mercoledì 27 maggio 2015

TOKYO KYOTO e altri anagrammi (parte 3 di 3)

06. IL GIOCO DEGLI STRATI.



Esiste una stortura, un punto nero che aleggia sul nostro esistere.
Non possiamo che percepirne l'essenza, la lieve contrazione del petto di quando vediamo i petali scivolare incontro alla primavera o le foglie ingiallirsi.
Alcuni la chiamano Dio, alcuni dicono pure di averla vista, di averci parlato, che è un corvo, che se ne sta lì fermo sul ramo a osservare ognuno di noi, proprio te, proprio ora.
Esiste una stortura, un punto nero che aleggia sulla nostra esistenza.
Capita di invocarne il nome ma lei è sorda ai richiami, non bada alle nostre preghiere.
Viviamo avvertendo di tanto in tanto il brivido provocato dal suo sbattere d'ali, lieve e indefinito come il crepitio del ghiaccio che annuncia la fine dell'inverno.
È l'essenza dell'amore, dicono.
È ciò che non possiamo agguantare,  trattenere.
È la vita.
O è un qualcosa che proprio non riusciamo a comprendere, il petalo di ciliegio che al primo refolo vola dalle nostre mani incontro all'orizzonte, alla ricerca di un nuovo cielo.
Esiste una stortura – un corvo? - mimetizzata tra i litigi e le pieghe della tua vita che come me, semplicemente, ti ama.


«E non trovi neppure una scusa migliore?, non ti sforzi
«Io… ma cosa vorresti?»
«Papà posso andare laggiù?»
«Trovi il tempo per scovare le sale più sperdute ma non per una scusa valida?»
«Non ho nulla da dire…»
«Mamma, posso…?»
«Sei giorni! Su sette! Sei giorni! E cosa pretendi? Un applauso? Non ho neppure idea, da quanto va avanti questa storia? Chi sei? Chi ho sposato, chi?»
«È solo una distrazione…»
«Se non lo fossi venuta a sapere… tu e il tuo stupido pachinko, ma almeno ti rendi conto? Tuo figlio è prossimo alla scuola, e tu che fai? Spendi i soldi in quei locali?»
«Mamma?, papà?»
«Basterebbe vincere una volta e…»
«Niente e! Ma ti senti?»
“Maledette telecamere di sicurezza” pensa Soichiro mentre con le dita accartoccia uno scontrino trovato nella tasca di dietro del pantalone.




 
Alla quarta richiesta di attenzione senza risposta, il piccolo Keisuke – cinque anni, caschetto castano scuro e uno spazio tra gli incisivi “grande abbastanza per nasconderci il Kami della Fortuna” – si dirige a saltelli accennati verso l'altalena principale, accanto all’area pic nic.
Nonostante più e più volte nonni e zii lo avessero portato al parco principale di Tokyo, soltanto tra la folla del Shinjuko Gyoen si sente libero di dare sfogo alle sue energie più disparate: quel luogo è per lui sì frequentato ma non abbastanza da impedirgli una capriola, se solo avesse voluto sfidare le occhiate di rimprovero dei genitori.
In quel momento a Keisuke il luogo appare come il più desiderabile del pianeta; attorno i ciliegi in fiore ammantano di rosa lui l'orizzonte e il cammino come disordinate scie di Hello Kitty e a ogni sferzata del vento si leva un coro di ammirazione per i petali in caduta libera.
Senza rendersene conto si intrufola tra i turisti che osservano le evoluzioni dei giocolieri e prima ancora di applaudire inizia con quello che lui definisce il gioco degli strati, una sfida nella quale formula in silenzio una domanda dopodiché isola parole a casaccio tra quelle della folla cercando di ottenere una risposta verosimile, un consiglio.
Un modo per svuotare la mente riempiendola di un roboante silenzio setacciandone il fondo alla ricerca di frasi appiccicate. Si sentiva meglio, dopo. Più leggero.
Spesso alla conclusione di una acrobazia impossibile Keisuke strattona la manica del genitore più vicino, con l'urgenza di chi vorrebbe diventare l'uomo che incanta la folla; di ritorno però non riceve mai neppure un incitamento nascosto tra le rughe dei rimproveri. Indifferenza, perlopiù. Nessuno che gli spiegasse perché quella gente può saltellare a piacimento e a lui invece non è neppure permesso spostare le scarpe al di fuori del mezzo tsubo che delimita i bordi della strada principale.
Solo un concetto gli appare via via più chiaro, alla fine di ogni spettacolo: mantenere la rigidità del padre o imitare i movimenti degli artisti di strada non avrebbe modificato la sua inadeguatezza verso il mondo circostante, le cose accadono e se ne fregano del suo volere, ciò che vorrebbe cambiare – dal colore in camera allo zainetto logoro di Yu-Gi-Oh – lo farà anche senza il suo intervento.
Il pensiero, una bozza di malinconia che ancora non comprende e che lo accompagnerà durante la vita come un velo, gli procura un sorriso sbilenco.
Ha il sentore che ci sia un qualcosa di sbagliato in ciò che vede; un po' come se, come se scoprisse suo padre mangiare sushi con le mani o sua madre urlare all'iPhone durante gli spostamenti in metropolitana. Tutto quell'ordine, quei capelli impomatati, quei sorrisi composti lo portano a saltellare se possibile ancor più sgraziato zigzagando tra la folla, coi genitori oramai due punti lontani.
Raggiunta quella che a Keisuke sembra una distanza di sicurezza, si volta per osservare il litigio dei genitori e da lì il mulinar di braccia e accuse li fa apparire come quei due architetti che vide litigare fuori da casa sua.
«Per la scelta del campanello», disse poi sua madre scuotendo la testa.
Gli adulti che litigano sono ridicoli, quelli che saltellano no.
Con una nuova verità sulle labbra, Keisuke si accorge che l'altalena è già occupata da due bambini; a lato, gli occhi delle famiglie seguono attenti il dondolio mentre le bocche discorrono sulla primavera, l'incuria dei turisti e ciò che manca alla nuova generazione per far rifiorire il Grande Giappone proprio come i ciliegi.



Keisuke vorrebbe aspettare sua madre seduto sui gradini ma nell’attesa gli adulti accanto gli avrebbero rivolto troppe domande, così si incammina verso il percorso fiorito alla ricerca di uno spiazzo libero, continuando ad accumulare passi a testa bassa, fino a quando un incessante cracracra ovattato - ...possibile? - lo induce a rallentare il passo.
Da dove proviene?
Per un momento pensa di aver camminato tanto da essersi addentrato in un bosco magico, magari è la voce degli alberi, poi però la vista di altri adulti nei paraggi gli stronca la fantasia sul nascere.
Con lo sguardo all'insù cerca di localizzare il gracchio ma gli occhi non registrano che pallidi petali di ciliegio.
Eppure, sono sicuro che...
Keisuke alza le braccia e con le dita sferza l'aria nel tentativo di bloccare qualche petalo al volo, solo per il gusto di sentirsi grande abbastanza da deviare la traiettoria di un qualcosa; e rimane così, a mani aperte e in cerca di altri colori, fin quando un colpo di vento gli mostra i contorni di una coda piumata nascosta dall’intreccio dei rami. È un corvo, non ha dubbi. Si stropiccia le palpebre e una volta rimessa a fuoco la zona nota il contorno del becco e le zampe ben salde al ramo. 

 
Un corvo tra i ciliegi, nero su rosa, e io non l'ho visto?!?
Infastidito dall'essere spiato prende un sasso pronto a scagliarlo addosso al volatile ma a metà rotazione del polso incontra ancora lo sguardo impassibile del corvo e lascia ricadere la pietra a terra; schiocca più volte la bocca per ricrearsi la saliva scomparsa per lo stupore, vorrebbe urlare per distogliere l'animale dalla contemplazione ma si ritrova invece con l’offrirgli i petali raccolti in precedenza.
Rosso d'imbarazzo per il gesto avventato controlla non ci sia nessuno nei paraggi: le mani sudaticce suggeriscono di rifugiarsi al più presto tra i litigi dei genitori eppure quella stessa tensione dipinge sul volto un sorriso del tutto simile a quello del mese scorso, quando dopo un anno intero di suppliche sua nonna Marika lo aveva riaccolto nella sua casa a pochi passi dal parco Shiretoko.
Un sorriso, sì. A volte – spesso, ma questo Keisuke ancora non lo sa – un sorriso sincero apre più porte di qualsiasi passepartout. 
Così, senza smettere di fissare la fessura tra gli incisivi del bambino, il corvo dispiega le ali e scende di ramo in ramo fermandosi solo nel momento in cui Keisuke con un balzo tenta di acchiapparlo.
«Perché non scappi?»
«...»
«Non avevi paura della pietra?»
«...»
Il corvo si guarda intorno e Keisuke strofina i petali sui polpastrelli prima di mangiucchiare le unghie nell'attesa di una risposta. Gli piacciono, i corvi. La gente tende a evitarne il contatto eppure ogni volta che con gli amici batte i piedi più forte per spaventarli loro non fingono neppure di cambiare direzione. E poi hanno il colore della notte e Keisuke inizia a capire che le azioni senza sole non sono mai insignificanti.
«Come mai te ne stavi nascosto?»
«Nascosto?»
«E cosa fai?»
«Osservo. Chi resta immobile non esiste.»
«Se ti vedo, esisti.»
«Vedi ciò che vuoi.»
«Cosa dici?»
«Prima hai preso tre petali al volo, ricordi? Li hai visti perfettamente no? Mentre li guardavi da questo ciliegio ne sono caduti altri ottantasette, te ne sei accorto?»
«No.»
«...»
«Ma come lo sai?»
Keisuke fissa il terreno e per mezzo minuto conta i petali caduti, sicuro che il corvo stia raccontando bugie.
«Sono tanti, davvero.»
«…»
«Io, non capisco. Tu sei tutto nero ed è primavera, come mai nessuno ti vede?»
«Se non avessi gracchiato mi avresti visto?»
Il bambino si gratta la testa, in attesa di una risposta che non arriva.
«Non ti stupisce sentirmi parlare?»
Keisuke mentre guarda la pelle morta del cranio incastrata sotto l'unghia dell'anulare risponde che «No, in televisione parlate sempre tutti.»
«Ma i cartoni animati non sono…»
«Tu mi stai parlando, no?»
Il corvo, fingendosi distratto, gracchia a un paio di passerotti che nel frattempo si sono avvicinati all'albero.
«E cosa fai tutto il tempo lassù?»
«Io sono il tempo. Osservo. Aspetto.»
«Cosa?»
«Quello che deve accadere.»
«Non ti capisco, sei buffo.»
«Buffo?»
«...sì.»
Keisuke inizia a correre attorno all'albero fino a quando avverte le prime fitte alla milza e poi ancora un po', in quella sorta di esercizio inventato per – dice lui – migliorare la resistenza. Il suo sogno è segnare il goal vittoria durante la finale del Mondiale, ma come potrà mai partecipare se alla fine di ogni scatto le tempie pulsano impazzite e i polpacci irrigidiscono? Sotto con gli allenamenti improvvisati, dunque.
Il corvo, incuriosito dall'interpretazione sgraziata di quella che potrebbe essere una qualche danza indiana, zampetta fino all'estremità del ramo senza smettere di seguire i movimenti del caschetto.
«Perché.. non.. voli.. via?»
«Ma io sono volato via, eppure mi trovo ovunque.»
«Ah.. ah... che... dici.»
«I tuoi genitori, capita di essere sgridato no?»
«Sì. Ieri non ho pulito la scrivania, allora papà...»
«Ecco. E quando se ne va dopo averti sgridato, non ti sembra che sia ancora lì?»
«...sì.»
«Appunto.»
«Ma tu ci sei! Ti vedo!»
«...»
«Non ti capisco.»
«Questo è un bene. Chi ci prova impazzisce dal dolore.»
«Dolore?»
«Sì.»
«Come quando cadi dalla bicicletta e le ginocchia fanno le croste?», domanda mostrandone fiero un paio in via di guarigione.
«Sì.»
«A me piace alzarle ma mia mamma mi sgrida sempre.» Unendo pollice e indice a mo' di bisturi, Keisuke inizia a staccarne una soffiando forte sulla pelle arrossata. «Dice che non si deve fare, che poi la pelle ricresce male. Però è divertente!»
A testa bassa, il bambino non si accorge che il corvo ha nel frattempo scrollato le ali per abbandonare il ciliegio e ora è proprio a mezzo metro da lui: chissà da quanto tempo era lì! Entrambi si scambiano un'occhiata di complicità prima di notare il grumo di sangue che si espande dalla crosta verso la caviglia.
«Ahi!»
«Che succede?»
«Sanguino, fa male.»
«Il sangue significa esperienza.»
«Esperienza?»
«Sì.»
«Ma fa male.»
«Non il sangue, l'azione.»
«Ma se sanguini tanto hai tanta esperienza? Passi di livello come nei videogiochi?» Preme la pelle attorno al ginocchio per formare una goccia di rosso rubino.
«Se non esageri, sì. Se vuoi creare devi sanguinare.»
«E se esagero che succede? Faccio indigestione? Perché a me piace la cioccolata sai? Ieri sera per esempio...»
«Esatto, non devi esagerare.»
«Ma io so il trucco!»
«Trucco?»
«Se muovi la crosta così, il sangue non esce.»
Keisuke inizia ad arrotolare la parte già staccata con brevi strappi fino a ridurne la base, poi aggrotta la fronte e lascia scivolare dalla sua bocca una perplessità.
«Ma allora non faccio esperienza? Resterò scemo?!?»
«Fare, non fare... c'è tanta differenza?»
«Sei strano...»
Il corvo nota delle briciole accanto ai piedi del bambino e si avvicina a spostare i petali accanto col becco, sfiorando in un paio di occasioni i legacci delle scarpe. Keisuke lo lascia fare senza muoversi, percepisce una sorta di scossa elettrica lungo il corpo e si domanda se quel corvo è reale o se quella che sente è la voce del parco: magari ha finalmente vinto il gioco degli strati e il parco lo sta ringraziando. Sorride.
«Non ti annoia vivere tra i petali? E quando sfioriscono? Dove vai? Dov'è la tua mamma?»
Inginocchiato, con le mani raccoglie le briciole rimaste offrendole al suo nuovo amichetto.
«Sarebbe bello giocare per sempre. Posso, vero? Posso non diventare grande e serio come il mio papà? Lui, lui non ride mai. Io voglio ridere. Come si fa?»
Impegnato a spezzettare le briciole, il corvo pensa che sì, a quel bambino il segreto della felicità lo potrebbe anche svelare.
«Ascoltami. È semplice, se ci pensi... Basta un'azione per essere felici:              »

«Keisuke! Keisuke!»
I genitori lo richiamano con urla e gesti, incuranti delle occhiate della gente attorno e del gruppo di turisti che si volta famelico già con le macchine fotografiche pronte a cogliere chissà quale evento.
Ammaestrato all'ubbidienza, Keisuke si blocca; sfrega rapido le mani per togliere i residui di fango prima di alzarle entrambe a far intendere che li ha sentiti.
Rigirandosi per salutare il corvo un'ultima volta non lo vede più; controlla l’esistenza di una massa nera tra i rami ma non nota che diverse tonalità di rosa, così si limita a raccogliere un paio di petali prima di tornare saltellando verso i genitori, attento a controllare ogni tre passi se nella punta della lingua fosse rimasta attaccata quell'ultima domanda che già non ricorda più.
Durante il tragitto, i ciliegi proseguono con la semina formando un tappeto rosa per rendere ancor più lievi i passi coi quali Keisuke affronterà la vita.
Ovunque e da chissà dove, un corvo sfrega il becco in quello che potrebbe apparire un sorriso, lasciando che il vento disperda l’eco della risposta. 



giovedì 7 maggio 2015

TOKYO KYOTO e altri anagrammi (parte 2 di 3)

03. GAIJIN




Il Japan mi ha regalato la concezione di straniero. Il sentirsi inferiore agli occhi degli altri. Le occhiate di disprezzo, del 'vorremmo assomigliarti ma non ci riusciamo'. Vivere lo spazio ristretto durante gli spostamenti in metropolitana attento a non far rumore, a non risultare clandestino, fuoriposto. Rollare veloce una sigaretta nella smockin' area di Shibuya e una volta accesa accorgermi di essere l'unico occidentale e di avere più spazio attorno rispetto agli altri, quasi che non volessero respirare lo stesso fumo. In un negozio immenso di manga, nei pressi del quartiere di Akihabara, mentre mi accorgo di sfogliare pagine a casaccio l'istinto mi dice di non fissare nessuno negli occhi. Gli occhi, certo. Disegnano i personaggi con quegli occhioni grandi che solo Tim Burton s'azzarda a competere nei suoi lungometraggi; l'impressione è che -ahiloro!- vorrebbero assomigliare agli occidentali e questo mi lascia perplesso, non tanto per il voler essere qualcosa d'altro - quello in fondo capita più o meno spesso di pensarlo - ma perché ripensando veloce a un paio di idoli venerati durante l'adolescenza continuavo a sfogliare i fumetti e pensavo a roberto baggio e bud spencer e dire che sono diventati famosi per le loro occhiate mi pare fuoriluogo. Meglio che in Japan queste cose non le vengano a scoprire, i mangaka andrebbero in rovina. Piuttosto. 
Il sorriso dei Jap è tutt'altra cosa rispetto al namasté nepalese, è come se un seguace di Dalì avesse ridisegnato le loro facce dividendole in orizzontale: quando la bocca si esprime in un saluto servile gli occhi ti lanciano occhiate come se avessi impiccato i loro cani, stuprato le figlie o rigato la Wii.
Il Japan è quella terra di mezzo tra l'ucronia di Orwell e la psichedelia di Willy Wonka.
Soprattutto a Tokyo, così oggettivamente futuristica, ho avuto l'impressione di non trovarmi in mezzo a persone quanto piuttosto bande di avatar, bipedi creati su second life che da pixel si sono fatti carne e vagano per i quartieri - chi vestito in doppiopetto chi vestito da sailor moon - alla ricerca di azioni o bonus nascosti per passare di livello.



Detto questo: una volta scremata la concezione lisergica&fascistoide degli uomini, del Japan risalta il regno animale, storico e animista.
Sono gatti volpi e corvi i veri padroni dell'arcipelago.
Sono i ciliegi i veri pilastri della nazione.
L'uomo, quello per fortuna passerà e di tutta l'energia utilizzata nella perpetua sfida tra Tokyo e il buio notturno (la capitale all'imbrunire si traveste da Principessa Elettrica) non resterà che un ricordo primaverile destinato a una fugace gloria estiva prima della sfioritura autunnale.



04. METAMORFOSI


In Giappone ho percepito ben poche volte l'idea di essere umano; gli abitanti tendono a essere spesso un qualcosa di inanimato, impersonale. Un mezzo per raggiungere l'obiettivo, più che l'essere che concepisce l'obiettivo stesso. Sono alienati.
Per dire: durante gli spostamenti in metropolitana l'entità giapponese perlopiù dorme o giochicchia al cellulare (perché sì, il telefono si può usare ma è obbligatorio eliminarne la suoneria ed evitare le telefonate, pena la pubblica gogna) e mi è capitato di divenire un semplice oggetto che occupa una superficie o tutt'al più un cuscino per giapponesi particolarmente addormentati.
Sii un cuscino, Liuk.




Oppure. Durante certi attraversamenti pedonali, che chiamarli incroci è davvero riduttivo, l'essere umano perde nuovamente consapevolezza e visto dall'alto non è altro che uno sturmstuppen di formiche. Formiche disordinate.
Sii una formica, Liuk.



05. MARUNOUCHI, STAZIONE NORD (SENZA PASSARE DAL VIA)


Fermo a osservare il via vai nella stazione centrale di Tokyo, mi passano accanto centinaia di persone e io, non so, è come se li vedessi sfrecciare in modalità time lapse. Donne col kimono, ragazzi coi capelli verdi, cosplayer riadattate per qualche gioco di ruolo che in Italia ancora dovrà essere nominato, adulti incravattati e donne scosciate o compresse in tubini beige, volti che in qualche occasione notano la mia presenza per poi proseguire verso il compimento del loro destino frenetico.
Sono ufficialmente invisibile. 
Sono ufficialmente libero. 
Sono l'uomo che scrive all'angolo dell'ingresso nord. 
Sono l'uomo che le telecamere di sicurezza non registrano. 
Quello che la guardia non riprende. 
L'uomo che nota le tonalità dei saluti e riesce ad anticiparne la reale gioia.
Esisto davvero?, oppure oggi ho compiuto un altro passo verso l'essere il corvo dei ciliegi?
Guardo il tabellone dei treni e visualizzo il momento in cui al parco dei ciliegi una folata di vento mi ha ricoperto di petali. (Cronaca vera, giurin giurello.)



Roba da sentirmi dire "Non sparare cazzate, non sei credibile, a te non potrebbe accadere, mai. I petali ti scanserebbero."
Eppure. Eppure è successo, qualcosa ha fatto il solito zapping improvviso tra i programmi della vita senza chiedere permesso: in fondo siamo storie raccontate in libri che nessuno sa e da che mondo è mondo gli scrittori sono comprensibili al pari dei discorsi di Trapattoni.
C'era un corvo in quel parco, l'ho visto e lui ha visto me, nascosto tra i rami. 
Tra tutto quel rosa lui è sempre stato lì, nerissimo eppure invisibile, che bastava un'occhiata all'insù per accorgersene, porca paletta! 
È stata la rivelazione, la risposta che cercavo, caspita. Così attaccato alle parole da anni non mi sarei mai aspettato che questa si celasse in una immagine. Tutto quel rosa, quella gente attorno che a ogni folata diceva "Ooooh" come i bambini di povia. E quel corvo. Lui. Io. A scambiarci consegne e impressioni in silenzio. Un punto nero nel rosa. L'illuminazione mi si è rivelata non come un lampo di luce ma un punto di oscurità.
I petali scivolavano addosso e ognuno era una promessa prossima, un soffio di "Perché non mi baci?, perché non mi stringi le mani?" E io che potevo fare, io che sono autunno in trasferta, una volta compresa la risposta?
Nel frattempo in stazione altre centinaia di vite continuano a sfiorarmi eppure, eppure..., eppure non visualizzo altro che te, Donna-in-rosa-che-sussurra-tra-i-petali, Nostra Signora dei Ciliegi, e mi ritrovo ad arrabattare parole sul taccuino che vorrebbero divenire haiku per l'occasione:

"Fiori per strada
Rosa è il cammino
Di chi riflette."
 
"Infelicità:
Punto dal tuo gelo
Cado sfinito."

"Non ha più senso
L'infedeltà del mondo,
Dolce autunno."

Le sensazioni provate in Giappone riecheggiano forti; io, che prima della partenza ero ossessionato dal divenire tutt'al più un altro me meno tendente all'infelicità, ho vinto. Jackpot, yeah! Una vittoria inaspettata, un continuo riempimento di cestini con le biglie del pachinko. Convinto che questa fosse la meta finale, l'ultima spiaggia, torno a casa con la consapevolezza di aver vissuto in questi giorni il capitolo zero di un romanzo tutto da vivere, col desiderio di creare l'occasione per stringerti la mano un'ultima volta. Una volta sola. Una volta ancora. E poi, ancora. E poi, ancora. E poi...
Sei tu, la Primavera. Sei tu, la Prima Vera.
Con un altro tassello del puzzle, con un altro passo compiuto verso l'orizzonte tornerò a casa portando appresso un misto di fuso orario Japan Rail Pass scatti rubati al tramonto e taciti accordi di promesse indicibili, grato al corvo made in Japan che mi ha rivelato il contenuto del biscotto della felicità tra la rugiada dei suoi ciliegi in fiore. È tempo di riabbracciare l'Europa, riprendere con la stesura del secondo romanzo (il pdf che ho scaricato sul kindle dice che "La creazione dell'Autunno" è fermo a 167 pagine, ho ancora tanto tanto tanto lavoro da fare...) e dopo una carezza a Zooey guardarmi allo specchio senza limitarsi a cercare i capelli bianchi.
Sempre più consapevole di ciò che sei, mio caro corvetto Liuk.



さようなら

venerdì 1 maggio 2015

KATHMANDU, WTF.




In più momenti nell'adolescenza ho creduto che solo la solitudine potesse mantenere intatta la forza interiore, che affezionarsi a cose o persone - amanti, figli, amici... - rendesse più deboli, che con più oggetti o sentimenti da curare e difendere le energie per te stesso si disperdessero nell'oceano delle incomprensioni. Il che non vuol dire comportarsi da asociale, per crescere e fare esperienze alcune scene come la passeggiata sulle rotaie con gli amici à la Stand by me vanno semplicemente vissute: a invecchiare senza mai togliersi i guanti bianchi per sporcare le mani si finisce col ritrovarsi un mimo. Il dividi et impera va a farsi fottere quando a comandare non è la testa.
 

 
Crescendo ho scoperto scrittori e filosofi che parevano dare man forte alle mie convinzioni, loro e quegli aforismi che mi tingevano di nero le pagine della Smemo come il "The one you love and the one who loves you are never, ever the same person” di Palahniuk o “L'unico modo di salvaguardare la propria solitudine è ferire tutti, a cominciare da quelli che amiamo” di Cioran.
Qué alegría.
Credevo di essere nel giusto, senza sapere che privo di cicatrici un uomo – o un luogo – è semplicemente astemio di vita. Forse è per questo che gli squarci vissuti in Nepal e in Islanda mi hanno turbato più di altri posti.
Così, tanto per contraddirmi, col mio carico di pessimismo travestito da pensiero illuminato ho iniziato a viaggiare e senza rendermene conto ogni paesaggio a me straniero mi si è appiccicato nell’anima; di riflesso, da buon Pollicino vagabondo, frammenti di me si sono aggrappati alle opere alla natura e alle ombre allungate da albe e tramonti. 
Viaggiando ci si moltiplica, è un po’ come quando da bambino aspettavo le giostre del paese per giocare a Pang e in seguito a ogni colpo vincente mi domandavo dove fosse sparita la pallina colpita.


Dicevo: i viaggi. Dopo ogni ritorno, mi sentivo paradossalmente sempre più forte e completo, al punto da fingere di non sapere che alcuni luoghi restano a portata di retina, nel bene e nel male, e a sentirli nominare si finisce col ripercorrere la strada a senso unico dei ricordi.

Ognuno ha un rifugio mentale, il mio è la valle di Kathmandu.




Quando apro il portafogli, tra i 5 euro spiegazzati c'è un mondo di scontrini e numeri telefonici di chissàcchi e in mezzo spunta - non posso fare a meno di guardarlo ogni volta - il biglietto d'ingresso a Bhaktapur. Per chi non l'ha mai visitata, Bhaktapur è (era?) una delle cittadine più affascinanti del pianeta. Sul biglietto è scritto "Wel-come to the cultural city - Bhaktapur, Nepal - Let us preserve our common heritage" e al centro l'immagine della piazza principale che anche solo accennata rimane incantevole. "Wel-come, preserve, heritage..." ...già. 


  
Vedere le immagini della devastazione è straziante.
La sensazione di trovarmi a casa che ho provato calpestando quelle vie e assaporando i sorrisi sinceri delle ragazze nepalesi mi annebbia i pensieri, non riesco a credere che i templi nelle Durbar Square di quelle città siano crollati. Vivo i giorni della non accettazione, a volte succede.
Crollare è un verbo definitivo, tanto in contrasto con la poetica del continuo mutamento induista che davvero non sembra possibile. Certo, “Edificare è abbattere”, però che caspita!, della piazza principale di Kat è rimasto poco più che il ricordo. Forte, vivido e tutto quello che vuoi, ma pur sempre un ricordo.




Guardando le immagini riferite alle conseguenze del terremoto ho pensato al monito lasciato anni fa dal buon vecchio zio Salinger a proposito del non affezionarsi, del non raccontare niente a nessuno per evitare future nostalgie. Perché il Nepal è infido, ti si inocula sottopelle come un mal d’Africa in trasferta e non puoi che arrenderti alla bellezza: tempo di avvertire un sentore di magia nell’aria e taaac, addio a tutti i tuoi propositi sul non farsi trascinare dalle situazioni, sei già sei sotto incantesimo.
La convinzione è che il popolo nepalese, proprio grazie ai sorrisi che la polvere dei calcinacci non può cancellare del tutto, rifiorirà; loro sì, sapranno interpretare il segno occultato tra le scosse che in questi giorni continuano a sconquassare Shangri-La. Ci vorrà tempo, ora che case e scuole (di acquedotti non ne ricordo neppure prima, in realtà) sono al pian terreno, ma sono fiducioso che una cultura come la loro non potrà che tornare in superficie. La terra vive e ogni tanto spurga il pus ma le ferite del terreno si ricompongono. Relatività umana del tempo, in un paese che pulsa storie senza età.
In uno dei templi di Kat ricordo di aver trascorso un mezzo pomeriggio di inizio autunno seduto sui gradini, io e la mia moleskine, scrivendo frasi a casaccio, lasciando che il Nepal mi scardinasse a forza di incenso & namasté le stupide convinzioni da occidentale indotte dai telegiornali.
Da quei gradini ricordo una ragazzina che trascinava l’aquilone come fosse un fratellino da accudire e nei suoi gesti – ma poi boh, sono di parte, per me il Nepal non è uno stato ma un luogo dell’anima, descriverlo a parole è difficoltoso e si finisce a usare quei termini cretini tipo “emozione” o “indescrivibile” – m’è parso di riconoscere la dea Parvati alle prese con l’amore universale. 
Era tutto lì, il Segreto. 
Bastavano gradini e aquiloni per essere in pace col mondo. 



E ora di quella piazza non è restata che una sola moltitudine, un cumulo di sporcizia a comporre la scritta Panta Rei. 
Chissà se quella ragazzina si è salvata o se da sotto le macerie la sua anima è volata via, tra le braccia spietate e caritatevoli di Shiva.

 
Ha ragione Salinger, fa male quindi affezionarsi e ricordare i luoghi tanto quanto le persone; eppure è inevitabile e sempre più spesso mi accorgo che il coltello usato per staccare i brandelli di anima in cambio di nuovi ricordi è composto non di acciaio e veleno ma miele baci e cioccolato. 


Buena suerte Kathmandu, gli aquiloni presto o tardi torneranno a festeggiare la tua rinascita.
Dicono che esista per davvero il mal d'Africa. Io non so, credo di essermi infettato visitando il Nepal - si sa che i virus e i sentimenti sono scarsi in geografia. Kathmandu la voglio ricordare così: una bambina colorata che porta a passeggio tra la Storia l'aquilone della gioia di vivere.


It's funny. Don't ever tell anybody anything. If you do, you start missing everybody.

sabato 18 aprile 2015

TOKYO KYOTO e altri anagrammi (parte 1 di 3)

 
((Ero in cerca di risposte, al solito, che viaggiare limitandosi a spostare la propria massa da un luogo all'altro è stupido e controproducente; carico di aspettative, più si avvicinava la partenza e più le vocine mi dicevano che no, non avrei trovato nulla al di fuori di ulteriori domande. E invece. Ta-daan!, puff!, ...l'ho trovata. L'immagine definitiva. Tra i ciliegi, per giunta. Tra i ciliegi, moi! La vita è buffa, quando ti si rivela.))


01. GEISHA.



Camminare per Kyoto e dimenticarsi, così, semplicemente.
Nella via di Pontocho – una buona mezzora fermo immobile in attesa sotto la pioggia all'entrata di un vicoletto, il vicoletto delle sale da thé - capita di vedere quelle che prima della partenza avrei definito geishe ma sbirciando tra i vari appunti scopro chiamarsi maiko (giusto per fingere di essermi documentato).
Geisha è un termine che comprende grazia bellezza misura nei gesti annullamento dell'usura del tempo candore e desiderio di innamorarsi, in ordine sparso –pallore artefatto à la Robert Smith escluso, of course.
C'è un qualcosa che m'inquieta quando le fisso; un po' come se, come se sotto quel cerone ce ne fosse un altro e poi un altro ancora, infiniti strati di faccedapoker che nascondono pensieri troppo criptati per intuirne anche solo un indizio. Roba che ti vien voglia di prendere uno straccetto bagnato e sfregarlo forte, se solo non fosse blasfemia.
Passano, camminano, eppure giurerei di non aver visto una singola orma. Fluttuano, perlopiù, loro e quei ghigni repressi da maliziosi joker in vacanza. L'impressione è di trovarmi di fronte a entità invulnerabili, almeno fino a quando le loro labbra non si lasceranno comprendere.
Certo, il sorriso giapponese va interpretato, eppure in quello della geisha non ci si può che arrendere. Ha un accenno esplosivo, è l'evoluzione dei batteri coriacei che sono sopravvissuti all'atomica, è la spinta necessaria per dire «La vita è bella e merita di essere vissuta.» 
Se le risposte risiedono nei dettagli, la geisha è lo scrigno della conoscenza.
Accanto, donne che passeggiano in kimono, incuranti delle religioni che sparse per il globo tendono a disintegrare la bellezza.



  Kyoto è donna, punto.


Per questo sopravvive.



02. TORII ROSSI

I torii rossi (che poi va beh proprio rossi non appaiono) sono gli ennesimi portali che ho incontrato; migliaia di entrate consecutive modellate come un'unica galleria verso il nirvana, infinite variazioni di passaggio dal percorso principale che alla fine portano alla vetta – al compimento del proprio essere – e da lì ridiscendono agli inferi del declino.


Lo shintoismo giapponese mi si presenta così, un insieme di scalini e passaggi verso altre dimensioni; così come gli stupa visitati in Nepal, anche questa religione orientale non costringe i fedeli al rinchiudersi all'interno di costruzioni e la cosa mi garba parecchio. Da profano certe attitudini shintoiste mi appaiono affini alle odierne pratiche wicca ma non avendo ancora approfondito l'argomento resto in silenzio di fronte ai torii e mi godo il paesaggio, che male non fa.



Dicevo: quando ci si imbatte nelle biforcazioni principali del percorso appaiono spesso due volpi, solenni come angeli custodi. Lì per lì non è che ci ho fatto troppo caso, mi son limitato giusto a fotografarle in segno di sfida prima di continuare la salita, poi è scattato il solito qualcosachenonso e l'impressione di non essere solo ha iniziato a raffreddare le folate di vento. Scalino dopo scalino, ho avvertito l'occhiata rapida della volpe. Giuro. Non avevo bisogno di girarmi a controllare, non l'avrei vista e non mi sentivo pronto per l'eventuale incontro: troppi manga negli anni passati, mannaggia, oramai la volpe (se non ricordo male in giapponese si dice kitsune) la collego a Ushio e Tora. Fatto sta che mi osservava, e allora: cosa avrà pensato di me, un trentaquattrenne imbacuccato nel k-way con un taccuino pieno di punti interrogativi in una mano e la macchina fotografica nell'altra? Cosa, non è dato sapere. Non ancora. A pensarci adesso, quei momenti sono stati il benvenuto in Japan, una sorta di prova iniziatica prima di incontrare il corvo sul ciliegio. In fondo nello shintoismo la volpe è di buon auspicio –ma questo l'ho scoperto dopo.
Nel dubbio ho continuato a macinare passi ancora per un po' e non mi è dispiaciuto, al momento della discesa, realizzare di aver scordato i passaggi. Era come ripercorrere a casaccio i momenti della vita, scalino dopo scalino. Ogni cosa attorno, compresi gli ideogrammi impressi sui torii di cui ancora adesso ignoro i significati (dubito che comunque significassero "Scemo chi legge" o "Tua madre l'affitta su Amazon") acquistava una valenza da "Sei tutt'uno col pianeta", quel tipo di imprescindibile pace interiore che ho già provato in altre situazioni – ricordo qualcosa di simile passeggiando per Falstaff o guardando le stelle al Maasai Mara, per dirne due al brucio. 

 
Fermarmi a guardare il paesaggio, recuperare il tempo saltando gli scalini, girarmi ad aspettare l'arrivo di un'altra persona e accelerare il passo per raggiungerne una differente, una volta di più i torii sono comparsi oggi per un motivo ben preciso, un monito, una lanterna a rischiarare le mie zone buie.
E lo spirito della volpe se ne stava nell'ombra a ricordarmi che l'obiettivo, in fondo, non è mai così importante. Neppure il cammino è indispensabile, checché sia un concetto da newageveganonaturacazzimazzi&palazzi molto in voga negli ultimi anni, uno di quegli argomenti stile aria fritta che se ben trattati durante i sabati sera alcolici con qualche ragazzetta indie finisce pure che si fa un figurone e poi magari chissà.
Comunque, dicevo. A conti fatti, neppure il singolo passo – o il primo! - ha chissà quale importanza, ai fini del destino. Ma l'intenzione, quella sì fa la differenza. Il volere compiere un qualcosa, l'idea, l'utopia, è ciò che ci spinge a sopravvivere in una vita di cui sappiamo sempre troppo o troppo poco. Tutto è energia, e l'energia nasce dall'idea che abbiamo di essa, esattamente come tu sei bella nella misura in cui io ti idealizzo e io esisto quando ciò che sta attorno realizza la mia multidimensionalità.
E a percorso inverso – "gli altri esistono perché io lo voglio" – la vita stessa, l'odio, l'amore, ogni cosa perde valenza.
Quel che rimane in ogni caso è una volpe, o chi per essa, che ci osserva mimetizzata tra i torii rossi delle nostre scelte, i portali che inconsciamente attraversiamo durante l'esistenza. Lo shintoismo made in Japan è un po' tutto qua: non ha bisogno di essere studiato, esso è.

(Torii rossi per teeeeee ho comprato staseeeraaaa..)


giovedì 26 marzo 2015

YEN NE VA PLUS.

Da almeno un mese il risveglio mi agita.
Sai no: l’amaro in bocca, le labbra spaccate, un senso di boh nel ricordare almeno un sogno, le ferite provocate da Zooey durante il dormiveglia che non si rimarginano in fretta, le stesse montagne dietro la finestra, cose così.
Su internet ho letto che potrebbe essere rabbia, ma al di là della concezione poetica da nipotino di Palahniuk della rabbia in sé, non credo sia questa la causa. Tremarella, piuttosto. Sindrome da Conto alla Rovescia. 
Dopo anni di viaggi – amori - concerti attivi&passivi - romanzi letti&scritti - addii e baci rubati sotto la pioggia, a torto mi sento un po’ come l’alpinista che intravede la cima, il Re del Nord che conquista la barriera, Gunma Akagi che supera l’ombra. Il paradosso è che al solito la fifa mi riempie di energia - tra l'altro è primavera e gli ormoni sono mentos & coca cola a braccetto – ed è imbarazzante far discorsi seriosi sulla legge di Planck o i testi dei baustelle o lo shiatsu, atteggiarsi da artista sorseggiando cocktail con lei e nel mentre pensare al sapore che potrebbero avere le sue labbra. Ma succede, that’s life.
Mi aspetta il viaggio che ho sempre sognato (e con sempre intendo 'già dal periodo delle elementari', duetre vite fa oramai..) e invece di godermi l’attesa o le situazioni da manga che mi potrebbero capitare le uniche domande che mi gironzolano in testa sono una sfilza di fastidiosissimi “e poi?”.
E poi: e se mi svegliassi al mattino seguente, quello dopo aver completato ‘il quadro’ dei viaggi che sentivo necessari, scoprendo di non avere chiodi pareti o una cornice decente per appendere i ricordi nella memoria? E poi: appenderli per fare cosa? E poi: Per contare i granelli di polvere che si accumuleranno? E poi: a cosa serve realizzare i sogni? E poi: quanto sono originali i desideri? E poi: dormi liuk, va’, è meglio.


Certo, posso continuare a trascorrere la pausa pranzo al laghetto con la compagnia di un taccuino e una ventina di anatre che in fin dei conti fa tanto giovane Holden, però insomma!, ho trentaquattro anni e le anatre non sbiadiscono, i sogni, quelli sì.
Andrò laggiù (wow wow wow wow non mi sembra vero!), a completare una ricerca iniziata otto anni fa sulla ring road islandese. Fremo, sìssì. Me l'ero promesso: apri cuore e anima a ciò che sta oltre la tua valle e quando sarà il momento, prima di sistemarti, cammina per i sentieri di filosofi e samurai.
A breve i ciliegi fioriranno, ne vedrò a centinaia!, sarà una battaglia silenziosa tra liuk e la banda dei diecimila petali –e a ognuno darò un nome, perché in fondo a cosa serve accumulare esperienza se poi la si tiene nel cassetto quando serve? 
Mischierò le sfumature del rosa col sangue rappreso per le strade di Kathmandu. 
Col mascara colante di quel ghepardo kenyota che sorrideva ai cuccioli. 
Col rosso aragosta dell’alba alla Monument Valley. 
Col bianco sporco dell’intonaco sulle vecchie pareti holdeniane. 
Le renderò un pizzico malinconiche come le gambe aperte di una mia ex. 
Saranno imperscrutabili come l’inchiostro che mi colava fino al gomito mentre scrivevo il capitolo dei dialoghi in Per Adesso No
Saranno abbaglianti come le luci che mi escludevano l’orizzonte mentre suonavo sul palco dell’Hiroshima. 
Blu ghiaccio come la meth di Walter White e la mia t shirt presa all'ultimo concerto di Neil Young.
Cose così.
Il desiderio è di tornare a casa con un restyling di me meno tendente all’infelicità; certo io e le aspettative non andiam d’accordo ma tant’è, anche la sfortuna non è infallibile. 
Cancellare con la gomma pane i puntini sulle i che ho continuato a mettere sui sentimenti durante gli anni. 
Dire che “Ok liuk hai tenuto fede alla promessa che ti eri fatto allora, in fondo non sei poi così una cattiva persona. Se non avessi avuto il coraggio di intraprendere quest'ultimo viaggio, un giorno ti saresti trovato a bofonchiare giustificazioni fittizie sulle tue mancanze e la tua ipotetica futurissima figlia avrebbe intuito che dietro alle tante delicate parole da scrittore si nasconde un uomo, un padre, che non ha avuto il coraggio di affrontare il suo sogno. E sì, finirebbe col provare compassione. E si allontanerà. L'estremo oriente, il traguardo, lo dovevi a te stesso. Sorridi ora, lei, lei sarà fiera di te.”


Mancano pochi giorni eppure è come se fossi già laggiù (il viaggio inizia prima della partenza, diceva qualcuno). Sto a un passo dal fermarmi a ruminare il passato e iniziare ad accettare il fatto che non sono più un ragazzino. Brrrrr. Tornerò con un flacone di super attack & buone intenzioni, l’ennesimo liuk 2.0 sempre più consapevole di un qualcosa che non so (il Nepal mi ha insegnato quanto sia necessaria l’entropia dell’anima, senza però spiegarmi il significato di entropia e anima…) e affascinante come ciò che sta per sfiorire. 
Chissà cosa succederà: ogni viaggio è un’incognita che mi aiuta a convivere con le mie storture, anche se a causa loro la Musa mi ha liquidato da quasi un anno oramai. 
Fa male, ma da buon lemming devo continuare a muovermi verso l’ignoto. 
Affanculo tutto, la pentola d’oro alla fine dell’arcobaleno la troverò!, me lo sono promesso tempo addietro. 
Magari è nascosta dietro l’entrata di un ryokan o tra le pagine di un manga, e che ne so. 
Meglio controllare :-)
Il resto non conta, è fuffa, è ‘Progresso’ & ‘Riforma’ in bocca al politico di turno. 
La vita è altrove. 
La vita è oscena. 
E il mio futuro prossimo è lì, dove deve essere: verso oriente. 
Mi sta aspettando da anni, come la morte.


Piuttosto: Musa o non Musa – chissà se un giorno mi parlerà ancora? – il nuovo romanzo ambientato tra Husavík e il Maine piano piano procede. L’idea è di riprendere anche il primo e restaurarlo per trovare un nuovo editore (questa volta serio) che lo renda cartaceo ma non ho fretta, ora è l’attuale “La creazione dell’Autunno” a comprimermi i polpastrelli. I personaggi principali sono tre, bella sfida eh? Si tratta di Jón Haust (l’Onirico), Richard (l’Alcolizzato) ed Elín (la Rancorosa, che tra l’altro ho abbozzato durante una sosta alla Freak Street di Kathmandu e mi garba parecchio). Mi stanno insegnando molto, sull’autunno l’amore la disillusione i colori i virus le lumache le costellazioni e tutte quelle cose che ancora non comprendo appieno.
“Liuk stai scavando in profondità", direbbero i sapienti. O forse Enrico la talpa --non sono bravo con le citazioni.
Comunque sia son preso bene dall’evolversi del tutto, sono forte quando scrivo. È un altro modo per viaggiare, in fondo.
Chissà, forse i paesaggi del paese che visiterò saranno utili anche per questo, mi doneranno ulteriori occhi nuovi (ebbene sì, i polifemi non sono bravi scrittori.)
L'idea è di essere un tutt'uno con la natura che è un po' il concetto base dello shintoismo (anche se da profano mi pare più wiccan...); non vedo l'ora di interrogare i sacerdoti - o come si chiamano laggiù - in merito, magari dopo aver assistito a un allenamento di sumo giusto per sentirmi ancora più samurai (lo stuzzicadente, intendo). Sono curiosisssssimo! 
E niente, c’est tout.

Chiudo gli occhi, 
deglutisco, 
non immagino più nulla, 
c’è una voce che mi chiama e non so distinguerla, 
forse sei tu. 
Ora basta divagare, 
c’è una mini valigia da preparare, 
moleskine da riempire, 
vita da bruciare, 
punti interrogativi da cancellare, 
parentesi da chiudere
e una foto in Radiohead style da farmi scattare...


A testa alta e col sorriso verso l’ignoto, mentre aggiungo un altro passo verso l'orizzonte.
Ora e per sempre: people rockin’ in a free world.


 さようなら