la vera ambiguità è la vita che viviamo, 
il qualcosa che chiamiamo esser uomini.
E poi e poi che quel vizio che ci ucciderà 
non sarà fumare o bere
ma il qualcosa che ti porti dentro 
cioè vivere, vivere, vivere..."